Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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