Domande frequenti

In questa sezione potrai trovare le risposte alle domande più frequenti che ci vengono poste da chi intende iniziare un percorso basato sulla Mindfulness
Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a praticare la Mindfulness prima, e ad essere istruttori ora?
Niccolò: Mi trovavo in un momento di difficoltà personale. Con la Mindfulness mi sono reso conto di avere gli strumenti e le risorse per stare in questa situazione e per tutelarmi dal cascare dentro a un baratro decisamente poco piacevole. Questo mi ha spinto a praticarla, con il vantaggio di aver avuto esperienze di meditazione sin da piccolo (questo non vuol dire che sia stato rose e fiori, ma lo rifarei, sempre).
Perché insegnarla? Perché né ho vissuto su pelle il potenziale trasformativo, perché dopo 4 anni di psicoterapia mi ero reso conto che oltre un certo punto iniziavo a girare intorno. La psicoterapia mi è stata utile, mi ha insegnato a lavorare su di me, mi ha dato delle risorse che non avevo, ma mi ha fatto anche capire che dopo un po’ il lavoro a livello verbale diventa sempre più difficile da incarnare. Giravo intorno, perché alla fine capire le cose a parole è facile, ma se poi si continua a cadere nei soliti errori non si va molto lontano. La pratica è uno strumento potente, perché non si lavora con le parole, si lavora sulla consapevolezza di quello che c’è, e la consapevolezza abbraccia tutto senza distinzioni. Abbraccia le parole, i mille pensieri, abbraccia le tensioni del corpo e le emozioni.
Ho scelto di insegnarla per crescere e per contribuire. Crescere io come meditante, e contribuire perché è qualcosa di cui – penso – tutti abbiamo bisogno. Il protocollo MBSR è strutturato bene, è strutturato proprio per noi occidentali persi nella fretta, nella testa e nei nostri pensieri.
Tiziano: Io ho iniziato per caso 😉 durante il mio dottorato in Neuroscienze ho collaborato con il MIND dell’Università di Magonza in Germania ed ho ricevuto l’invito a frequentare un ritiro di meditazione in Svizzera con i membri di quel gruppo. Sapevo che la Mindfulness era molto studiata a livello scientifico ma avevo molti pregiudizi sulla meditazione: ho quindi deciso di provarla in prima persona. All’inizio è stato molto difficile, poi piano piano il ritiro è filato via liscio e alla fine quasi mi dispiaceva tornare a casa. Quei quattro giorni di silenzio mi hanno fatto entrare in contatto con alcune parti di me che fino a quel momento avevo accuratamente evitato di esplorare ma che rendevano molto difficile la mia quotidianità. Accorgersi del potenziale della pratica di consapevolezza è stato spiazzante e liberatorio. Da quel momento è iniziata la mia pratica personale che prosegue tuttora.
Ho deciso di diventare istruttore perchè ho osservato su di me quanto possa essere utile un percorso personale di questo genere e inoltre perchè mi permette di lavorare e praticare in gruppo con altre persone.
Quali sono i maggiori cambiamenti che avete notato nel tempo?
Niccolò: Forse sarebbe più facile dire cosa non è cambiato, e a pensarci ora che scrivo non mi viene in mente nulla. Il complimento migliore che abbia mai ricevuto è stato fatto da un mio amico: “Nicco, comunque volevo dirti… Non so cos’è quella roba che stai facendo, però ti vedo proprio meglio, sei cambiato”.
È cambiata la mia reattività, la mia rabbia ha perso forza, un po’ di quei carichi dolorosi che mi portavo dietro semplicemente non li ho più sulle spalle. Non aveva più senso tenerli nello zaino.
È cambiato il mio rapporto con il cibo, con cui spesso mi strafogavo facendomi male per coccolarmi, senza realizzare che alzarsi da tavola gonfi e col mal di testa da cibo non fosse proprio una coccola.
È cambiato il mio modo di stare con gli altri e di ascoltare gli altri, così come è cambiato il mio modo di ascoltarmi.
Quando si pratica e arriva un’intuizione, per me è come se si gettasse luce su qualcosa che era sempre stato lì ma che non avevo mai notato. “Ehi, ma perché continuo a tenere rancore per quella persona? È utile?”. E uno dei tanti nodi che abbiamo si scioglie.
Tiziano: La mia vita é rimasta la stessa, ma sono cambiate molte cose nel mio modo di percepire e stare in quello che mi succede.
È cambiato il modo di approcciarmi alla mia vita mentale. Tendevo spesso a perdermi in pensieri autosvalutanti e catastrofici a cui davo retta: ora, nel limite del possibile riesco a riconoscerli, ad esserne curioso e a dar loro il giusto peso. Questa sicuramente é la mia conquista più preziosa.
È cambiato il mio modo di stare con gli altri, di dar loro attenzione. Mi sento più presente all’interno delle relazioni, c’è più ascolto e tendo ad arroccarmi di meno sulle mie posizioni e sui miei giudizi.
Infine, è cambiato il modo di pretendere cose da me stesso. La pratica mi permette di esplorare quotidianamente i miei limiti e di non chiedermi troppo o troppo poco, di non pretendere 10 quando posso dare 6. Ho imparato che chiedersi troppo equivale a farsi male senza accorgersene.
Insomma, in generale mi sento più “sveglio” e più aperto.
Cosa offre in più la Mindfulness rispetto alla semplice meditazione o ad un corso di Yoga?
Se fatto bene, con un insegnante serio, lo Yoga è un’altra forma di pratica di consapevolezza. È diverso, prende un altra strada per arrivare allo stesso punto.
Semplice meditazione: la Mindfulness è “semplice meditazione”. Il punto è: si ha una pratica costante? Si ha una pratica reale? Ci sono tanti tipi diversi di meditazione, che, come lo yoga, mirano tutte allo stesso punto: la consapevolezza. Esistono tipi di meditazione che cercano altro, cercano di indurre stati di coscienza alterati, trascendenti o appaganti. Ecco, quello no. Non è quello il fine che dovrebbe avere la pratica: non si medita per crearsi un’illusione e convincersi di stare bene, si pratica per vedere chiaramente la situazione e per starci nel migliore dei modi.
La Mindfulness e i protocolli Mindfulness-Based danno la struttura, danno tutti gli strumenti che servono per continuare da soli. Sono interventi fatti con l’idea di far provare su pelle, in modo laico, cosa vuol dire meditare e quali sono gli strumenti per continuare con una pratica meditativa personale vera e propria.
Le persone che si sono iscritte ai corsi precedenti sono riuscite a mantenere la costanza di partecipazione (e per quello che avete potuto vedere) a rispettare il fatidico lavoro a casa?
 
Le persone che non hanno portato a termine il percorso si contano sulle dita di una mano. E’ una questione di responsabilità individuale: semplicemente, qui nessuno è un vaso vuoto da riempire.
Ci sono state persone che hanno praticato poco durante il percorso e che probabilmente non praticano più. Altri invece hanno praticato molto durante il percorso, praticano tutt’ora e hanno preso parte a dei veri e propri ritiri di meditazione.
Chiedendosi tanto si può ottenere tanto: il percorso MBSR pianta un seme, il partecipante è un contadino che ha la responsabilità di curare quel seme e farlo germogliare. A volte il seme non viene innaffiato e non cresce, altre volte il seme diventa un pianta rigogliosa e preziosa.

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