La piantina di menta ed il protocollo MBSR: c’è vita nella catastrofe

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare.

Circa due settimane fa, di ritorno dalle ferie, mi sono accorto di una cosa molto spiacevole: la piantina di menta, che aveva dato sapore e freschezza a molti infusi estivi, era seccata.

Non me ne ero più preso cura ed il risultato era evidente: le foglie ed i rami si erano colorati di marrone ed il verde era solo un ricordo. Il primo pensiero è stato: “Vabbè, la butto e ne compro un’altra”.

Poi, la mia attenzione è stata catturata da un piccolo germoglio verde che, a fatica, stava spuntando da un ramo. Questo estremo tentativo di vivere nonostante la catastrofe circostante ha fatto emergere in me una chiara sensazione di tenerezza. Ho deciso di proteggerlo e di prendermene cura: ho innaffiato il vaso, tagliato i rami ed eliminato le foglie secche. Ho dato una seconda possibilità alla piantina ed ecco il risultato:

 

 

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare. È possibile paragonarci alla menta? Assolutamente sì.

Quando smettiamo di prenderci cura di noi stessi, quando tagliamo i ponti con la realtà, rifugiandoci nel passato, nel futuro, nelle storie che ci raccontiamo, quando ci neghiamo la sofferenza… che succede? Soffriamo ancora di più, appassiamo e diventiamo secchi, proprio come la piantina. E quando siamo secchi, abbiamo pochissima energia, corriamo il rischio di annegare, anche in un semplice bicchiere d’acqua. Quando siamo secchi, lo stress si ingigantisce, ci relazioniamo ad esso in maniera reattiva e disfunzionale ed una goccia d’acqua si trasforma subito in un temporale.

Ognuno di noi, però, porta dentro di sé un germoglio, piccolo, indifeso, quasi invisibile. Ma c’è ed è pronto a sbocciare in qualsiasi momento. Le nostre risorse individuali sono come il germoglio di menta: a volte, a causa delle foglie e dei rami secchi, fatichiamo a vederle, a riconoscerle, ad utilizzarle. Ci sembra tutto arido, morto, ma se iniziamo a portare attenzione potremmo accorgerci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.

Il protocollo MBSR non è la soluzione a tutti i mali, è un percorso che chiede molto impegno e che ci da un’enorme possibilità: prenderci cura di noi, qui, ora.

Allenare la mente all’attenzione ed il cuore all’apertura ci permette di renderci conto dei nostri schemi mentali reattivi e potarli con gentilezza. Una volta ridotti i rami secchi, si crea uno spazio tranquillo che ci permette di notare le nostre risorse individuali e di coltivarle quotidianamente. Facciamo spazio per ritornare verdi e vivi.

Il protocollo MBSR ci insegna che lo stress e la sofferenza esistono, fanno parte della condizione umana, non si possono eliminare. La cosa buffa è che quello stress lo creiamo noi, siamo i registi della catastrofe che ci circonda. Come è possibile? Siamo stressati e soffriamo a causa del nostro modo di relazionarci con la realtà esterna. Facciamo di tutto per non entrare in contatto con quello che ci regala il presente (sì, anche la sofferenza è un dono, scomodo ma prezioso), ci attacchiamo morbosamente al passato o al futuro, portando poca attenzione alla realtà.

Abbiamo detto che lo stress è ineliminabile e questa è una verità indiscutibile… ma si può ridurre. Abbiamo la possibilità liberarci quotidianamente e questa è un’altra verità inoppugnabile. Come? Prendendoci cura di noi stessi, coltivando la consapevolezza, l’apertura e l’attenzione, applicando alla vita quotidiana quello che le pratiche Mindfulness ci insegnano e ci fanno scoprire. Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Instancabili e minuziosi giardinieri della nostra mente.

Con un costante ed intenzionale lavoro su noi stessi, ci accorgeremo che quel germoglio di menta piano piano ritornerà ad essere una pianta verde e rigogliosa. Certo, siamo e saremo costantemente a rischio di seccare: ma avremo gli strumenti per potare e innaffiare.

 

 

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Stress e reazione

MBSR: Imparare a conoscere la reazione da stress

Quante volte ci è capitato di dire a qualcuno quanto siamo stressati? Senza una definizione precisa abbiamo facilmente idea di cosa sia per noi lo stress. Il punto è che bisognerebbe parlare, in realtà, anche di una vera e propria reazione allo stress. Cominciamo con un brevissimo excursus storico. Negli anni ’50 Hans Selye parlò di stress in questi termini: una risposta non specifica dell’organismo a qualsiasi pressione/richiesta. Con Stressor definì lo stimolo che produce tale risposta.

Quando parliamo di organismo andiamo ad intendere mente-corpo come un tutt’uno. Questo è un elemento di novità che ha iniziato ad esser considerato anche grazie all’arrivo delle pratiche di consapevolezza in occidente. Se parliamo di mente corpo, allora diventa anche chiaro come la pressione possa essere esterna o interna. Non deve esserci una minaccia concreta, a volte anche un pensiero o un’emozione può darci stress.

Selye prese in considerazione questa risposta generalizzata come un modo usato dagli organismi viventi per far fronte ai cambiamenti. Qualunque essi fossero. Succede qualcosa, l’organismo attiva una reazione per adattarsi. È un processo sano, naturale. I problemi iniziano a farsi sentire quando la reazione perde di efficacia, diventa inadatta al contesto. Martin Seligman dice “non è tanto il potenziale stressor in sé, quanto il modo in cui lo percepiamo e lo affrontiamo, che fa si che esso sia causa di stress o meno”.

Per capire questi concetti possiamo ricorrere alla nostra storia di vita personale. Ci viene in mente un episodio in cui una sciocchezza ci ha fatto reagire in modo spropositato? Quando magari siamo stati in grado di affrontare una situazione di grave crisi con ferma determinazione? Questi sono tutti ottimi esempi che possiamo aver vissuto su pelle. Reazione disfunzionale nel primo caso, reazione funzionale nel secondo.

Come modificare la lettura dell’esperienza?

Il protocollo MBSR è un percorso di pratica di consapevolezza. È esperienziale, si allena l’innata capacità di dare consapevolezza al momento presente. Si allena anche la capacità di discernimento. Non è senza lavoro e senza “allenamento” che si può imparare a riconoscere reazioni funzionali da disfunzionali. Potrebbe essere facile riconoscerle a parole, ma non abbastanza da apportare un cambiamento. “Faccio sempre così, reagisco sempre allo stesso modo, sono fatto così“. Non esser consapevole dei propri processi innesca tutta una serie di credenze erronee che non migliorano minimamente la situazione, anzi, la peggiorano. Come scritto in precedenza, lo stress si alimenta con attivazioni esterne quanto interne.

La pratica di consapevolezza in quanto pratica va praticata, non è una tecnica. Ma come ci siamo allenati una vita a reagire in determinati modi, possiamo allenarci a riconoscere consapevolmente quello che ci succede. Questo non vuol dire che dopo 8 settimane avremo “sconfitto” tutto ciò che ci tormenta. Magari, ve lo auguriamo e chi lo sa, potrebbe succedere. Questo vuol dire che in 8 settimane è possibile affinare tutti gli strumenti che servono per imparare a stare con quello che c’è, bello o brutto che sia. Come si fa a cambiare la lettura dell’esperienza se quando la viviamo non ne siamo pienamente consapevoli?

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Barca su lago, Mindfulness Vs Stress con la metafora del navigare

Mindfulness, stress e imparare a navigare nella vita

Uno sguardo all’ MBSR

MBSR sta per Mindfulness-Based Stress Reduction (in italiano parliamo di Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness). Per fare una sintesi, cosa si fa in un protocollo? Si intraprende un auto-addestramento intensivo, accompagnati da altre persone e seguiti dagli istruttori. Si coltivano gli strumenti adatti a vivere consapevolmente. La pratica di consapevolezza usata per questo addestramento sistematico viene fuori dalle tradizioni buddiste asiatiche, ma non si parla di addestramento al buddhismo. Si parla di riduzione dello stress.

La consapevolezza da un contributo importantissimo nella nostra gestione dello stress. La coltiviamo imparando a rivolgere l’attenzione al momento presente così mentre si evolve. Impariamo a includere deliberatamente ciò che normalmente ignoriamo. Quello che viene fatto all’interno di questi percorsi è ben lontano da un apprendimento passivo. Basti tornare alla parola auto-addestramento. L’apprendimento è attivo, le persone hanno modo di imparare a servirsi dei punti di forza già in loro possesso per migliorare il proprio modo di relazionarsi con l’esperienza. Come dice Kabat-Zinn “Finché una persona respira, la parte di lei che funziona è più forte di quella che non funziona, per quanto malata e senza speranza essa possa sentirsi” (1990). Per mobilitare le proprie risorse, le proprie capacità interne di guarigione e crescita, è richiesta una certa dose di responsabilità, sforzo ed energia.

Il problema dello stress

Non ci sono farmaci né strumenti per renderci immuni alle condizioni stressanti e al dolore. Sono componenti naturali presenti nella nostra vita. Lo sforzo cosciente che si fa in un MBSR è quello di imparare a lavorare a contatto con quello di cui ci vorremmo liberare.

A volte cerchiamo di evitare lo stress, creando barriere che in qualche modo ci separano dall’esperienza di vita. Altre volte troviamo nella desensibilizzazione più varia il modo per fuggire. Da un lato è un segnale di buon senso sapere quando abbiamo bisogno di prendere le distanze da ciò che ci fa soffrire, ma non può esser l’unica strada. Le energie che potremmo spendere per crescere, cambiare e guarire finiscono alla lunga risucchiate da una continua fuga. Kabat-Zinn usa un’immagine molto evocativa per descrivere questa situazione. L’affrontare la vita con consapevolezza è come imparare a direzionare una barca a vela in modo da sfruttare al meglio le condizioni del vento. Andare controvento è impossibile, navigare soltanto con il vento in poppa ci limita ad un’unica direzione.

Come il navigante entra in sintonia con le condizioni atmosferiche, dell’acqua e della barca, così si impara con la pratica di consapevolezza a mettersi in sintonia con le condizioni della vita. Serve la pazienza, addestramento e tanta esperienza. Con la pratica diventa possibile navigare in tutte le circostanze stressanti, non solo in quelle ottimali. Ci saranno momenti in cui saggiamente si saprà come evitare la tempesta. Ce ne saranno altri in cui non si potrà far altro che finirci dentro. È proprio in questi momenti in cui è essenziale sapere cosa si può controllare e cosa si può lasciar andare.

La padronanza

Quando si parla di stress un altro elemento importante da considerare è il tema della padronanza. La capacità di influire su quel che ci succede dipende in larga misura dalla nostra lettura dell’esperienza. Quando si percepisce una minaccia, ci si sente sul punto di essere sopraffatti da un momento all’altro, l’esperienza interna sarà magari di ansia. Quante cose potrebbero toglierci il controllo sulla situazione? Come posso fare a controllarle tutte? Che ci siano condizioni reali o immaginarie, lo stress arriva lo stesso tanto quanto le sue ripercussioni. Il senso di minaccia sfocia invece in rabbia e ostilità? Si mette in campo un comportamento aggressivo con l’idea di proteggerci? Potremmo riuscire ad avere un aiuto sul momento, rischiando poi di mantenere condotte distruttive sia per noi che per gli altri.

Non servono stress grandi per sentire minacciato il nostro senso di padronanza. Basta pensare alla vita di tutti i giorni. A volte eventi piccolissimi, insignificanti (come una coda alla cassa del supermercato) possono contribuire a questo logorio. Per questo la mindfulness ha cominciato a diffondersi. Perché le risorse sono già disponibili, si tratta solo di imparare ad usarle. Si tratta di vivere la vita con consapevolezza, riconoscendo quanto di bello/brutto, piacevole/spiacevole possiamo incontrare.

 

 

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Occhiali con vista attraverso la lente e fuori: il cambiamento in base a come guardiamo.

Guardare o mancare il cambiamento

L’occhio e il cervello umano sono molto sensibili ai movimenti improvvisi così come al cambiamento. Questo è un lascito delle nostre origini più animalesche. Un bambino corre fuori dalla stanza in cui siamo, per fare un esempio. Il nostro sistema, senza bisogno di richieste, si attiva e lo notiamo.

Per il cambiamento graduale la questione si fa differente. Il nostro cervello non ama consumare troppe energie. Per cercare di conservarle, quando si forma un concetto nuovo (su una persona, una cosa, una relazione) tende a rimanerci incollato come il velcro. “Fatto, questo è schedato“. Le energie indubbiamente si risparmiano.

Mantenere e conservare le proprie risorse è comprensibile, potrebbero servirci in momenti inaspettati. Talvolta, però, questa tendenza ad attaccarci ad un concetto ci fa perdere di vista quello che realmente sta accadendo. I nostri concetti, come prodotti del supermercato, possono scadere. Quante volte a scuola qualche ragazzino è stato etichettato in un certo modo? “Lui è quello bravo, lei è un po’ agitata, quell’altro invece è proprio un teppistello.” Basta rifletterci e sono sicuro non sarà difficile trovare degli esempi nella propria storia di vita o in quella di qualche conoscente.

Quante volte, restando sulle storie di vita personali, è successo che a scuola qualche pre-concetto si incollasse addosso alla persona tanto da definirla in maniera univoca? “Quello bravo è bravo, non serve controllargli i compiti. Quello scalmanato invece va torchiato, perché tanto si sa che combinerà qualche guaio“.

Il pre-concetto potrebbe precluderci la possibilità di notare quello che c’è ora, realmente, piuttosto che quello che si pensa ci sia. Quello che conta e quello che abbiamo in una relazione è come spendiamo il momento presente e il suo divenire, momento dopo momento. Quello ormai passato è come da denominazione: passato. Un grande regalo che possiamo farci e fare è guardare il mondo con occhi nuovi, vedere nel momento il cambiamento e non mancarlo perché filtrati dal concetto.

Ma come si fa?

Comincia tutto con il modo in cui portiamo attenzione. La mindfulness parla di questo, di portare attenzione in modo intenzionale e non giudicante. Questo non giudicante vuol dire sapere che preconcetti e giudizi si frappongono fra noi e l’esperienza. È naturale e spontaneo nel nostro vivere notare l’affacciarsi alla mente di giudizi e preconcetti, e va bene così. Grazie ad essi riusciamo a muoverci nel mondo più agilmente, ma non dobbiamo scordarci che non sono il mondo, sono solo un riassunto.

Tutta la curiosità che possiamo mettere in uno sguardo con occhi nuovi è un atto di grande generosità.

L’unico vero viaggio della scoperta… sarebbe non visitare strane terre ma possedere gli occhi degli altri, per ammirare l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia di altri, per ammirare centinaia di universi che ciascuno di essi ammira.”     Marcel Proust

Questo post compare anche qui: Mindfulness in Famiglia

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Cerchi concentrici nell'acqua

La filastrocca del cambiamento: la storia del ghiaccio che finì in mare

Il cambiamento é una costante della nostra vita, é inevitabile. Se lo accettiamo, diventa tutto più facile. Se lo accettiamo, cambiamo rimanendo noi stessi. Se lo accettiamo, siamo presenti.
Eccovi una brevissima, ma potentissima, filastrocca.

La storia del ghiaccio che finì in mare

“Aiuto! Sto cambiando!” disse il ghiaccio

“Sto diventando acqua, come faccio?

Acqua che fugge nel suo gocciolio,

ci sono gocce, non ci sono io!”

Ma il sole disse: ” Calma i tuoi pensieri,

il mondo cambia sotto i raggi miei,

tu tieniti ben stretto a ciò che eri

e lasciati andare a ciò che sei”

Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento,

non ebbe più paura di cambiare

e un giorno disse: “Il sale che io sento

mi dice che sto diventando mare

e mare sia, perchè ho capito adesso

non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”

 

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