Distrazioni e stress? La potenza gentile di una mente ordinata

Di Niccolò Gorgoni
Stress, distrazione, oggetti mentali piccoli, medi e grandi. Una mente ordinata è in grado di districare la matassa e di farci godere qualche momento di libertà.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, è bene spendere due parole su distrazione e stress. Siamo stressati in qualsiasi momento in cui ci attiviamo per rispondere ad un oggetto o una situazione, proveniente dall’interno  o dall’esterno. Spieghiamoci meglio: una visita improvvisa? Ci stressiamo. In ritardo per l’autobus? Ci stressiamo. Prepariamo una bella cenetta al nostro/a partner? Ci stressiamo.

Sfatiamo un mito, stress è una parola che merita attenzione ma non una riduttiva etichetta negativa. Ci sono condizioni in cui siamo stressati in maniera sana, e questo vuol dire che il nostro organismo si attiva per permetterci di far fronte a ciò che accade, che sia qualcosa di piacevole o spiacevole. Ci sono altre condizioni, quelle più note, in cui lo stress non è più sano. Quali sono? Quelle in cui cronicizziamo la nostra reazione, o quelle in cui agiamo in maniera reattiva senza aver bene inquadrato cosa stia succedendo. Usiamo una strategia, scopriamo che funziona, la riapplichiamo. Perché cambiare qualcosa che funziona? Il nostro corpo è bravissimo in questo, ci creiamo tonnellate di abitudini.

Troviamo qualcosa che ci fa stare un po’ più rilassati e lo applichiamo, ancora e ancora. Come la sigaretta. O una ciambella. O un bel litigio che ci fa sfogare. Certo, sul breve termine la strategia da un risultato apparentemente positivo, sul lungo paghiamo un prezzo caro. Alleniamo meccanismi disfunzionali, e questo rende sempre più facile tornare ad utilizzarli. Senza accorgercene, strutturiamo inconsciamente ed abituiamo il nostro cervello ed il nostro corpo a stati stressogeni. E’ come tenere una macchina sempre in prima: ha una bella spinta, ma è necessario essere flessibili e capaci di cambiare marcia se non vogliamo, alla lunga, bruciare il motore.

Cosa c’entra in tutto questo la distrazione? Se siamo distratti riusciamo a fare con più fatica le cose che vorremmo e dovremmo, quindi ci stressiamo. Se siamo stressati, ci distraiamo più facilmente perché siamo in uno stato di iperattivazione fisico-mentale che non è strutturato per farci stare calmi. “Dobbiamo reagire insomma, e reagire subito!”: questo è quello che il corpo “pensa”, o meglio, che è programmato a fare. Cosa succede quindi? Più distrazione, più stress. Più stress, più distrazione. Un gatto che si morde la coda.

Come fare ordine: gli oggetti mentali

Se dovessimo considerare la mente come un sesto senso, gli oggetti mentali sarebbero tutto ciò con cui la mente entra in contatto. Pensieri, emozioni, stati mentali, intenzioni, insomma (e badate bene, non ho usato sinonimi), tutto quello che ci capita in testa. Normalmente siamo abituati erroneamente a gestire gli oggetti mentali come gestiamo quelli fisici. Cerchiamo di mandare via un pensiero, schiacciarlo, scacciarlo, riportarlo, tenerlo, come fosse un qualcosa di concreto su cui possiamo mettere le mani. Non funziona, non facciamo altro che reiterare una strategia che sul lungo termine non paga.

Quando qualcosa di esterno ci disturba possiamo agire fisicamente per risolvere il problema: una mosca? Apriamo la finestra per farla uscire, la catturiamo, la schiacciamo. Abbiamo fame? Ci attiviamo per comprarci del cibo, prepararlo, procurarcelo in qualche modo e poi mangiarlo. Il funzionamento è lineare, non sempre semplice ma lineare. Ma quando il disturbo è interno? O quando quello che vorremmo è una cosa interna? (Con interno andiamo a considerare l’aspetto mentale).

La situazione si fa più complessa. In gran parte, non siamo pienamente responsabili di ciò che pensiamo. Chiaro, se leggiamo libri gialli tutto il tempo possiamo avere una buona stima di quali pensieri la nostra mente ci proporrà, ma non abbiamo controllo né precise certezze. Quante volte siamo stati male per qualcosa che abbiamo pensato? Qualcosa di brutto, che ci ha fatto vergognare, imbarazzare, bloccare, arrabbiare. Quante volte abbiamo sperato che questo pensiero se ne andasse, sparisse dalla faccia della terra, ci lasciasse in pace? Non so voi, ma io penso di potermi ritenere fieramente nell’insieme degli incasinati, apparentemente normali, apparentemente non ansiosi, che comunque viene visitato da “bestiate” mentali.

E cosa dire delle emozioni: anche su queste non abbiamo il controllo. Se qualcuno o qualcosa ci rende felice o ci intristisce è fuori dal nostro potere. Non possiamo scegliere cosa ci piace, come ci dovrebbe piacere e perché, né quando né come. Quante volte, però, proviamo qualcosa che ci è scomodo, ci tendiamo, ci agitiamo, ci scomponiamo internamente, magari facendo una fatica enorme per non far trasparire nulla?

La cosa interessante è che la reazione primaria che mettiamo in campo è quella che normalmente funziona meglio per problematiche fisiche: ci tendiamo, come se potessimo spingere via il tale pensiero o la tale emozione. Si tende la fronte, si tendono le spalle, la bocca, il collo, l’addome, le braccia, le gambe, scegliete voi il vostro punto preferito. E si tende qualcosa, che lo sappiate o meno, perché è naturale. Provi rabbia? Ottimo, la rabbia è un messaggio del corpo che ti dice “Ehi, c’è un’ostacolo, levalo”. Provi paura? Altro messaggio “C’è un pericolo, o lo aggredisci e te ne liberi o scappi tu”, e quindi via al cuore, sudori freddi, aggressività.

Gli oggetti mentali: come si suddividono

Un nostro insegnante fa una classificazione molto semplice ed efficace: ci sono gli oggetti mentali piccolimedigrandi. Facile facile, ma vediamoli nel dettaglio.
Cos’è un oggetto mentale piccolo? Un qualcosa che emerge nella nostra mente senza avere la forza necessaria a distogliere la nostra attenzione. Una nota di fondo, un brusio, il flash di un’immagine, è un qualcosa di tendenzialmente trascurabile. Arrivano stimoli continui e naturalmente ne filtriamo la maggior parte. All’interno della pratica non serve fare nulla di particolare, spesso si dissolvono dinnanzi alla consapevolezza, o comunque restano sullo sfondo senza spostarci dall’oggetto primario di attenzione.

Ci sono gli oggetti mentali medi: quelli con un’intensità tale da distoglierci, da richiederci, anche se solo per un attimo, la nostra completa attenzione. Ognuno di noi ha creato strategie più o meno efficaci per gestirli. Sorgono problemi quando i nostri modi di operare in queste situazioni richiedono un dispendio di energia, anche minimo. Non che non sia utile, anzi, ma se il processo si automatizza e, come già detto in precedenza, ci toglie flessibilità, allora ci ritroviamo incastrati senza neanche sapere come.
Troppo teorico? Facciamo degli esempi anche qui: sto studiando e mi viene in mente che devo stendere la lavatrice. Sto parlando con qualcuno e mi ricordo un qualcosa di completamente sconnesso dalla conversazione, perdendomi quindi le parole di chi ho di fronte.

Niente di particolarmente complesso e/o spiacevole. Come ci lavoriamo?
Dobbiamo conoscere in maniera precisa le componenti di quest’oggetto mentale medio, che siano fisiche, che ci siano pensieri, uno stato mentale soggiacente o altro. In questo modo ci sarà possibile starci insieme senza esserne troppo presi, o ancora ridurlo al peso di un oggetto mentale piccolo che magari resta lì, ma non ci disturba.

Chiudiamo con gli oggetti mentali grandi. Questi quando arrivano non ci lasciano. Per quelli medi magari l’attenzione si frammenta per un po’ e poi scopriamo che sono svaniti, o li abbiamo posticipati. Questi restano, grumi di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche spesso difficili da districare. Per quanto ci sforziamo, restano lì, magari lasciandoci tranquilli per qualche ora al giorno, a volte anche meno. Una preoccupazione sul lavoro, le tasse da pagare, un problema di salute, un problema relazionale, un lutto.
Sono oggetti solitamente difficili da gestire, anche perché ci tolgono la consapevolezza. Possono sembrare così grandi da occupare tutto lo spazio mentale, c’è solo quello e nient’altro. Come ci si lavora? per pezzi. Prenderli di petto non servirebbe a nulla, anche perché il tutto accade nella nostra mente. Possiamo districarli, con pazienza e gentilezza, imparando a starci insieme con un attitudine curiosa e conoscitiva più che avversativa.

Gli oggetti mentali: come lavorarci

Facciamo un riassunto: abbiamo evidenziato con vari esempi come ci sia poco controllo su quello che ci capita nella testa, sulle emozioni che proviamo o i pensieri che incontriamo. Non scegliamo nulla di tutto ciò, tranne, forse, il modo di gestirli.

Trattandosi di contenuti mentali dobbiamo considerare delle regole diverse. Perché dirsi di non pensarci non funziona? Perché per poter mettere a fuoco nella mente di non pensare ad un qualcosa stiamo proprio pensando a quel qualcosa. Lo evochiamo e magari ci diciamo “no”, oppure lo tratteniamo involontariamente nel campo di attenzione, sprecando energie per non provare o sentire o pensare ad una cosa che già è lì. Non funziona, sarebbe come spegnere un fuoco usando la benzina.

Lavoriamo sulla nostra consapevolezza: sulla capacità di conoscere in maniera chiara le cose, così come sono. Non come le vorremmo, non come dovrebbero essere, così come sono, con tutti gli annessi. C’è qualcosa che non ci piace, che ci fa provare emozioni per noi difficili, e noi con la Mindfulness ci alleniamo a ricevere tutto il pacchetto. Impariamo ad accogliere con la stessa cura e precisione che potremmo usare per qualcosa di piacevole.

Non lo facciamo per una sorta di autolesionismo, lo facciamo perché tanto già c’è nella nostra esperienza. Ci è andata male? Così è, ci è andata male, non sprechiamo momenti di libertà a perderci dietro al perché poteva andarci meglio. Se ci pensate, è una risposta logica, ma non spontanea di primo acchito. Permettiamo alla nostra mente di farsi spaziosa e libera, libera di poter scegliere come reagire e quando reagire, questo perché diventa chiaro quel che ci accade. Conosciamo le intenzioni che muovono le nostre azioni, le conosciamo per davvero. Siamo campioni mondiali a credere di sapere. Meno sappiamo e più pensiamo di avere una mente chiara e conosciuta “Sono fatto così”. Più coltiviamo la capacità di guardare alla natura dei fenomeni, più scopriamo che c’è ancora tanto da fare e al contempo, che è più semplice di quanto pensiamo.

Questo è il miglior momento

Un protocollo MBSR ti renderà più libero? Sì, ma dipende dall’impegno. Anche una psicoterapia può farlo, in realtà, qualsiasi cosa che sia direttamente indirizzata al benessere della nostra mente ci rende più liberi. La pratica di consapevolezza (Mindfulness) è quella che proponiamo noi, quella che per noi è stata più funzionale.

Perché? Beh, perché no? Se tanto la mente media il mondo in cui viviamo e la vita che facciamo, perché non prendercene cura prima di tutto? Sul sito abbiamo raccolto un po’ di testimonianze, e sicuramente queste rendono più di mille parole nostre.

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Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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Gregge di emozioni

Il gregge: riflessioni sulla gerarchia mentale delle emozioni

Nel praticare mindfulness, con diverse gradazioni di accuratezza, emerge quanto la consapevolezza abbia una caratteristica equanime. Lo sguardo che, consapevole, prende nota, non aggiunge giudizi o livelli, non aggiunge. Nota quello che è per come è.

È importante tenere a mente il concetto di “gradazioni di accuratezza”. Più si fa chiara la visione e più si fa profonda la pratica, maggiori sono le occasioni di scoprire se effettivamente siamo equanimi o se stiamo lasciando fuori qualcosa. Magari possiamo passare dal credere di aver assaggiato la vera essenza di qualcosa, per poi ritrovarci a terra basiti, all’idea di aver colto solo un frutto di un prato, o di una valle.

Questo è ciò che amo. La pratica di consapevolezza non è lineare. Ognuno ha i suoi tempi, fa i suoi scivoloni e prende le giuste schienate. Ma se c’è volontà, ogni volta si guadagna una lezione nuova. Ma veniamo al dunque, perché parlare di gerarchia mentale delle emozioni? Perché di recente ho fatto una scoperta.

Ero fermo nella credenza di esser consapevole delle emozioni: a volte in maniera più netta, a volte solo al sorgere o allo svanire. Uso un’immagine: per me la consapevolezza delle emozioni era un po’ come lo sguardo di un pastore sul suo gregge. A volte il pastore distratto si perde una pecora, deve recuperarne un’altra dai rovi, poi tenerle di nuovo insieme perché siano tutte nel suo sguardo. Forse, più che distratto, agli inizi del suo lavoro. Comunque, lo sguardo del pastore lo intendo come equanime. Quelle che vede sono pecore diverse, con i loro caratteri e le loro fisicità, ma alla fine sono “semplicemente” pecore.

Questo tipo di osservazione mi sembrava equanime. Anziché notare un gregge di pecore, noto un gregge di emozioni. C’è tristezza, c’è gioia, c’è felicità, c’è dispiacere. “Semplicemente” emozioni. Poi, mi sono reso conto che per qualcuna c’era una gerarchia. Come se tenessi tutto il gregge davanti ai miei occhi, tranne la mia pecora preferita, che mi tengo al fianco. E se guardo il gregge, se guardo lontano, cosa colgono i miei occhi? Quello che c’è lontano, non ciò che mantengo al fianco.

Mi sono accorto che rabbia aveva una gerarchia diversa dalle altre e che, quindi, non riceveva lo stesso sguardo equanime. Quelle sono le emozioni, poi c’è Rabbia. Rabbia si merita una lettera maiuscola e si merita un posto speciale. E cos’era a farle meritare tutto questo? La fissità del mio sguardo.

Dopo questa scoperta c’è stato il desiderio di scrivere qualcosa al riguardo, ma ci è voluto tempo, serviva che ci fosse più chiarezza. Ho letto un articolo poco dopo che mi ha aiutato molto, scritto da un’istruttrice di yoga. L’ho tradotto e riportato fedelmente, mettendo le fonti, e alla fine inserirò alcune valutazioni.

Sto imparando a fare i conti con qualcosa di recente, ed è questo: sono arrabbiata.

Permettetemi di ripeterlo: sono arrabbiata.

Sono arrabbiata con le persone che per tutta la vita mi hanno detto che non avrei dovuto essere arrabbiata.
Sono arrabbiata con mia madre, che mi ha insegnato la rabbia non fosse qualcosa per “le signorine per bene”.

Nella mia mente, marchiate a fuoco, ci sono le parole di mia madre quand’ero bambina:
“Se non hai nulla di carino da dire, non dire nulla”.

“Non essere arrabbiata”.

“Calmati un po’”.

C’è un mito pericoloso che aleggia nella società, quello che dice che la rabbia è qualcosa di cattivo che non dovrebbe esser sentito.

Ma io sono arrabbiata.

Ed è bellissimo. Va tutto bene. C’è spazio per la mia rabbia. Posso tenerla, proprio come posso tenere la mia felicità e la mia gioia.

Sono una yogini, una terapeuta e un’insegnante di yoga. Se volessi meditare per mandar via la mia rabbia proprio ora potrei, ma scelgo di non farlo. Sto scegliendo di sedere con lei. Non sto più cercando così tanto di farla andare via. Non sto cercando di trasformarla, controllarla o sbarazzarmene. Sto imparando a lasciar essere la mia rabbia. È stanca di esser considerata un cittadino di seconda classe nel panorama interno della mia mente, della mia anima.

Mi sto concedendo di essere arrabbiata. Mi sto liberando dal concetto per cui alcune emozioni sono sbagliate, che altre sono buone. Le emozioni sono quello che sono, quindi sto lasciando andare il giudizio.

La cosa più bella è che, diversamente dalla mia infanzia, la mia ammissione, il riconoscimento della mia rabbia non vuol più dire che il cielo sta cadendo. Non mi ritroverò nei guai col cosmo, Dio o l’universo per aver accettato la mia rabbia e ciò che mi può insegnare.

Per quelli di noi che sono cresciuti in contesti familiari disfunzionali, abbiamo imparato a interiorizzare la nostra rabbia senza mai esprimerla, o ad esprimerla con combinazioni di dolore, furia o violenza. Questi sono due lati della stessa, distruttiva, medaglia. Né l’assoluto diniego e repressione né gli scoppi d’ira sono produttivi.

Quand’ero una bambina, mi dissero che ero “difficile” perché esprimevo la mia rabbia. Il problema è che non ho mai imparato una maniera appropriata per esprimerla. Ho imparato la rabbia fosse qualcosa di cui aver paura, da trattenere fino a che qualcosa non riusciva a farla esplodere come un vulcano dormiente. E sappiamo tutti cosa succede quando un vulcano dormiente, alla fine, erutta.

Quand’ero più giovane, ma già adulta, qualcuno di a me caro mi chiese “Ma che cos’hai da esser così arrabbiata?”.

Mi ci sono voluti 10 anni per essere in grado di rispondere a questa domanda. I primi anni li ho spesi in terapia (e migliaia di ore le ho spese nelle classi di yoga) sono per imparare a non essere così arrabbiata. Ho praticato per esalare via la mia rabbia.

Questo ha permesso alla mia relazione distruttiva con la rabbia di persistere, quindi ho smesso di scusarmi per questa rabbia. Da ora, la esprimerò:

Sono arrabbiata con l’uomo che mi ha colpito, mi ha mancato di rispetto e mi ha urlato contro, mi ha degradato.

Sono arrabbiata per essere cresciuta in una casa che non mi ha dato il tipo di relazioni che meritavo.

Sono arrabbiata per aver imparato da bambina a comparare la rabbia con la violenza e il caos con l’amore.

Sono arrabbiata perché mi hanno insegnato a pigiare le emozioni in una scatola, per poi ritrovarmi nei guai quando non c’era più modo per contenere questo vaso di Pandora.

Sono arrabbiata perché le mie emozioni sono state spesso svalutate, perché mi è stato detto che cosa provare, come provarlo e quando provarlo.

La cosa divertente della rabbia è che più cerchiamo di controllarla, più forza le diamo per controllarci.

Che cosa succederebbe se noi – insegnanti di yoga, insegnanti di scuola, terapeuti e genitori – smettessimo di insegnare alle persone come controllare la loro rabbia e insegnassimo invece come accettarla? Come imparare da essa? Che cosa vorrebbe dire permettere alla rabbia di guidarci e insegnarci, piuttosto che cercare di sbarazzarsene, ignorarla o reprimerla?

Dire semplicemente “Lasciar andare” la rabbia può suonare come una semplificazione esagerata, soprattutto se la lasciamo andare prima che ci abbia insegnato quello per cui è arrivata.

Come possiamo fare per trasformare i messaggi che riceviamo a casa, a scuola, nelle nostre relazioni, quei messaggi sparsi nella nostra vita che dipingono la rabbia come qualcosa di cattivo?

Mi sono seduta su entrambe le poltrone – terapeuta e paziente. Ignorare la nostra rabbia può portarci depressione, ansia, problemi relazionali, malcontento e abuso di sostanze.

Perché dovremmo essere imbrigliati a percepir la rabbia se non avesse un senso?

Dovremmo semplicemente lasciar andare tutto o c’è un valore per la giovane donna stuprata che impara a non esser più paralizzata e ad esprimere la propria rabbia verso lo stupratore? C’è un valore nel giovane uomo che finalmente si permette di essere arrabbiato per l’invalidazione emotiva ricevuta in tutta l’infanzia?

Rabbia non vuol dire aggressione. L’aggressione è quella che segue quando la rabbia non viene “digerita” in maniera sana.

Credo tutti temiamo grandemente il potere della rabbia. Anziché sbatter porte come la teenager arrabbiata che ero una volta, sto lasciando che la mia rabbia mi passi attraverso.

La sto invitando ad entrare e sto ascoltando cos’ha da insegnarmi.

Con un gesto della penna scrivo: sono arrabbiata. Mi sto concedendo di sentire quest’emozione.

Non sto cercando di sbarazzarmene o cambiarla. La sto facendo passare, accettandola per come è.

È una voce che guida e ispira.

Non temendola più, sto imparando dal potere trasformativo che ha risvegliato. Una volta risvegliato, non può più esser messo a dormire.

È solo quando viene pienamente risvegliata che può esser libera di guarire.

Autrice: Whitney Easton

Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2017/03/im-done-apologizing-for-my-anger/

Riflessioni conclusive

Ci sono molte riflessioni interessanti in quest’articolo, ma forse la cosa che più mi ha aiutato è stato leggere “la mia rabbia”. Più volte compare e ad ogni rilettura mi sono accorto che ciò che pensavo fosse mia rabbia era anche di una persona mai vista e mai sentita, una persona di cui stavo leggendo un articolo. È mia la rabbia? È sua la rabbia? È rabbia. Quante cose non ho osservato per la fissità del mio sguardo? Quante cose posso scoprire, accogliendo qualcosa di nuovo?

A volte mi scordo che rabbia ha preso l’abitudine di mettersi nel suo spazio riservato affianco a me. Mi scordo che lì viene resa speciale. Ma a volte mi ricordo. A volte noto e la includo nel gregge come il resto. Non importa quanto intensa, non importa quanto giustificata. Alla fine è solo un’emozione.

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Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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