Mindfulness Relazionale

Mindfulness Relazionale: Insight Dialogue, meditazione e libertà

Il titolo di quest’articolo riprende l’edizione italiana (2016) di un libro del 2007 scritto da Gregory Kramer: “Insight Dialogue: The Interpersonal Path to Freedom“.
Come abbiamo parlato in altri articoli degli interventi Mindfulness-Based e di Mindfulness Meditation, con l’Interpersonal Mindfulness Program in partenza, diventa doveroso parlare delle origini della Mindfulness Relazionale.

Per cominciare, è bene precisare una cosa: l’IMP (Interpersonal Mindfulness Program) non è un percorso di Insight Dialogue, come un protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) non è un percorso di Vipassana (aka Mindfulness Meditation/Insight Meditation).
Entrambi i percorsi prendono ispirazione da queste pratiche “radice” in maniera superficiale. Questo non vuol dire che le banalizzino, anzi. Vuol dire che, chi si approccia a questi programmi, ha modo di assaggiare la punta di un “tubero” – per continuare con la metafora – che arriva ben più in profondità.

Chi è Gregory Kramer

Gregory Kramer è un personaggio decisamente sfaccettato. Pur essendosi dedicato alla meditazione a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, è stato anche musicista e compositore per la New York University. Ha insegnato lì e scritto musica per film, video e per la danza contemporanea. Da questo percorso si è poi interessato alla tecnologia del suono, e negli anni ’90 è stato tra i fondatori di una disciplina scientifico/tecnologica detta “sonificazione”: lo studio della teoria e applicazione della rappresentazione di dati complessi in formato auditivo. Alla fine degli anni ’90 ha conseguito un PhD sull’uso di Internet come ambiente per la comunicazione umana e ha esplorato le potenzialità della Rete per l’insegnamento e la pratica di meditazione.

Come dicevo in precedenza, Gregory si è anche formato come insegnante di meditazione Vipassana facendo riferimento principalemente a insegnanti asiatici (Anagarika Dhammadinna, Ānanda Maitreya Mahanayaka Thero, Achan Sobin Namto e Punnaji Maha Thero). Nel panorama occidentale è visiting teacher al BCBS – Barre Center for Buddhist Studies. Dedica gran parte del suo studio ai sutta (discorsi) del Buddha come trasmessi dal canone pali (la lingua usata per i primi discorsi, una versione semplificata del sanscrito adatta a raggiungere il maggior numero di persone possibili).

Perché sviluppare una meditazione di consapevolezza relazionale

Nella pratica individuale, quella che si può coltivare con un protocollo MBSR, col tempo sviluppiamo la capacità di identificare e sciogliere vecchi schemi di reazione. Ci disidentifichiamo da ciò che l’abitudine e l’esperienza ha sedimentato in noi, e lo facciamo in modo sano e saggio. Va anche detto che non si può negare le relazioni siano un crogiolo sempre caldo di reattività emotiva e proiezioni mentali. Nel confronto con l’altro, il nostro Io è più spesso tirato in ballo e più spesso manifesta la sua forza e le sue facce. Ci ritroviamo a soffrire perché spesso reagiamo a vecchi schemi condizionati.

Medito, medito, ma poi quando parlo con x (dove x sta a chi volete voi) mi ribolle proprio il sangue“. Credo questo esempio sia sufficiente a richiamarci almeno un ricordo. Diventa difficile mantenere l’intenzione di essere consapevoli. Quando il linguaggio entra in gioco, facilmente l’attenzione si ritrova sequestrata.

Anche qui possiamo chiudere gli occhi e immaginarci in un dialogo: quanto è difficile mantenere l’attenzione su quello che diciamo e sul resto dell’esperienza? Riusciamo a sentire il corpo e le sue risposte? Spesso ci perdiamo dei pezzi. Sono proprio questi pezzi che ci rendono più vulnerabili alle risposte automatiche e inconsapevoli.

Cosa non è l’Insight Dialogue

Come al solito, vogliamo chiarire cosa l’ID non è, prima di dire cosa è. Non è un modo per migliorare le nostre skills comunicative, per renderci più performanti. Non è nemmeno una meditazione parlata che sostituisce la pratica silenziosa individuale.
È da una profonda presenza in singolo che ci si può aprire all’altro nella pratica diadica con beneficio. Se non riesco ad ascoltare quello che mi succede e incontro un’altra persona nelle mie stesse condizioni, mi ritroverò a fare una semplice chiacchierata convinto di meditare.
La condizione ottimale è quella in cui due persone con forte presenza si incontrano e si aprono all’esperienza contemplativa relazionale. Questa è una condizione ideale, ma è per mettere in evidenza che lo stato mentale conta. La pratica individuale funziona da base per le pratiche dell’ID.

Insight Dialogue come meditazione di consapevolezza relazionale

Quello che l’Insight Dialogue veicola non sono solo le pratiche e tecniche di consapevolezza, ma anche una visione circa la natura della mente e la possibilità di libertà dai condizionamenti che la imprigionano e creano sofferenza. Non è uno studio che si esaurisce in nove settimane, può dare frutti per un’intera vita. Si può parlare legittimamente di Vipassana relazionale, o ancora di una forma di vipassana che approfondisce la dimensione relazionale.

L’Insight Dialogue è fondato sula meditazione di consapevolezza individuale: è già stato detto in precedenza, non è un’alternativa, bensì un’estensione della pratica al momento della relazione. Senza avere idea di cosa voglia dire essere consapevoli, di cosa sia lo stato di coscienza chiamato “consapevolezza”, non è possibile intraprendere la pratica dell’Insight Dialogue. Se vogliamo, è una versione di vipassana avanzata. Prima si parte da sé, poi si apre all’altro.

L’Insight Dialogue, inoltre, segue gli insegnamenti fondamentali del Buddha, gli stessi che illuminano e guidano la meditazione di consapevolezza tradizionale. Insegnamenti universali, non settari e non religiosi: la sofferenza appartiene a tutte le creature viventi, e tutte le creature viventi, in fondo, vogliono essere felici.

Come si struttura l’Insight Dialogue

Come ogni pratica meditativa, l’Insight Dialogue si compone di istruzioni. Queste linee guida hanno lo scopo di orientare l’attenzione a notare e osservare certi aspetti della nostra esperienza, interna ed esterna. Con la pratica e la ripetizione, queste istruzioni svelano strati sempre più profondi della mente umana: serve tempo, pazienza, diligenza, curiosità. Ogni istruzione ha la finalità di coltivare una specifica qualità meditativa per quanto riguarda la dimensione relazionale.

Oltre a queste linee guida sono presenti anche delle contemplazioni, temi che si esplorano insieme dopo i periodi di meditazione individuale. Questi temi sono universali, strutturati in modo tale che possano includere tutti i partecipanti. Sono anche inesauribili, quindi di tale portata e profondità che ogni volta diventa possibile esplorarne solo una parte. Il punto nell’affrontare questi temi non è quello di arrivare ad una soluzione, ma di arrivare ad un dialogo tra menti in stato meditativo. Quando due o più menti in stato meditativo esplorano con consapevolezza una contemplazione, lo stato mentale si fa “contagioso”, e la possibilità di sviluppare intuizioni liberatorie si potenzia.

Alla radice di tutto, noi nasciamo in relazione. Il nostro stato mentale e quello altrui si influenzano in una interdipendenza continua. Provate a immaginare cosa può voler dire praticare con qualcuno di ben radicato, che agisce come un’ancora e ci sostiene, stabilizzando la nostra mente. Provate a immaginare qualcosa di più concreto ancora: una persona che su di voi ha un effetto calmante, contro una persona che sapete agitarvi molto.

Alla fine, se siamo qui e non siamo monaci, vogliamo semplicemente trovare un modo di vivere felici non solo sul cuscino, ma anche con gli altri.

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Portare la pratica nella relazione: esserci ed aprire all’altro

Spesso crediamo che la pratica Mindfulness si limiti alla sfera individuale. Nulla di più sbagliato: è possibile praticare e portare consapevolezza nella relazione. Anche, e soprattutto, nelle difficoltà.

Alzi la mano chi non si è mai sentito ferito da un’altra persona. Non vi posso vedere, ma credo che le vostre mani siano rimaste ben salde ed immobili al loro posto. E’ il segreto di pulcinella: gran parte della sofferenza e dello stress che accumuliamo è dovuta alle nostre quotidiane difficoltà relazionali. Compagni, figli, genitori, amici, colleghi, clienti, conoscenti, sconosciuti: siamo circondati, si salvi chi può ;-).

Non siamo isole, siamo animali sociali fatti per stare insieme ed interagire ma le relazioni spesso sono per noi la fonte più acuta di reattività automatica, confusione e sofferenza. Spesso ci aggrovigliamo, ci cristallizziamo nel nostro punto di vista e questo fa sorgere quelle nostre tipiche modalità meccaniche e condizionate di interazione che ci portiamo dietro da anni. Facciamo di tutto per difendere il nostro io e quando l’ego prende il controllo, il banco salta. Il noi si frammenta in “io” e “tu”, sorgono barriere inutili e pericolose che col tempo tendono a diventare indistruttibili.

Portare la pratica nell’incontro con l’altro

Le relazioni sono dei veri e propri facilitatori del pilota automatico. Ognuno di noi ha la sua reazione preferita nelle difficoltà interpersonali: fuga, attacco, blocco. Rabbia e dominio, paura, confusione, sensazione di avere le spalle al muro, di essere dominati. Il pilota automatico vuole avere il controllo, cristallizza la situazione, mette il nostro io davanti a tutto. La consapevolezza invece ci fa provare fiducia verso quello che emerge attimo dopo attimo nella relazione. Tutto cambia, sempre. Osservare e ricevere il cambiamento mentre si manifesta ci prepara alla risposta e non alla reazione.Se pratichiamo abbiamo gli strumenti per rendercene conto e fermarci, fare pausa. Quando ci fermiamo facciamo in modo che la consapevolezza ritorni e accenda la luce sulla reazione in corso.

Riconoscere la reazione mentre si sviluppa nel presente crea le condizioni per lasciar essere. C’è rabbia? Bene. C’è tristezza? Bene. C’è fastidio, avversione? Bene. Lasciamo che ci sia quello che c’è, non sprechiamo energie preziose nel tentativo di cambiare forzatamente la situazione.

Accogliamo ricettivi e gentili quello che si presenta alla consapevolezza, anche al di fuori, perchè di fronte a noi c’è un’altra persona: magari a volte nemmeno ce ne accorgiamo, talmente l’attenzione è rivolta al nostro interno. Apriamoci, includiamo anche lei nella nostra esperienza. Spostiamo il baricentro della nostra attenzione oltre i confini della nostra pelle. Portiamo la nostra pratica individuale nella parola e diciamo ciò che riteniamo vero e utile nel momento presente. Nulla di più e nulla di meno. Mutualità, reciprocità, relazione.

Nella relazione, siamo invitati ad ascoltare in profondità e con curiosa attenzione le nostre parole, i nostri gesti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo. Ed aprendo, facciamo lo stesso con le parole, i gesti, le emozioni e gli stati d’animo dell’altro. Ma c’è di più, molto di più. Quando c’è consapevolezza nella relazione, “io” e “tu” si fondono, creano un campo relazionale dove cadono le divisioni e nel quale ascolto e parola sorgono insieme. Emergono emozioni, significati ed intenzioni co-create che non hanno un vero e proprio proprietario: ascoltiamole in profondità. Abdichiamo al controllo, arrendiamoci semplicemente a quello che succede e ci accorgeremo di quanto rivoluzionario sia questo modo di porsi.

 

 

 

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