Neuroscienze e protocollo MBSR: come cambia il cervello?

Può la pratica Mindfulness modificare il nostro cervello portando all’aumento della materia grigia in alcune aree? Se sì, quali sono le aree più interessate a questo processo di plasticità cerebrale?

Le Neuroscienze parlano chiaro: il nostro cervello non è statico. E’ un sistema in continuo cambiamento, altamente plastico ed in grado di modificarsi anche sostanzialmente qualora ce ne fosse bisogno. Stiamo parlando di un processo simile all’andare in palestra: più alleniamo un muscolo, più questo cresce; in maniera simile, più un’area cerebrale viene sollecitata, più la sua massa aumenta, si modifica, si sviluppa.

Questa capacità del cervello di modificarsi in base alle esigenze, all’ambiente e all’esperienza viene chiamata plasticità cerebrale.

Numerosi studi neuroscientifici hanno dimostrato che anche la meditazione rientra tra gli stimoli in grado di modificare il nostro cervello: la pratica Mindfulness sembrerebbe infatti rafforzare la materia bianca (ovvero quella parte del cervello composta da fibre che facilitano la comunicazione neurale tra le varie aree) e aumentare il volume di alcune aree cerebrali fondamentali nei processi della vita quotidiana.

Oggi prenderemo in esame uno studio molto interessante del 2011, condotto dal gruppo di ricerca di Sarah Lazar (Harvard University) e firmato da Brigitta Holzel.

La domanda di questo studio è molto semplice: la meditazione Mindfulness modifica il nostro cervello? può la pratica Mindfulness portare all’aumento della materia grigia in alcune aree? Se sì, quali sono le aree più interessate a questo processo di plasticità cerebrale?

Lo studio ha preso in esame le modificazioni cerebrali e l’aumento di materia grigia in seguito alla partecipazione al protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction). I partecipanti al protocollo (gruppo sperimentale, 16 soggetti) ed il gruppo di controllo (17 soggetti non partecipanti al corso) sono stati sottoposti a due scansioni cerebrali anatomiche: una prima dell’inizio e una alla fine del percorso. In fase di analisi dei dati, le scansioni pre e post-protocollo di entrambi i gruppi sono state confrontate per valutare eventuali differenze significative.

Cosa ci dicono i risultati? Lo studio ha confermato le ipotesi dei ricercatori. Il confronto tra gruppo sperimentale e gruppo di controllo ha portato alla luce un aumento di materia grigia (riscontrato solo nel gruppo sperimentale) in almeno quattro aree cerebrali: ippocampo, giunzione temporo-parietale, corteccia cingolata posteriore e cervelletto.

A cosa servono queste aree? Perché giocano un ruolo importante nella mediazione degli effetti benefici della Mindfulness?

Ippocampo

Molti studi hanno riportato differenze morfologiche significative a livello dell’ippocampo tra meditanti e non meditanti. Si ritiene che l’ippocampo giochi un ruolo centrale nella mediazione di quelli che sono alcuni effetti benefici della Mindfulness e questo sembra essere dovuto al suo coinvolgimento nella modulazione dello stato di allerta e di responsività generale agli stimuli. Inoltre, l’ippocampo ha un ruolo importante anche nella regolazione emotiva ed i cambiamenti strutturali e morfologici in quest’area a seguito della pratica Mindfulness potrebbero riflettere una migliore capacità di regolazione emotiva. A conferma dei risultati di questo studio, molte condizioni patologiche, come la depressione maggiore e il disturb post traumatico da strss sembrano essere associate ad una diminuizione di massa cerebrale nell’ippocampo.

Giunzione temporo-parietale (TPJ)

Un’altra area interessante di cui questo esperimento ha messo in luce un aumento di sostanza grigia è la giunzione temporo-parietale. Quest’area gioca un ruolo fondamentale nell’esperienza cosciente del nostro sè, permettendo l’integrazione del nostro senso del sè nel corpo. Disturbi in questa regione cerebrale portano ad esperienze bizzarre come le out of body experience e le heautoscopie, fenomeni cerebrali caratterizzati dalla percezione di un sè al di fuori dei confini corporei.

Inoltre, quest’area ha un ruolo importante nella cognizione sociale, la nostra abilità di metterci nei panni degli altri per comprenderne meglio il comportamento, sia a livello visuo-spaziale, sia a livello emotivo-affettivo. Come dice Jon Kabat Zinn, la pratica Mindfulness è caratterizzata sia dalla consapevolezza di essere interi sia dalla coltivazione della compassione verso noi stessi prima e verso gli altri poi. Quindi possiamo ipotizzare che i cambiamenti volumetrici in questo caso siano dovuti sia alla coltivazione di un sè radicato nel corpo sia ad un aumento dei livelli di compassione.

Cervelletto

Il cervelletto è una struttura che ha tantissimi collegamenti con tutto il resto del cervello. A parte il suo ruolo cruciale nella coordinazione ed il controllo motorio, è una struttura importante nella regolazione emotiva e cognitiva: malfunzionameti in quest’area sono legati al disturbo ossessivo-compulsivo e a altri disturbi affettivi (sindrome cerebellare cognitivo-affettiva).

Data l’importanza che la regolazione emotiva e cognitiva giocano in un funzionamento psicologico sano, i cambi morfologici evidenziati in quest’area potrebbero contribuire agli effetti positivi di un training di Mindfulness sul benessere psicologico generale della persona.

Corteccia cingolata posteriore (PCC)

Molti studi hanno evidenziato che la PCC sia molto attiva quando valutiamo se un’avvenimento/evento/stimolo sia importante e significativo per noi stessi; inoltre è un’area di particolare importanza per l’integrazione e la contestualizzazione emotiva ed autobiografica del nostro senso del sè. Questo sembrerebbe legarsi strettamente alla pratica Mindfulness che richiede l’osservazione dell’esperienza soggettiva nel momento presente: l’aumento della materia grigia in questa regione sembrerebbe essere legata alla sua ripetuta attivazione durante questo processo di osservazione.

Che cosa ci raccontano questi e moltissimi altri dati? La conclusione è molto semplice: pratichiamo, gente, pratichiamo! 😉

 

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Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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Dalai Lama e Desmond Tutu che ridono

Jack Kornfield ,”Trovare la libertà qui ed ora” alcune riflessioni

Nell’articolo uscito su trycicle “Finding Freedom Right Here, Right Now“, Jack Kornfield mette in evidenza come sia possibile vivere imparando dagli errori, rimanendo centrati e presenti alla nostra vita. Viviamo in un mondo ricco di sofferenza. Guardando alla radice di questa sofferenza, non c’è molta differenza fra quella del giorno d’oggi e quella di 2500 anni fa (ai tempi del Buddha). È cambiata la manifestazione esteriore ma ancora ne cerchiamo la libertà; soffriamo perché non otteniamo quello che vogliamo, soffriamo perché veniamo separati da quello che vogliamo, soffriamo perché siamo umani ed è intrinseco nella nostra natura.

Ogni volta in cui si parla del Buddha o del Buddhismo è sempre bene fare una premessa: gli insegnamenti originali del Buddha non avevano lo scopo di fondare una religione, bensì di fornire un metodo per poter gestire la sofferenza, vivendo al massimo della pienezza la condizione umana. Buddha studiò lo “stress” affinando la sua mente. Non fece altro che proporre una filosofia di vita per la libertà dai condizionamenti alla base di ogni sofferenza. Fece anche qualcosa di rivoluzionario: propose un metodo. Non si limitò a diffondere insegnamenti meramente teorici, non parlò di nulla che non fosse praticabile in maniera diretta.

Questi insegnamenti sono quelli che hanno permesso agli approcci Mindfulness-Based di mettere radici: Jon Kabat-Zinn non ha fatto altro che proporre la pratica di consapevolezza al mondo occidentale, con una struttura facilmente digeribile a livello culturale: nessun nome esotico, nessuna appartenenza religiosa o settaria, semplicemente un modo per ridurre lo stress e vivere meglio.

Ma in fondo, come già detto, anche quando il Buddha era vivo non c’era interesse a fare una religione né tantomeno una setta. C’era solo tanta compassione verso il genere umano, accomunato da altrettanta sofferenza.

Oggi abbiamo la fortuna di avere la ricerca a supportare i benefici di cui prima si poteva solo fare esperienza diretta. Se vogliamo, è un aiuto per una mente scettica: la pratica di consapevolezza (mindfulness) aiuta nella regolazione delle emozioni, nella stabilizzazione dell’attenzione e nello sviluppare le nostre capacità innate di compassione ed empatia. Tutto questo ci serve a regolarci nelle situazioni difficili, a promuovere cura verso noi stessi e verso gli altri.

La cosa sensazionale è che non serve andare sull’Himalaya, non serve raggiungere un villaggio remoto nel nord dell’India. Non ci troviamo più nel contesto culturale in cui si sono sviluppate le varie correnti del Buddhismo: monasteri isolati e mancanza di mezzi per la diffusione. È facile iniziare una pratica di consapevolezza sia grazie alla diffusione che stanno avendo i protocolli Mindfulness-Based sia grazie alla possibilità che gli insegnanti di meditazione hanno di spostarsi nel mondo. Possiamo sviluppare e coltivare le qualità della pratica anche in questo momento, proprio qui.

Il dilemma della felicità

Kornfield cita una frase di grande impatto:

Mi hanno preso molto – la libertà di tornare nella mia terra, la distruzione dei Templi del Tibet e dei testi sacri, la mia libertà culturale e religiosa – quindi perché dovrei permettergli di prendermi anche la mia felicità?

XIV Dalai Lama

Anche il modo in cui leggiamo la felicità contribuisce alla nostra sofferenza. Se per noi essere felici dipende solo da quante esperienze piacevoli riusciamo a guadagnare, avremo un bel da fare per ritrovarci comunque insoddisfatti. Potremmo gustarci un’ottima cena, del buon vino, un rapporto sessuale appagante, un viaggio in una località esotica, ma che fatica! Tutto quello che in realtà andremo a coltivare è una felicità esterna a noi, costantemente attribuita a fattori spesso non controllabili che potrebbero o meno arrivare. Potremmo nutrire la nostra pancia, la nostra mente, i nostri desideri, ma non il cuore. Una cosa tira l’altra e immagino non sia difficile notare che effetto fa desiderare qualcosa e subito dopo desiderarne un’altra. Potremmo sentirci miserabili anche dall’alto di una montagna di ricchezze.

Kornfield parla di un tipo diverso di felicità, quella che deriva dall’aver cura e amore verso di sé e verso l’esterno. Deriva dall’offrire ciò che abbiamo di buono ad un mondo che tanto ne ha bisogno. La felicità per la generosità, per la propria integrità e per il proprio benessere interiore derivano dalla capacità che coltiviamo di prenderci cura della nostra mente cuore.

Cosa trarre dalla pratica di mindfulness

La pratica di consapevolezza però non è mirata a renderci felici e basta. Ci sono quelle volte in cui proprio non ne ingraniamo una giusta. Facciamo la nostra pratica, la sessione del nostro protocollo, jogging, sport, psicoterapia, yoga, e tant’è ci ritroviamo fuori asse. Kornfield usa un’espressione che vale proprio la pena riportare dall’inglese:

The first step when you fail is to step back and laugh a little bit. You’re only human, you know. 

Il primo passo quando fallisci è fare un passo indietro e farsi una risata. Sei solo umano alla fin fine.

Niente di più vero, anche se non è facile metterselo in testa. Potremmo meditare nella nostra vita per perfezionarci come persone, ma non è neanche quello il punto. Il punto è imparare ad essere compassionevoli verso di noi. La compassione è quella cosa che accoglie tutto con presenza, le nostre bellezze e le nostre paure. Già questo è parte fondante, se non il nucleo, della pratica di consapevolezza. Ci sarà il giorno in cui non ce la faremo. Ci sarà il giorno in cui saremo sommersi in un mare innavigabile, ma con compassione verso la nostra condizione, saremo – in un certo senso – in grado di essere felici anche nell’infelicità. La felicità non dipenderà più dall’esterno, ma sgorgherà dall’interno.

Il bypass

Nel suo articolo, Jack (giusto per non chiamarlo sempre Kornfield) mette in evidenza un punto che mi sta molto a cuore. Spesso, la pratica spirituale e la vita spirituale vengono mal interpretate. Si pensa sia un modo per porsi al di sopra dei dilemmi e delle difficoltà umane. Talvolta si pensa sia un modo per fuggire, raggiungendo un qualche stato mistico e puro. È vero, si possono raggiungere stati di beatitudine legati alla pratica meditativa, ma alla fine della fiera, queste condizioni finiscono e si dovrà fare il solito: lavare i piatti, buttare l’immondizia, cercare di non litigare col vicino.

In mezzo alla compassione, la consapevolezza e le motivazioni più pure, bisogna sempre ricordarsi anche il numero della carta di credito, l’account della banca e le bollette da pagare. Tagliare le emozioni dolorose, le ferite più vecchie e più nuove, i nostri conflitti, ci farebbe mancare la nostra umanità. Saremmo qualcosa di fumoso, come dico spesso “unicorni e arcobaleni” (non credo lo dica anche Kornfield). Siamo tanto consapevolezza purissima quanto un insieme di umane imperfezioni. Il punto della pratica, anche se difficile, è quello di imparare ad amare entrambe.

Jack Kornfield è un insegnante di meditazione vipassana, psicologo e co-fondatore del centro di meditazione Spirit Rock. Nel suo ultimo libro “No time Like the Present: Finding Freedom and Joy Right Where You Are” fornisce una guida pratica per vivere gli insegnamenti del Buddha nel quotidiano. Presenta la filosofia buddhista insieme ad un mix di aneddoti personali, istruzioni pratiche ed estratti della letteratura: un modo per mostrare come possiamo vivere con saggezza anche fra il dolore e le difficoltà.

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La piantina di menta ed il protocollo MBSR: c’è vita nella catastrofe

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare.

Circa due settimane fa, di ritorno dalle ferie, mi sono accorto di una cosa molto spiacevole: la piantina di menta, che aveva dato sapore e freschezza a molti infusi estivi, era seccata.

Non me ne ero più preso cura ed il risultato era evidente: le foglie ed i rami si erano colorati di marrone ed il verde era solo un ricordo. Il primo pensiero è stato: “Vabbè, la butto e ne compro un’altra”.

Poi, la mia attenzione è stata catturata da un piccolo germoglio verde che, a fatica, stava spuntando da un ramo. Questo estremo tentativo di vivere nonostante la catastrofe circostante ha fatto emergere in me una chiara sensazione di tenerezza. Ho deciso di proteggerlo e di prendermene cura: ho innaffiato il vaso, tagliato i rami ed eliminato le foglie secche. Ho dato una seconda possibilità alla piantina ed ecco il risultato:

 

 

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare. È possibile paragonarci alla menta? Assolutamente sì.

Quando smettiamo di prenderci cura di noi stessi, quando tagliamo i ponti con la realtà, rifugiandoci nel passato, nel futuro, nelle storie che ci raccontiamo, quando ci neghiamo la sofferenza… che succede? Soffriamo ancora di più, appassiamo e diventiamo secchi, proprio come la piantina. E quando siamo secchi, abbiamo pochissima energia, corriamo il rischio di annegare, anche in un semplice bicchiere d’acqua. Quando siamo secchi, lo stress si ingigantisce, ci relazioniamo ad esso in maniera reattiva e disfunzionale ed una goccia d’acqua si trasforma subito in un temporale.

Ognuno di noi, però, porta dentro di sé un germoglio, piccolo, indifeso, quasi invisibile. Ma c’è ed è pronto a sbocciare in qualsiasi momento. Le nostre risorse individuali sono come il germoglio di menta: a volte, a causa delle foglie e dei rami secchi, fatichiamo a vederle, a riconoscerle, ad utilizzarle. Ci sembra tutto arido, morto, ma se iniziamo a portare attenzione potremmo accorgerci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.

Il protocollo MBSR non è la soluzione a tutti i mali, è un percorso che chiede molto impegno e che ci da un’enorme possibilità: prenderci cura di noi, qui, ora.

Allenare la mente all’attenzione ed il cuore all’apertura ci permette di renderci conto dei nostri schemi mentali reattivi e potarli con gentilezza. Una volta ridotti i rami secchi, si crea uno spazio tranquillo che ci permette di notare le nostre risorse individuali e di coltivarle quotidianamente. Facciamo spazio per ritornare verdi e vivi.

Il protocollo MBSR ci insegna che lo stress e la sofferenza esistono, fanno parte della condizione umana, non si possono eliminare. La cosa buffa è che quello stress lo creiamo noi, siamo i registi della catastrofe che ci circonda. Come è possibile? Siamo stressati e soffriamo a causa del nostro modo di relazionarci con la realtà esterna. Facciamo di tutto per non entrare in contatto con quello che ci regala il presente (sì, anche la sofferenza è un dono, scomodo ma prezioso), ci attacchiamo morbosamente al passato o al futuro, portando poca attenzione alla realtà.

Abbiamo detto che lo stress è ineliminabile e questa è una verità indiscutibile… ma si può ridurre. Abbiamo la possibilità liberarci quotidianamente e questa è un’altra verità inoppugnabile. Come? Prendendoci cura di noi stessi, coltivando la consapevolezza, l’apertura e l’attenzione, applicando alla vita quotidiana quello che le pratiche Mindfulness ci insegnano e ci fanno scoprire. Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Instancabili e minuziosi giardinieri della nostra mente.

Con un costante ed intenzionale lavoro su noi stessi, ci accorgeremo che quel germoglio di menta piano piano ritornerà ad essere una pianta verde e rigogliosa. Certo, siamo e saremo costantemente a rischio di seccare: ma avremo gli strumenti per potare e innaffiare.

 

 

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Mindfulness Relazionale

Mindfulness Relazionale: Insight Dialogue, meditazione e libertà

Il titolo di quest’articolo riprende l’edizione italiana (2016) di un libro del 2007 scritto da Gregory Kramer: “Insight Dialogue: The Interpersonal Path to Freedom“.
Come abbiamo parlato in altri articoli degli interventi Mindfulness-Based e di Mindfulness Meditation, con l’Interpersonal Mindfulness Program in partenza, diventa doveroso parlare delle origini della Mindfulness Relazionale.

Per cominciare, è bene precisare una cosa: l’IMP (Interpersonal Mindfulness Program) non è un percorso di Insight Dialogue, come un protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) non è un percorso di Vipassana (aka Mindfulness Meditation/Insight Meditation).
Entrambi i percorsi prendono ispirazione da queste pratiche “radice” in maniera superficiale. Questo non vuol dire che le banalizzino, anzi. Vuol dire che, chi si approccia a questi programmi, ha modo di assaggiare la punta di un “tubero” – per continuare con la metafora – che arriva ben più in profondità.

Chi è Gregory Kramer

Gregory Kramer è un personaggio decisamente sfaccettato. Pur essendosi dedicato alla meditazione a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, è stato anche musicista e compositore per la New York University. Ha insegnato lì e scritto musica per film, video e per la danza contemporanea. Da questo percorso si è poi interessato alla tecnologia del suono, e negli anni ’90 è stato tra i fondatori di una disciplina scientifico/tecnologica detta “sonificazione”: lo studio della teoria e applicazione della rappresentazione di dati complessi in formato auditivo. Alla fine degli anni ’90 ha conseguito un PhD sull’uso di Internet come ambiente per la comunicazione umana e ha esplorato le potenzialità della Rete per l’insegnamento e la pratica di meditazione.

Come dicevo in precedenza, Gregory si è anche formato come insegnante di meditazione Vipassana facendo riferimento principalemente a insegnanti asiatici (Anagarika Dhammadinna, Ānanda Maitreya Mahanayaka Thero, Achan Sobin Namto e Punnaji Maha Thero). Nel panorama occidentale è visiting teacher al BCBS – Barre Center for Buddhist Studies. Dedica gran parte del suo studio ai sutta (discorsi) del Buddha come trasmessi dal canone pali (la lingua usata per i primi discorsi, una versione semplificata del sanscrito adatta a raggiungere il maggior numero di persone possibili).

Perché sviluppare una meditazione di consapevolezza relazionale

Nella pratica individuale, quella che si può coltivare con un protocollo MBSR, col tempo sviluppiamo la capacità di identificare e sciogliere vecchi schemi di reazione. Ci disidentifichiamo da ciò che l’abitudine e l’esperienza ha sedimentato in noi, e lo facciamo in modo sano e saggio. Va anche detto che non si può negare le relazioni siano un crogiolo sempre caldo di reattività emotiva e proiezioni mentali. Nel confronto con l’altro, il nostro Io è più spesso tirato in ballo e più spesso manifesta la sua forza e le sue facce. Ci ritroviamo a soffrire perché spesso reagiamo a vecchi schemi condizionati.

Medito, medito, ma poi quando parlo con x (dove x sta a chi volete voi) mi ribolle proprio il sangue“. Credo questo esempio sia sufficiente a richiamarci almeno un ricordo. Diventa difficile mantenere l’intenzione di essere consapevoli. Quando il linguaggio entra in gioco, facilmente l’attenzione si ritrova sequestrata.

Anche qui possiamo chiudere gli occhi e immaginarci in un dialogo: quanto è difficile mantenere l’attenzione su quello che diciamo e sul resto dell’esperienza? Riusciamo a sentire il corpo e le sue risposte? Spesso ci perdiamo dei pezzi. Sono proprio questi pezzi che ci rendono più vulnerabili alle risposte automatiche e inconsapevoli.

Cosa non è l’Insight Dialogue

Come al solito, vogliamo chiarire cosa l’ID non è, prima di dire cosa è. Non è un modo per migliorare le nostre skills comunicative, per renderci più performanti. Non è nemmeno una meditazione parlata che sostituisce la pratica silenziosa individuale.
È da una profonda presenza in singolo che ci si può aprire all’altro nella pratica diadica con beneficio. Se non riesco ad ascoltare quello che mi succede e incontro un’altra persona nelle mie stesse condizioni, mi ritroverò a fare una semplice chiacchierata convinto di meditare.
La condizione ottimale è quella in cui due persone con forte presenza si incontrano e si aprono all’esperienza contemplativa relazionale. Questa è una condizione ideale, ma è per mettere in evidenza che lo stato mentale conta. La pratica individuale funziona da base per le pratiche dell’ID.

Insight Dialogue come meditazione di consapevolezza relazionale

Quello che l’Insight Dialogue veicola non sono solo le pratiche e tecniche di consapevolezza, ma anche una visione circa la natura della mente e la possibilità di libertà dai condizionamenti che la imprigionano e creano sofferenza. Non è uno studio che si esaurisce in nove settimane, può dare frutti per un’intera vita. Si può parlare legittimamente di Vipassana relazionale, o ancora di una forma di vipassana che approfondisce la dimensione relazionale.

L’Insight Dialogue è fondato sula meditazione di consapevolezza individuale: è già stato detto in precedenza, non è un’alternativa, bensì un’estensione della pratica al momento della relazione. Senza avere idea di cosa voglia dire essere consapevoli, di cosa sia lo stato di coscienza chiamato “consapevolezza”, non è possibile intraprendere la pratica dell’Insight Dialogue. Se vogliamo, è una versione di vipassana avanzata. Prima si parte da sé, poi si apre all’altro.

L’Insight Dialogue, inoltre, segue gli insegnamenti fondamentali del Buddha, gli stessi che illuminano e guidano la meditazione di consapevolezza tradizionale. Insegnamenti universali, non settari e non religiosi: la sofferenza appartiene a tutte le creature viventi, e tutte le creature viventi, in fondo, vogliono essere felici.

Come si struttura l’Insight Dialogue

Come ogni pratica meditativa, l’Insight Dialogue si compone di istruzioni. Queste linee guida hanno lo scopo di orientare l’attenzione a notare e osservare certi aspetti della nostra esperienza, interna ed esterna. Con la pratica e la ripetizione, queste istruzioni svelano strati sempre più profondi della mente umana: serve tempo, pazienza, diligenza, curiosità. Ogni istruzione ha la finalità di coltivare una specifica qualità meditativa per quanto riguarda la dimensione relazionale.

Oltre a queste linee guida sono presenti anche delle contemplazioni, temi che si esplorano insieme dopo i periodi di meditazione individuale. Questi temi sono universali, strutturati in modo tale che possano includere tutti i partecipanti. Sono anche inesauribili, quindi di tale portata e profondità che ogni volta diventa possibile esplorarne solo una parte. Il punto nell’affrontare questi temi non è quello di arrivare ad una soluzione, ma di arrivare ad un dialogo tra menti in stato meditativo. Quando due o più menti in stato meditativo esplorano con consapevolezza una contemplazione, lo stato mentale si fa “contagioso”, e la possibilità di sviluppare intuizioni liberatorie si potenzia.

Alla radice di tutto, noi nasciamo in relazione. Il nostro stato mentale e quello altrui si influenzano in una interdipendenza continua. Provate a immaginare cosa può voler dire praticare con qualcuno di ben radicato, che agisce come un’ancora e ci sostiene, stabilizzando la nostra mente. Provate a immaginare qualcosa di più concreto ancora: una persona che su di voi ha un effetto calmante, contro una persona che sapete agitarvi molto.

Alla fine, se siamo qui e non siamo monaci, vogliamo semplicemente trovare un modo di vivere felici non solo sul cuscino, ma anche con gli altri.

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