Soffriamo tutti, c’è poco da fare: la #humanitychallenge

Quando perdiamo qualcuno, soffriamo.

Quando le cose non vanno come preventivato, soffriamo.

Quando siamo poco attenti e la vita ci vive, soffriamo.

Quando non abbiamo il corpo che vorremmo, soffriamo.

Quando gli altri non sono come vorremmo ma sono come sono, soffriamo.

Quando ci pensiamo e sentiamo inutili, incapaci, indegni, persi, a pezzi, soffriamo.

Quando ci rifiutano, soffriamo.

Quando rifiutiamo, soffriamo.

Quando la nostra mente fabbrica mondi diversi dalla realtà delle cose, soffriamo.

Quando ci costruiamo una vita parallela sui social per farci accettare, soffriamo.

Quando invidiamo la vita degli altri, soffriamo.

Quando ci sentiamo superiori a qualcuno a cui vorremmo negare il diritto di voto, soffriamo.

Quando perdiamo fiducia negli insegnamenti degli esperti, soffriamo.

Quando crolla un ponte, soffriamo.

Quando abbiamo paura del diverso, soffriamo.

Quando ci sentiamo soli, soffriamo.

Quando creiamo divisioni, soffriamo.

Quando chiudiamo i porti ed i cuori, soffriamo.

Quando costruiamo muri e dividiamo, soffriamo.

Quando diamo dello sporco negro ad una persona, soffriamo.

Quando vediamo solo bianco o nero, quando spariscono le sfumature, soffriamo.

Quando non siamo accolti, soffriamo.

Quando non accogliamo, soffriamo.

Quando non perdoniamo, soffriamo.

Quando non siamo perdonati, soffriamo.

Quando giudichiamo superficialmente, soffriamo.

Quando siamo giudicati superficialmente, soffriamo.

Quando non facciamo spazio, soffriamo.

Quando siamo in balia della rabbia, dell’odio, della confusione e del dubbio, soffriamo.

Quando la gentilezza sparisce, soffriamo.

 

Siamo tutti sullo stesso barcone traballante ed in balia delle onde: la sofferenza ci riguarda tutti da vicino, ci accomuna, non fa distinzioni, è democratica. Insomma, soffriamo tutti, molto spesso. E capirlo, sentirlo, osservarlo dovrebbe bastarci per volere più bene al mondo che ci ospita e a noi.

Vi lanciamo una piccola sfida: regaliamo e regaliamoci intenzionalmente umanità per 10 minuti al giorno. Piccoli gesti eh, nulla di che. E vediamo che succede. Un sorriso ed un saluto ad uno sconosciuto seduto ai bordi della strada, un abbraccio virtuale a chi ci insulta sui social, una buona parola quando vorremmo urlare, un abbraccio quando vorremmo respingere, una carezza a noi stessi quando vorremmo schiaffeggiarci. Sbizzarriamoci.

Chiamiamola #humanitychallenge per stare al passo coi tempi 🙂

 

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Jack Kornfield: la paura e la rabbia nella vita di tutti i giorni

Avversione, rabbia e odio sono stati d’animo che colpiscono la nostra esperienza, la allontanano da noi, facendoci rifiutare ciò che è presente nel momento.

Dobbiamo rassegnarci a comprendere che questi stati d’animo non vengono dall’esterno: questa intuizione è un’inversione del modo ordinario in cui percepiamo la vita. “Di solito – dice il mio maestro Ajahn Chah – crediamo che i problemi esterni ci attacchino”. Le cose sono sbagliate e le persone si comportano male, causando il nostro odio e la nostra sofferenza. Ma per quanto dolorose possano essere le nostre esperienze, sono solo esperienze dolorose finché non aggiungiamo la nostra risposta di avversione o odio. Solo allora sorge la vera sofferenza. Se reagiamo con odio e avversione, queste qualità mentali diventano abituali. Come una risposta autoimmune distorta, la nostra reazione sbagliata di odio non ci protegge, piuttosto, diventa la causa della nostra continua infelicità.

Come possiamo rompere questo tragico circolo vizioso? Solo attraverso una profonda comprensione della rabbia, dell’odio e dell’avversione. Sono energie universali, forze archetipe che causano immense sofferenze nel mondo. La loro fonte deve essere rintracciata nel profondo dei nostri cuori umani. E solo allora scopriremo una verità incredibile: con compassione, con coraggio e impegno, noi possiamo incontrare le forze aggressive della nostra mente e degli altri, e possiamo trasformare queste energie.

Importantissimi socio-biologi come Konrad Lorenz e Robert Ardrey sono arrivati ad ipozzare che la nostra specie, come le scimmie e molti altri animali, porta dentro di sè istinti necessari e inevitabili di territorialità e aggressività. Oggi, la biologia evolutiva e la neuroscienza si occupano attentamente della funzione genetica e dei meccanismi neurali dell’aggressività. Ma il fatto che aggressività, rabbia e avversione siano incorporate nella nostra eredità universale è solo il punto di partenza della psicologia contemplativa. Dopo aver appreso come affrontarli direttamente, per vedere come si presentano e come funzionano nella nostra vita, dobbiamo fare un passo rivoluzionario. Attraverso la profonda pratica dell’intuizione saggia, attraverso la non identificazione e la compassione, ci liberiamo dalla presa di queste forze istintive. Con la dedizione, scopriamo che è possibile farlo.

Avversione e rabbia si manifestano quasi sempre come reazione diretta a una situazione minacciosa o dolorosa. Se non vengono osservati e capiti, crescono e si trasformano in odio. Come abbiamo visto, il dolore e la perdita sono parti innegabili della vita umana. I testi antichi parlano di una vera e propria montagna di dolore e ci dicono che le nostre lacrime di dolore potrebbero riempire tutti e quattro i grandi oceani.

Così come il dolore, la paura è l’altro predecessore comune della rabbia e dell’odio: la paura della perdita, del dolore, dell’imbarazzo, della vergogna, della debolezza, del non sapere. Quando sorge la paura, rabbia e avversione funzionano come strategie per aiutarci a sentirci sicuri, per dichiarare la nostra forza e sicurezza. In realtà, ci sentiamo davvero insicuri e vulnerabili, ma copriamo questa paura e vulnerabilità con rabbia e aggressività. Lo facciamo al lavoro, nel matrimonio, nelle relazioni, in politica. Una situazione di paura diventa rabbia quando non possiamo ammettere di avere paura. Scrive il poeta Hafiz: “la paura è la stanza più economica della casa. Preferisco vederti in condizioni di vita migliori”.

Senza intenzione, siamo condannati a vivere le nostre vite in questa stanza economica. Fortunatamente, possiamo allenarci a vivere con consapevolezza, a incontrare paura e dolore con saggezza invece che con avversione e rabbia. Quando si presenta un evento doloroso o minaccioso, possiamo aprire gli occhi e vederlo da vicino. Quando impariamo a sopportare il nostro dolore e ad affrontare le nostre paure, allora, e solo allora, non lo infliggeremo più a noi stessi e agli altri. Con la consapevolezza, invece di reagire, possiamo rispondere con chiarezza, intenzione, fermezza e compassione. Una risposta saggia include qualsiasi azione, feroce a volte, a patto che questa sia la più premurosa nei confronti della vita, nostra e altrui. Immagina una mente sana e libera dall’odio. All’inizio questo potrebbe sembrare impossibile, un tentativo idealistico di imporre decoro alla nostra natura umana innatamente aggressiva. Ma la libertà dall’odio non è una repressione spirituale, è saggezza di fronte al dolore e alla paura. In una sana risposta al dolore e alla paura, stabiliamo consapevolezza prima che diventi rabbia. Per farlo dobbiamo imparare a tollerare il nostro dolore e la nostra paura. Questo non è facile. Come ha detto James Baldwin, “moltissime persone scoprono che quando l’odio non c’è più, sono costrette ad affrontare il proprio dolore”.

Jack Kornfield

Testo originale qui: https://jackkornfield.com/fear-and-anger/

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Mindfulness e rilassamento: somiglianze e differenze

Molto spesso, sopratutto durante le serate di presentazione del protocollo MBSR, i partecipanti ci chiedono quali siano le differenze tra un intervento per la riduzione dello stress basato sulla Mindfulness ed un training di rilassamento muscolare. Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda, proponiamo qui una sintesi di un recente studio del gruppo di ricerca della Professoressa Sarah Lazar.

Il protocollo di riduzione dello stress basato sulla Mindfulness (MBSR) e la Risposta di Rilassamento (RR) sono due interventi progettati, strutturati ed utilizzati per ridurre lo stress di vita quotidiano. Queste due modalità di intervento condividono alcune similarità – ad esempio, entrambi implicano un’attenzione intenzionale rivolta alle sensazioni corporee che emergono nel momento presente – ma si differenziano in maniera significativa per quel che riguarda moltissimi altri aspetti, soprattutto teorici.

I diversi orientamenti teorici si riflettono sul modo in cui le pratiche di meditazione vengono insegnate e praticate. La differenza più evidente è riscontrabile nel bodyscan, una pratica durante la quale l’attenzione viene spostata in sequenza verso varie parti del corpo. Le istruzioni generali in entrambi i programmi sono le stesse, ma il programma RR istruisce esplicitamente i partecipanti a ridurre intenzionalmente l’eccitazione e la tensione muscolare in ciascuna area del corpo con l’obiettivo di diminuire l’attivazione del sistema nervoso simpatico, il principale artefice della reazione da stress. Al contrario, il programma MBSR pone l’accento sia sul fatto che il rilassamento fisico non sia un obiettivo primario della meditazione che sul prestare attenzione all’esperienza sensoriale presente in ogni area del corpo senza tentare di modificarla, ricevendola così come si presenta. Questa enfasi differenziale sul rilassamento rispetto alla consapevolezza è riscontrabile in tutte le pratiche insegnate nei due programmi.

Possiamo dunque dire che il protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) promuove, attraverso la pratica formale quotidiana, l’emergere di una consapevolezza non giudicante che permetta una disponibilità aperta ed equanime all’esperienza del momento presente, mentre gli interventi RR sono principalmente basati su pratiche che favoriscono il rilassamento muscolare: questo rilassamento sembrerebbe indurre l’attivazione del sistema nervoso parasimpatico che, a sua volta, andrebbe a calmare e ridurre la reazione da stress.

Per comprendere meglio i meccanismi alla base del funzionamento di questi due programmi, le loro similarità e le loro differenze, il gruppo di Sarah Lazar e Brigitta Holzel ha testato sperimentalmente 40 volontari (20 assegnati al protocollo MBSR, 20 al training RR).

I partecipanti sono stati valutati prima e dopo l’intervento attraverso questionari per la valutazione dei livelli di consapevolezza e attenzione, dello stress percepito, delle capacità di self-compassion e delle tendenze alla ruminazione (una forma di pensiero ciclico molto difficile da interrompere e basata su una valutazione negativa di sè stessi e di episodi passati che ha un ruolo molto importante nella depressione maggiore e nel rafforzamento dello stress percepito).

Inoltre, terminata la partecipazione di entrambi i gruppi ai due programmi di riduzione dello stress, i soggetti sperimentali sono stati sottoposti a scansione cerebrale funzionale tramite risonanza magnetica (fMRI), sia in una condizione di riposo, sia durante la pratica del bodyscan specifica per ciascun programma. L’obbiettivo di questa scansione era quello di far emergere eventuali differenze di attivazione e miglioramenti nella connettività funzionale tra alcune aree cerebrali.

I risultati comportamentali dello studio hanno mostrato come entrambi i programmi siano in grado di ridurre significativamente lo stress percepito ed aumentare i livelli di attenzione e consapevolezza verso il momento presente. I partecipanti al protocollo MBSR hanno inoltre mostrato una diminuzione significativa dei meccanismi ruminativi ed un aumento significativo dei livelli di auto-compassione, variazioni non riscontrate nel gruppo RR.

I dati ottenuti tramite la risonanza magnetica funzionale hanno portato alla luce alcune similarità ma anche molte differenze tra i due gruppi sperimentali. Entrambi gli interventi (MBSR e RR) sembrerebbero portare un aumento significativo nella connettività e nella comunicazione cerebrale tra la corteccia prefrontale ventro-mesiale del cervello, che svolge un ruolo importantissimo nell’attenzione, e le aree motorie supplementari, che svolgono un ruolo chiave nel controllo volontario dei muscoli. Questi risultati sono coerenti con lo sviluppo di un’attenzione focalizzata sulle sensazioni corporee ed una consapevolezza presente centrata sul sé.

Per quel che riguarda invece le differenze, l’intervento RR ha prodotto una connettività funzionale più forte tra il giro parietale inferiore destro e le aree motorie supplementari, riflettendo una maggiore inibizione intenzionale ed un’aumentata capacità di controllo del rilassamento muscolare. Nel gruppo MBSR è stato invece riscontrato un aumento significativo della connettività e della comunicazione funzionale tra l’insula anteriore e la corteccia cerebrale anteriore, aumento che riflette una maggiore consapevolezza corporea e una maggiore regolazione emotiva.

Questo studio è stato il primo a valutare le similarità e le differenze tra il protocollo MBSR ed il training RR, sia a livello comportamentale che a livello cerebrale. I risultati , pur mostrandoci come entrambi questi interventi siano in grado di ridurre in maniera statisticamente significativa i livelli di stress percepito e aumentare significativamente i livelli di consapevolezza corporea anche a livello cerebrale, supportano l’idea che i programmi di riduzione dello stress basati sulla consapevolezza non siano identici a quelli basati sul rilassamento. I due interventi sanitari (RR e MBSR) sembrerebbero essere associati a processi psicologici e cerebrali molto diversi fra loro. Le differenze, sia comportamentali che cerebrali, potrebbero essere spiegate dai diversi orientamenti teorici che caratterizzano i due interventi: il protocollo MBSR promuove lo sviluppo di una consapevolezza aperta e non giudicante, mentre il training RR enfatizza l’attenzione alle sensazioni muscolari per indurre uno stato di rilassamento parasimpatico.

 

Riferimento: Sevinc, G., Hölzel, B. K., Hashmi, J., Greenberg, J., McCallister, A., Treadway, M. , & Lazar, S. W. (2018). “Common and dissociable neural activity following mindfulness-based stress reduction and relaxation response programs”, Psychosomatic Medicine.

 

 

 

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Neuroscienze e protocollo MBSR: come cambia il cervello?

Può la pratica Mindfulness modificare il nostro cervello portando all’aumento della materia grigia in alcune aree? Se sì, quali sono le aree più interessate a questo processo di plasticità cerebrale?

Le Neuroscienze parlano chiaro: il nostro cervello non è statico. E’ un sistema in continuo cambiamento, altamente plastico ed in grado di modificarsi anche sostanzialmente qualora ce ne fosse bisogno. Stiamo parlando di un processo simile all’andare in palestra: più alleniamo un muscolo, più questo cresce; in maniera simile, più un’area cerebrale viene sollecitata, più la sua massa aumenta, si modifica, si sviluppa.

Questa capacità del cervello di modificarsi in base alle esigenze, all’ambiente e all’esperienza viene chiamata plasticità cerebrale.

Numerosi studi neuroscientifici hanno dimostrato che anche la meditazione rientra tra gli stimoli in grado di modificare il nostro cervello: la pratica Mindfulness sembrerebbe infatti rafforzare la materia bianca (ovvero quella parte del cervello composta da fibre che facilitano la comunicazione neurale tra le varie aree) e aumentare il volume di alcune aree cerebrali fondamentali nei processi della vita quotidiana.

Oggi prenderemo in esame uno studio molto interessante del 2011, condotto dal gruppo di ricerca di Sarah Lazar (Harvard University) e firmato da Brigitta Holzel.

La domanda di questo studio è molto semplice: la meditazione Mindfulness modifica il nostro cervello? può la pratica Mindfulness portare all’aumento della materia grigia in alcune aree? Se sì, quali sono le aree più interessate a questo processo di plasticità cerebrale?

Lo studio ha preso in esame le modificazioni cerebrali e l’aumento di materia grigia in seguito alla partecipazione al protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction). I partecipanti al protocollo (gruppo sperimentale, 16 soggetti) ed il gruppo di controllo (17 soggetti non partecipanti al corso) sono stati sottoposti a due scansioni cerebrali anatomiche: una prima dell’inizio e una alla fine del percorso. In fase di analisi dei dati, le scansioni pre e post-protocollo di entrambi i gruppi sono state confrontate per valutare eventuali differenze significative.

Cosa ci dicono i risultati? Lo studio ha confermato le ipotesi dei ricercatori. Il confronto tra gruppo sperimentale e gruppo di controllo ha portato alla luce un aumento di materia grigia (riscontrato solo nel gruppo sperimentale) in almeno quattro aree cerebrali: ippocampo, giunzione temporo-parietale, corteccia cingolata posteriore e cervelletto.

A cosa servono queste aree? Perché giocano un ruolo importante nella mediazione degli effetti benefici della Mindfulness?

Ippocampo

Molti studi hanno riportato differenze morfologiche significative a livello dell’ippocampo tra meditanti e non meditanti. Si ritiene che l’ippocampo giochi un ruolo centrale nella mediazione di quelli che sono alcuni effetti benefici della Mindfulness e questo sembra essere dovuto al suo coinvolgimento nella modulazione dello stato di allerta e di responsività generale agli stimuli. Inoltre, l’ippocampo ha un ruolo importante anche nella regolazione emotiva ed i cambiamenti strutturali e morfologici in quest’area a seguito della pratica Mindfulness potrebbero riflettere una migliore capacità di regolazione emotiva. A conferma dei risultati di questo studio, molte condizioni patologiche, come la depressione maggiore e il disturb post traumatico da strss sembrano essere associate ad una diminuizione di massa cerebrale nell’ippocampo.

Giunzione temporo-parietale (TPJ)

Un’altra area interessante di cui questo esperimento ha messo in luce un aumento di sostanza grigia è la giunzione temporo-parietale. Quest’area gioca un ruolo fondamentale nell’esperienza cosciente del nostro sè, permettendo l’integrazione del nostro senso del sè nel corpo. Disturbi in questa regione cerebrale portano ad esperienze bizzarre come le out of body experience e le heautoscopie, fenomeni cerebrali caratterizzati dalla percezione di un sè al di fuori dei confini corporei.

Inoltre, quest’area ha un ruolo importante nella cognizione sociale, la nostra abilità di metterci nei panni degli altri per comprenderne meglio il comportamento, sia a livello visuo-spaziale, sia a livello emotivo-affettivo. Come dice Jon Kabat Zinn, la pratica Mindfulness è caratterizzata sia dalla consapevolezza di essere interi sia dalla coltivazione della compassione verso noi stessi prima e verso gli altri poi. Quindi possiamo ipotizzare che i cambiamenti volumetrici in questo caso siano dovuti sia alla coltivazione di un sè radicato nel corpo sia ad un aumento dei livelli di compassione.

Cervelletto

Il cervelletto è una struttura che ha tantissimi collegamenti con tutto il resto del cervello. A parte il suo ruolo cruciale nella coordinazione ed il controllo motorio, è una struttura importante nella regolazione emotiva e cognitiva: malfunzionameti in quest’area sono legati al disturbo ossessivo-compulsivo e a altri disturbi affettivi (sindrome cerebellare cognitivo-affettiva).

Data l’importanza che la regolazione emotiva e cognitiva giocano in un funzionamento psicologico sano, i cambi morfologici evidenziati in quest’area potrebbero contribuire agli effetti positivi di un training di Mindfulness sul benessere psicologico generale della persona.

Corteccia cingolata posteriore (PCC)

Molti studi hanno evidenziato che la PCC sia molto attiva quando valutiamo se un’avvenimento/evento/stimolo sia importante e significativo per noi stessi; inoltre è un’area di particolare importanza per l’integrazione e la contestualizzazione emotiva ed autobiografica del nostro senso del sè. Questo sembrerebbe legarsi strettamente alla pratica Mindfulness che richiede l’osservazione dell’esperienza soggettiva nel momento presente: l’aumento della materia grigia in questa regione sembrerebbe essere legata alla sua ripetuta attivazione durante questo processo di osservazione.

Che cosa ci raccontano questi e moltissimi altri dati? La conclusione è molto semplice: pratichiamo, gente, pratichiamo! 😉

 

Se ti interessa sapere qualcosa di più sulla Mindfulness e sul protocollo MBSR, clicca qui.

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Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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