Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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Non siamo isole: la Mindfulness e la potenza gentile del gruppo

“Individualmente non possiamo fare granché. Per questo, trovare rifugio nel gruppo, trovare rifugio nella comunità, è una pratica molto forte e importante. […] Se non siamo sostenuti da un gruppo di amici che sono motivati dallo stesso nostro ideale e dalla nostra stessa pratica, non faremo molta strada”. Thich Nhat Hanh

No group, no life.

Siamo animali sociali e la nostra storia evolutiva ci ha portato ad unirci in gruppi per sopravvivere e per riprodurci. Viviamo in comunità per semplificarci la vita e perché, volenti o nolenti, il nostro cervello non è programmato per essere un’isola. Funzioniamo meglio in rete, anche se molto spesso ci raccontiamo e crediamo alla favoletta del lupo solitario. Il gruppo è nel nostro DNA, è la radice che ci ancora alla vita.

Non ci dobbiamo quindi stupire se anche il protocollo MBSR e qualsiasi altro intervento basato sulla pratica Mindfulness siano fondati sul gruppo. La pratica di gruppo è uno dei pilastri imprescindibili. Ma perché?

La nostra pratica personale sostiene quella del gruppo e la pratica del gruppo sostiene la nostra.

 È un circolo virtuoso che si autoalimenta. Può sembrare un semplice e banale detto popolare ma, davvero, l’unione fa la forza.

Iniziare una pratica personale può essere davvero difficile, quasi impossibile se siamo da soli. Il gruppo serve per rafforzare questa intenzione: non siamo soli, ci sono altre 10-12 persone che hanno deciso, proprio come noi, di intraprendere questo percorso. Vederci circondati da persone che ascoltano ed osservano il corpo e la mente con gli occhi chiusi, può regalarci una forza enorme e fortificare il nostro percorso.

È un meccanismo implicito ma sempre presente, un farsi forza a vicenda, un mutuo sostegno, un’energia circolare.

Il gruppo può essere visto come il suolo, noi come il seme. Se il suolo è ricco e nutriente, il nostro seme personale fiorirà e, a sua volta, permetterà a tutti gli altri semi di sbocciare.

Siamo tutti sulla stessa barca.

 Sì, siamo tutti sulla stessa barca. Chi più, chi meno, soffriamo tutti e tutti siamo stressati. La nostra vita non è perfetta, ci sarà sempre qualcosa che non dovrebbe esserci o che potrebbe andare meglio.

La sofferenza collettiva è una verità inconfutabile ed i meccanismi e le reazioni che ne sono alla base sono universali. Detto questo, molto spesso però tendiamo a personalizzare quello che ci succede: “nessuno mi può capire” e “solo io sto così male” sono frasi che ci ripetiamo molto spesso e che diventano giocoforza l’unica realtà possibile.

Quando iniziamo ad ascoltare le condivisioni dei nostri compagni di percorso, iniziamo a renderci conto che quello che pensavamo personale è invece condiviso. Anche gli altri hanno difficoltà, pensieri, sensazioni ed emozioni spiacevoli. Una volta che arriviamo a comprendere questo, la nostra sofferenza un po’ si allenta, inizia pian piano a sciogliersi, diventa condivisa e più tollerabile.

Cadono le barriere e, nel cerchio, i concetti di “io” e “tu” lasciano spazio al “noi”. Siamo tutti sulla stessa barca ma, se remiamo tutti nella stessa direzione, il viaggio diventa più semplice e anche più gradevole.

Il gruppo accoglie e non giudica.

 Il fatto di ritrovarci sulla stessa barca e condividere l’intenzione di remare insieme nelle difficoltà, aiuta l’emergere del non giudizio verso l’esperienza degli altri.

Nasce accoglienza.

Il gruppo diventa così un formidabile contenitore della nostra sofferenza, un rifugio sicuro. Sappiamo che avremo le spalle coperte, che saremo accolti e non giudicati, qualsiasi cosa porteremo e condivideremo.

Un simile processo facilita ed accelera il processo di crescita e fioritura del nostro seme.

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I cinque visitatori indesiderati – alcuni consigli per la pratica

Intraprendere un percorso personale e costante di pratica meditativa non è semplice, anzi, almeno inizialmente, può rivelarsi davvero faticoso. Trovare qualche prezioso minuto da dedicare a noi stessi è sfidante perché ci richiede di scardinare con gentilezza quelle che sono le nostre abitudini di vita quotidiana. Inoltre, una volta trovato il tempo per sedersi con noi stessi, può capitare di essere “visitati” da stati mentali e fisici molto spiacevoli: torpore, irrequietezza, fastidio, desiderio di fare altro e dubbio. Li chiameremo “i cinque visitatori indesiderati”. Proviamo ad analizzarli uno ad uno.
Sonnolenza e torpore

A volte capita di iniziare la pratica seduta e di ritrovarci in uno stato di grande stanchezza psico-fisica. In questa situazione rimanere svegli risulta davvero difficile: sentiamo la mancanza di energia e tendiamo a sprofondare in uno stato che oscilla tra il sonno e la veglia.

Le cause del torpore possono essere molteplici. Forse abbiamo solo bisogno di riposarci ed il nostro corpo ce lo sta ribadendo. O forse ci stiamo annoiando: molto spesso ci aspettiamo di osservare chissà cosa ed invece in quel momento non c’è nulla di particolare da notare. Un altro motivo potrebbe essere un mancato bilanciamento tra energia e concentrazione: manca l’energia, c’è troppo sforzo concentrativo e di conseguenza la nostra mente sprofonda in uno stato quasi onirico, che di per sé può risultare molto piacevole ma che manca di consapevolezza.

Come possiamo lavorare con il torpore?

Esercitiamo la presenza mentale e iniziamo a riconoscerlo per quello che è: uno stato transitorio di sonnolenza che può diventare oggetto della nostra curiosità. Come lo sento nel corpo? C’è un punto preciso o è una sensazione generalizzata? Se questo non dovesse bastare, è possibile aprire gli occhi, cambiare postura (alzarsi e proseguire la pratica immobili oppure camminare), oppure “ravvivare” un po’ l’attenzione, aprendo il nostro campo attentivo ed includendo alcuni oggetti che fino a quel momento non avevamo ancora esplorato.

In altri casi invece il torpore può arrivare per “proteggerci” da qualche emozione forte che non vogliamo provare. Questa situazione è certamente la più complicata da individuare e richiede un po’ di lavoro. Ciò non significa che dobbiamo andare per forza a caccia di emozioni nascoste, semplicemente forse c’è dell’altro di cui possiamo prendere atto con un piccolo sforzo attentivo. Osserviamo se questo stato si presenta in seguito a qualcosa, se tende a ripetersi molte volte, se ci sono dei segnali. Se è così, utilizziamo tutta l’energia di cui disponiamo per restare svegli ed aperti e lasciare che il sommerso affiori.

Irrequietezza

A volte osserviamo sonnolenza e torpore, altre volte ci sentiamo ansiosi, impazienti ed intolleranti. Il nostro corpo è attraversato da agitazione e da un’energia percepita il più delle volte come spiacevole e che quasi ci impedisce di stare seduti. La nostra mente rincorre i pensieri in modo smanioso ed ossessivo. Siamo letteralmente risucchiati nella nostra attività mentale, stare immobili risulta davvero complicato e notiamo la tendenza a volerci muovere continuamente.

Se per il torpore abbiamo parlato di una mancanza di energia, quando si presenta l’irrequietezza probabilmente c’è troppa energia che la nostra attenzione non riesce a contenere e osservare.

E’ possibile canalizzare questa energia: puntiamo il mirino sull’irrequietezza stessa e osserviamo questa energia nel corpo. Facciamo spazio con curiosità al trambusto fisico e mentale nel quale ci troviamo. Proviamo a non fare nulla per modificarlo. Piano piano energia ed attenzione tenderanno a riequilibrarsi spontaneamente.

Un altro modo per stare con l’irrequietezza può essere quello di mettere a fuoco un oggetto specifico, ad esempio il respiro. Etichettiamo quello che stiamo facendo (inspiro-espiro): questo potrebbe essere molto utile per calmare l’ossessività dei pensieri e l’inquietudine fisica.

Fastidio e desiderio di fare altro

Fastidio e desiderio sono due reazione biologiche che fanno parte del nostro patrimonio evolutivo. Sono tendenze naturali a evitare il dolore e a ricercare il piacere. Sono fenomeni naturali dell’esistenza umana. E, ovviamente, sono anche visitatori poco voluti durante la nostra pratica.

Il fastidio si manifesta quando c’è qualcosa che non ci piace, qualcosa che vorremmo non ci fosse o che, perlomeno, fosse diverso. Ci sediamo ed il nostro corpo è pieno sensazioni spiacevoli, arrivano pensieri fastidiosi che provocano o sono provocati da emozioni negative. Emerge chiara la tendenza a giudicare negativamente l’esperienza che stiamo vivendo, siamo infastiditi da qualsiasi cosa si presenti alla nostra attenzione, un fastidio che piano piano si può trasformare in rabbia vera e propria.

Quando sorge il fastidio, solitamente emerge anche il desiderio di fare altro. E’ una reazione mentale innata e velocissima. “Mi devo muovere”, “Devo assolutamente rispondere a quella mail”, “Ho fame, devo cucinare”. Qualsiasi cosa ci passi per la mente si trasforma in un qualcosa da fare assolutamente e l’unica cosa che non vorremmo fare è esattamente quello che stiamo facendo, ovvero starcene lì seduti.

Prestare attenzione a questi stati mentali ci permette di capire una cosa: il fastidio e la voglia di fare altro non sono che semplici pensieri. Arrivano dal nulla e si dissolvono nel nulla. Per quel che ci è possibile, restiamo lì e curiosiamo.

Dubbio

“Perché lo sto facendo?”, “Sto forse perdendo tempo?” “Ma chi me lo fa fare?”, “Non sono fatto per meditare”, “Non mi serve a nulla”.

Prima o poi, i dubbi sul percorso di pratica che abbiamo scelto arrivano. E’ normale, la nostra mente è stata abituata a vagare ed evitare lo spiacevole per anni: ora stiamo andando controcorrente e la mente protesta instillando in noi il dubbio. Semplicemente, prendiamo nota che c’è dubbio e trattiamolo come un semplice pensiero. Osserviamo quello che finora ci ha donato la pratica e rinnoviamo l’intenzione di continuare.

Dubitare è normale, trasformare i nostri dubbi in inconfutabili realtà è diabolico 😉

 

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Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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Momento presente.

Il protocollo di riduzione dello stress, vivere con intenzione il momento presente

Il protocollo dura 8 settimane, gli incontri sono 9 perché uno di questi è una giornata intensiva. Si fa tanta pratica, si lavora sull’esperienza diretta e si aggiungono spunti teorici che possono arricchire quanto fatto. Serve motivazione, serve essere disposti a lavorare su di sé e sporcarsi un po’ le mani. Come per un qualsiasi allenamento, sarà necessario lavorare giornalmente anche a casa: la nostra attenzione al momento presente potrebbe essere più incostante di quanto immaginiamo, ma la notizia positiva è che si può migliorare.

Vivere intenzionalmente nel momento presente

Il punto di ogni corso è quello di invitare le persone a fare qualcosa per sé di radicalmente nuovo: vivere con intenzione momento dopo momento, a prescindere da quello che c’è. Quanto spesso siamo persi in ricordi o programmazioni, tanto da vedere attraverso un filtro l’unica esperienza di cui realmente disponiamo?

Le persone che iniziano questo percorso sono stressate, sono stanche e hanno bisogno di trovare un nuovo modo per gestire la loro sofferenza. Quello che incominciamo a fare dal primo momento del primo incontro è invitare ad essere qui, semplicemente qui.

Questo è il modo per iniziare a cambiare il relazionarsi con la “catastrofe” – per citare Jon Kabat-Zinn – della nostra vita.

Modi per ascoltarsi

Lavoreremo su come imparare ad ascoltarci meglio. Spesso ci sembra lo stress arrivi di soppiatto. Un giorno siamo felici e appagati, dopo un mese ci sembra di reggere un carico decisamente superiore alle aspettative.

Insegneremo ad utilizzare strumenti che attingono a risorse già presenti all’interno di ciascuno. Portare attenzione lo sappiamo fare, e da qui si fonda tutto.

Come sarebbe iniziare ad ascoltare quello che arriva nel nostro corpo-mente in maniera consapevole e intenzionale? Quanto potrebbe arricchirsi la nostra esperienza e la nostra vita se solo ci concedessimo di stare in pace con le cose, così come sono in questo momento, piuttosto che continuare a lottare per mandare via ciò che ormai è arrivato?

Nella capacità di ascolto è insito un grandissimo potenziale di guarigione. Quello che ci intrappola è l’inconsapevolezza delle nostre reazioni a quello che succede. Anche se non le percepiamo, le viviamo lo stesso.

Il nostro corpo-mente si abitua, come un palato si adatta ai sapori piccanti. A volte arriviamo ad essere stressati senza sapere di esserlo, solo perché non abbiamo ascoltato quello che c’era da ascoltare e ormai siamo “assuefatti” alla situazione.

Praticare il non fare, praticare l’essere

Usiamo quasi tutte le nostre energie per fare, non importa cosa. Facciamo, ci attiviamo quando il fare ci porta ad un risultato. Proviamo a far lo stesso anche quando il fare non ci porterà da nessuna parte.

Se ho fame posso farmi un panino, ma se sono triste, quanto potrà aiutarmi vedere la tristezza come un ostacolo da scacciare? Nel momento in cui riconosco “tristezza” e mi attivo, magari facendo qualcosa per indurre un’emozione diversa, alla base di tutto mi sto dando questo messaggio “non va bene quello che c’è ora”. Sto delineando un’area della mia esperienza che in qualche modo non voglio e contro cui impiego energie. Vado a creare un conflitto con un qualcosa che se ne andrebbe via naturalmente da sé.

Nei protocolli praticheremo il non fare, che è un modo per dire che praticheremo l’essere. Per imparare a non fare si medita. Meditare non vuol dire scacciare pensieri. Non vuol dire controllarli, non vuol dire neanche rilassarsi, svuotare la mente o indurre benessere. Mindfulness è meditazione di consapevolezza, meditare vuol dire concedersi di essere presenti alla nostra vita in maniera piena, riconoscendo dignità alla nostra esperienza così per come arriva. Può creare più sofferenza non concedersi di essere triste che accettare semplicemente di “non fare”, di prendere atto della tristezza, abbracciarla e riconoscerla nelle sue qualità per poi lasciarla essere.

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