La piantina di menta ed il protocollo MBSR: c’è vita nella catastrofe

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare.

Circa due settimane fa, di ritorno dalle ferie, mi sono accorto di una cosa molto spiacevole: la piantina di menta, che aveva dato sapore e freschezza a molti infusi estivi, era seccata.

Non me ne ero più preso cura ed il risultato era evidente: le foglie ed i rami si erano colorati di marrone ed il verde era solo un ricordo. Il primo pensiero è stato: “Vabbè, la butto e ne compro un’altra”.

Poi, la mia attenzione è stata catturata da un piccolo germoglio verde che, a fatica, stava spuntando da un ramo. Questo estremo tentativo di vivere nonostante la catastrofe circostante ha fatto emergere in me una chiara sensazione di tenerezza. Ho deciso di proteggerlo e di prendermene cura: ho innaffiato il vaso, tagliato i rami ed eliminato le foglie secche. Ho dato una seconda possibilità alla piantina ed ecco il risultato:

 

 

Che cosa c’entra una piantina di menta con il protocollo MBSR? Molto di più di quanto si possa pensare. È possibile paragonarci alla menta? Assolutamente sì.

Quando smettiamo di prenderci cura di noi stessi, quando tagliamo i ponti con la realtà, rifugiandoci nel passato, nel futuro, nelle storie che ci raccontiamo, quando ci neghiamo la sofferenza… che succede? Soffriamo ancora di più, appassiamo e diventiamo secchi, proprio come la piantina. E quando siamo secchi, abbiamo pochissima energia, corriamo il rischio di annegare, anche in un semplice bicchiere d’acqua. Quando siamo secchi, lo stress si ingigantisce, ci relazioniamo ad esso in maniera reattiva e disfunzionale ed una goccia d’acqua si trasforma subito in un temporale.

Ognuno di noi, però, porta dentro di sé un germoglio, piccolo, indifeso, quasi invisibile. Ma c’è ed è pronto a sbocciare in qualsiasi momento. Le nostre risorse individuali sono come il germoglio di menta: a volte, a causa delle foglie e dei rami secchi, fatichiamo a vederle, a riconoscerle, ad utilizzarle. Ci sembra tutto arido, morto, ma se iniziamo a portare attenzione potremmo accorgerci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.

Il protocollo MBSR non è la soluzione a tutti i mali, è un percorso che chiede molto impegno e che ci da un’enorme possibilità: prenderci cura di noi, qui, ora.

Allenare la mente all’attenzione ed il cuore all’apertura ci permette di renderci conto dei nostri schemi mentali reattivi e potarli con gentilezza. Una volta ridotti i rami secchi, si crea uno spazio tranquillo che ci permette di notare le nostre risorse individuali e di coltivarle quotidianamente. Facciamo spazio per ritornare verdi e vivi.

Il protocollo MBSR ci insegna che lo stress e la sofferenza esistono, fanno parte della condizione umana, non si possono eliminare. La cosa buffa è che quello stress lo creiamo noi, siamo i registi della catastrofe che ci circonda. Come è possibile? Siamo stressati e soffriamo a causa del nostro modo di relazionarci con la realtà esterna. Facciamo di tutto per non entrare in contatto con quello che ci regala il presente (sì, anche la sofferenza è un dono, scomodo ma prezioso), ci attacchiamo morbosamente al passato o al futuro, portando poca attenzione alla realtà.

Abbiamo detto che lo stress è ineliminabile e questa è una verità indiscutibile… ma si può ridurre. Abbiamo la possibilità liberarci quotidianamente e questa è un’altra verità inoppugnabile. Come? Prendendoci cura di noi stessi, coltivando la consapevolezza, l’apertura e l’attenzione, applicando alla vita quotidiana quello che le pratiche Mindfulness ci insegnano e ci fanno scoprire. Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Instancabili e minuziosi giardinieri della nostra mente.

Con un costante ed intenzionale lavoro su noi stessi, ci accorgeremo che quel germoglio di menta piano piano ritornerà ad essere una pianta verde e rigogliosa. Certo, siamo e saremo costantemente a rischio di seccare: ma avremo gli strumenti per potare e innaffiare.

 

 

Condividi questo contenuto
Mindfulness Relazionale

Mindfulness Relazionale: Insight Dialogue, meditazione e libertà

Il titolo di quest’articolo riprende l’edizione italiana (2016) di un libro del 2007 scritto da Gregory Kramer: “Insight Dialogue: The Interpersonal Path to Freedom“.
Come abbiamo parlato in altri articoli degli interventi Mindfulness-Based e di Mindfulness Meditation, con l’Interpersonal Mindfulness Program in partenza, diventa doveroso parlare delle origini della Mindfulness Relazionale.

Per cominciare, è bene precisare una cosa: l’IMP (Interpersonal Mindfulness Program) non è un percorso di Insight Dialogue, come un protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) non è un percorso di Vipassana (aka Mindfulness Meditation/Insight Meditation).
Entrambi i percorsi prendono ispirazione da queste pratiche “radice” in maniera superficiale. Questo non vuol dire che le banalizzino, anzi. Vuol dire che, chi si approccia a questi programmi, ha modo di assaggiare la punta di un “tubero” – per continuare con la metafora – che arriva ben più in profondità.

Chi è Gregory Kramer

Gregory Kramer è un personaggio decisamente sfaccettato. Pur essendosi dedicato alla meditazione a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, è stato anche musicista e compositore per la New York University. Ha insegnato lì e scritto musica per film, video e per la danza contemporanea. Da questo percorso si è poi interessato alla tecnologia del suono, e negli anni ’90 è stato tra i fondatori di una disciplina scientifico/tecnologica detta “sonificazione”: lo studio della teoria e applicazione della rappresentazione di dati complessi in formato auditivo. Alla fine degli anni ’90 ha conseguito un PhD sull’uso di Internet come ambiente per la comunicazione umana e ha esplorato le potenzialità della Rete per l’insegnamento e la pratica di meditazione.

Come dicevo in precedenza, Gregory si è anche formato come insegnante di meditazione Vipassana facendo riferimento principalemente a insegnanti asiatici (Anagarika Dhammadinna, Ānanda Maitreya Mahanayaka Thero, Achan Sobin Namto e Punnaji Maha Thero). Nel panorama occidentale è visiting teacher al BCBS – Barre Center for Buddhist Studies. Dedica gran parte del suo studio ai sutta (discorsi) del Buddha come trasmessi dal canone pali (la lingua usata per i primi discorsi, una versione semplificata del sanscrito adatta a raggiungere il maggior numero di persone possibili).

Perché sviluppare una meditazione di consapevolezza relazionale

Nella pratica individuale, quella che si può coltivare con un protocollo MBSR, col tempo sviluppiamo la capacità di identificare e sciogliere vecchi schemi di reazione. Ci disidentifichiamo da ciò che l’abitudine e l’esperienza ha sedimentato in noi, e lo facciamo in modo sano e saggio. Va anche detto che non si può negare le relazioni siano un crogiolo sempre caldo di reattività emotiva e proiezioni mentali. Nel confronto con l’altro, il nostro Io è più spesso tirato in ballo e più spesso manifesta la sua forza e le sue facce. Ci ritroviamo a soffrire perché spesso reagiamo a vecchi schemi condizionati.

Medito, medito, ma poi quando parlo con x (dove x sta a chi volete voi) mi ribolle proprio il sangue“. Credo questo esempio sia sufficiente a richiamarci almeno un ricordo. Diventa difficile mantenere l’intenzione di essere consapevoli. Quando il linguaggio entra in gioco, facilmente l’attenzione si ritrova sequestrata.

Anche qui possiamo chiudere gli occhi e immaginarci in un dialogo: quanto è difficile mantenere l’attenzione su quello che diciamo e sul resto dell’esperienza? Riusciamo a sentire il corpo e le sue risposte? Spesso ci perdiamo dei pezzi. Sono proprio questi pezzi che ci rendono più vulnerabili alle risposte automatiche e inconsapevoli.

Cosa non è l’Insight Dialogue

Come al solito, vogliamo chiarire cosa l’ID non è, prima di dire cosa è. Non è un modo per migliorare le nostre skills comunicative, per renderci più performanti. Non è nemmeno una meditazione parlata che sostituisce la pratica silenziosa individuale.
È da una profonda presenza in singolo che ci si può aprire all’altro nella pratica diadica con beneficio. Se non riesco ad ascoltare quello che mi succede e incontro un’altra persona nelle mie stesse condizioni, mi ritroverò a fare una semplice chiacchierata convinto di meditare.
La condizione ottimale è quella in cui due persone con forte presenza si incontrano e si aprono all’esperienza contemplativa relazionale. Questa è una condizione ideale, ma è per mettere in evidenza che lo stato mentale conta. La pratica individuale funziona da base per le pratiche dell’ID.

Insight Dialogue come meditazione di consapevolezza relazionale

Quello che l’Insight Dialogue veicola non sono solo le pratiche e tecniche di consapevolezza, ma anche una visione circa la natura della mente e la possibilità di libertà dai condizionamenti che la imprigionano e creano sofferenza. Non è uno studio che si esaurisce in nove settimane, può dare frutti per un’intera vita. Si può parlare legittimamente di Vipassana relazionale, o ancora di una forma di vipassana che approfondisce la dimensione relazionale.

L’Insight Dialogue è fondato sula meditazione di consapevolezza individuale: è già stato detto in precedenza, non è un’alternativa, bensì un’estensione della pratica al momento della relazione. Senza avere idea di cosa voglia dire essere consapevoli, di cosa sia lo stato di coscienza chiamato “consapevolezza”, non è possibile intraprendere la pratica dell’Insight Dialogue. Se vogliamo, è una versione di vipassana avanzata. Prima si parte da sé, poi si apre all’altro.

L’Insight Dialogue, inoltre, segue gli insegnamenti fondamentali del Buddha, gli stessi che illuminano e guidano la meditazione di consapevolezza tradizionale. Insegnamenti universali, non settari e non religiosi: la sofferenza appartiene a tutte le creature viventi, e tutte le creature viventi, in fondo, vogliono essere felici.

Come si struttura l’Insight Dialogue

Come ogni pratica meditativa, l’Insight Dialogue si compone di istruzioni. Queste linee guida hanno lo scopo di orientare l’attenzione a notare e osservare certi aspetti della nostra esperienza, interna ed esterna. Con la pratica e la ripetizione, queste istruzioni svelano strati sempre più profondi della mente umana: serve tempo, pazienza, diligenza, curiosità. Ogni istruzione ha la finalità di coltivare una specifica qualità meditativa per quanto riguarda la dimensione relazionale.

Oltre a queste linee guida sono presenti anche delle contemplazioni, temi che si esplorano insieme dopo i periodi di meditazione individuale. Questi temi sono universali, strutturati in modo tale che possano includere tutti i partecipanti. Sono anche inesauribili, quindi di tale portata e profondità che ogni volta diventa possibile esplorarne solo una parte. Il punto nell’affrontare questi temi non è quello di arrivare ad una soluzione, ma di arrivare ad un dialogo tra menti in stato meditativo. Quando due o più menti in stato meditativo esplorano con consapevolezza una contemplazione, lo stato mentale si fa “contagioso”, e la possibilità di sviluppare intuizioni liberatorie si potenzia.

Alla radice di tutto, noi nasciamo in relazione. Il nostro stato mentale e quello altrui si influenzano in una interdipendenza continua. Provate a immaginare cosa può voler dire praticare con qualcuno di ben radicato, che agisce come un’ancora e ci sostiene, stabilizzando la nostra mente. Provate a immaginare qualcosa di più concreto ancora: una persona che su di voi ha un effetto calmante, contro una persona che sapete agitarvi molto.

Alla fine, se siamo qui e non siamo monaci, vogliamo semplicemente trovare un modo di vivere felici non solo sul cuscino, ma anche con gli altri.

[[Amazon_Link_Text]]
Condividi questo contenuto

La scimmia e il pesce: altruismo o crocerossismo non richiesto?

Per quanto le nostre intenzioni siano buone, c’è davvero sempre e comunque bisogno del nostro intervento?

Volevo iniziare questa breve riflessione con uno splendido racconto della tradizione Sufi dal titolo emblematico: “Le buone intenzioni”.

Dopo aver gongolato un po’, saltando da un albero all’altro, una scimmia decise di scendere e di andarsi a rinfrescare vicino a un corso d’acqua. 

Mentre si ristorava sulla riva del fiume, s’accorse che nel fondo dell’acqua c’era un pesce che se ne stava tutto tranquillo. «Oh, povero animaletto!», sospirò compassionevole la scimmia. «Ma tu stai male. Te ne stai lì immobile senza respirare. Adesso ti porto in salvo io!».

Immerse la zampa nel fiume e agguantò velocemente il pesce, che, una volta tratto fuori dall’acqua, cominciò a dimenarsi convulsamente.

«Evviva!», pensò tra sé la scimmia con gli occhi che gli brillavano dalla gioia. «Sta recuperando le forze!».

Ma il pesce, dopo aver ansimato e agonizzato, d’un tratto morì.

«Che malasorte per questa povera creatura!», pianse la scimmia, «non ho fatto in tempo a salvarla!».

 

Se ci prendiamo un po’ di tempo per riflettere, emergerà chiaramente una cosa: siamo tutti un po’ scimmie.

Senza volerlo, ci comportiamo spesso come se le nostre intenzioni, il nostro modo di agire, i nostri pensieri, le nostre emozioni ed il nostro modo di esperire la realtà fossero un po’ più corretti rispetto a quelli degli altri. Questa pericolosa, ma molto spesso presente, costruzione mentale ci fa credere di essere gli esempi di come debbano andare le cose.

Ci ergiamo ad esempi di come le cose dovrebbero andare. In questi casi, l’egocentrismo bussa alla nostra porta in maniera subdola, mascherato da buone intenzioni: se l’altro non sta come sto io, lo devo aiutare, così poi starà meglio ed io avrò fatto il mio dovere.

Confondiamo così l’altruismo con una sorta di crocerossismo non richiesto che molto spesso non fa altro che aumentare quella stessa sofferenza che ci eravamo prefissi di lenire.

Questo è un meccanismo mentale prezioso da osservare: siamo davvero sicuri che l’altro per stare bene debba stare come stiamo noi? Siamo sicuri che la nostra mente non abbia costruito un universo parallelo nel quale c’è sempre e comunque bisogno di noi e del nostro saper vivere? Siamo sicuri che quelli che noi pensiamo essere i bisogni dell’altro corrispondano davvero alla realtà delle cose?

Possiamo prendere atto che il pesce è diverso dalla scimmia: a noi piace stare sull’albero, ad altri piace vivere sui fondali. E’ una cosa ovvia da capire, ma difficilissima da accettare perché non ci mette più al centro. Praticare ed accettare le cose così come sono vuol dire rinunciare ad intervenire sempre e comunque per “mettere le cose a posto”. La pratica ci invita costantemente a vivere pienamente il nostro presente, rinunciando però ad esserne il centro assoluto.

Praticare significa anche, e soprattutto, creare le condizioni ideali per capire quando c’è davvero bisogno di noi e quando, invece, i pesci hanno semplicemente bisogno di stare immobili in fondo al fondale.

 

Per sapere qualcosa di più sul prossimo corso di Mindfulness in partenza, clicca qui

 

 

Condividi questo contenuto

Lodro Rinzler: la Tigre in pratica – discernimento, gentilezza e precisione

“Sono cresciuto negli anno 80 ed ho amato la serie di cartoni animati I superamici. C’erano tutti i miei supereroi preferiti: Superman, Batman e Wonder Woman.

Anche nel nostro cammino di pratica abbiamo il nostro particolare gruppo di superamici, si tratta di quattro animali, mitici e non, che rappresentano differenti aspetti nel nostro apprendistato alla pratica meditativa. Presi singolarmente sono la Tigre, il Leone delle nevi, il Garuda (un essere mitologico, metà aquila, metà uomo) ed il Drago. Insieme sono conosciuti come le Quattro Dignità.

Il primo animale, la Tigre, incarna tre qualità: discernimento, gentilezza e precisione. Vediamoli uno ad uno.

Discernimento

La tigre si muove nella giungla cautamente ma con grazia. Se la prende con calma, osserva ciò che la circonda e poi agisce in base a quanto ha appreso. In altre parole, la tigre prima guarda e poi spicca il salto.

Per noi praticanti del ventunesimo secolo, questo potrebbe equivalere a issare un bicchierino di tequila e domandarci prima di mandarne giù un sorso: “Porterà felicità o dolore?”. Guardando onestamente la nostra vita, potremmo accorgerci che beviamo solo perché di recente siamo in un periodo di sofferenza e vogliamo semplicemente soffocare il dispiacere. In una situazione del genere, il discernimento ci fa comprendere che ubriacarci non ci possa da nessuna parte, è una toppa temporanea. Riflettere e discernere in questo modo sulle nostre attività quotidiane possiamo riconoscere pian piano in maniera sempre più intima i nostri schemi mentali abituali: portiamo la pratica oltre il cuscino della meditazione e la applichiamo al nocciolo della nostra esistenza.

Gentilezza

Avete mai visto come una tigre femmina tratta i suoi cuccioli? È incredibilmente delicata e gentile.

Il grande maestro di meditazione Tulku Urygen Rinpoche era solito dire: “con l’aggressività potete conseguire alcune cose, ma con la gentilezza potete conseguirle tutte”.

Quando non siamo gentili verso noi stessi, il tipo di dialogo interiore che ne esce fuori è controproducente. Prendiamo l’esempio della meditazione: ad un certo punto ci accorgiamo di esserci persi in un pensiero, nostra attenzione è andata da un’altra parte. C’è una bella differenza tra: “Eccomi, sto di nuovo pensando, sono un disastro” e “stai pensando, amico mio”, non trovate? Non possiamo maltrattarci per qualunque cosa, è indispensabile coltivare un approccio gentile verso noi stessi.

E quando saremo gentili con noi stessi, potremo offrire quella gentilezza anche agli altri.

Precisione

Quando avanza lentamente nella giungla, la tigre appoggia ogni zampa con incredibile cautela, i suoi sensi sono in sintonia con il mondo intorno a lei. In altre parole, è presente e consapevole nel suo ambiente quotidiano.

Nella nostra vita quotidiana, possiamo essere presenti ad ogni aspetto della nostra vita, che sia il lavoro, la scuola, un nostro amico o famigliare in difficoltà, o mentre ci divertiamo.

Addestrarci ad essere presenti ai vari aspetti della nostra vita produce in noi un senso di rallentamento e ci fa acquisire precisione. Possiamo essere precisi e presenti durante la noiosa relazione di un collega o con il nostro partner mentre facciamo l’amore. Questa precisone ci fa sentire bene: incarniamo la maestà della tigre sentendoci presenti e coltivando l’intenzione di essere precisi”.

 

Liberamente tratto dal libro “Il Buddha entra in un bar” di Lodro Rinzler (Ubaldini editore)

 

 

Condividi questo contenuto
Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

Condividi questo contenuto