La scimmia e il pesce: altruismo o crocerossismo non richiesto?

Per quanto le nostre intenzioni siano buone, c’è davvero sempre e comunque bisogno del nostro intervento?

Volevo iniziare questa breve riflessione con uno splendido racconto della tradizione Sufi dal titolo emblematico: “Le buone intenzioni”.

Dopo aver gongolato un po’, saltando da un albero all’altro, una scimmia decise di scendere e di andarsi a rinfrescare vicino a un corso d’acqua. 

Mentre si ristorava sulla riva del fiume, s’accorse che nel fondo dell’acqua c’era un pesce che se ne stava tutto tranquillo. «Oh, povero animaletto!», sospirò compassionevole la scimmia. «Ma tu stai male. Te ne stai lì immobile senza respirare. Adesso ti porto in salvo io!».

Immerse la zampa nel fiume e agguantò velocemente il pesce, che, una volta tratto fuori dall’acqua, cominciò a dimenarsi convulsamente.

«Evviva!», pensò tra sé la scimmia con gli occhi che gli brillavano dalla gioia. «Sta recuperando le forze!».

Ma il pesce, dopo aver ansimato e agonizzato, d’un tratto morì.

«Che malasorte per questa povera creatura!», pianse la scimmia, «non ho fatto in tempo a salvarla!».

 

Se ci prendiamo un po’ di tempo per riflettere, emergerà chiaramente una cosa: siamo tutti un po’ scimmie.

Senza volerlo, ci comportiamo spesso come se le nostre intenzioni, il nostro modo di agire, i nostri pensieri, le nostre emozioni ed il nostro modo di esperire la realtà fossero un po’ più corretti rispetto a quelli degli altri. Questa pericolosa, ma molto spesso presente, costruzione mentale ci fa credere di essere gli esempi di come debbano andare le cose.

Ci ergiamo ad esempi di come le cose dovrebbero andare. In questi casi, l’egocentrismo bussa alla nostra porta in maniera subdola, mascherato da buone intenzioni: se l’altro non sta come sto io, lo devo aiutare, così poi starà meglio ed io avrò fatto il mio dovere.

Confondiamo così l’altruismo con una sorta di crocerossismo non richiesto che molto spesso non fa altro che aumentare quella stessa sofferenza che ci eravamo prefissi di lenire.

Questo è un meccanismo mentale prezioso da osservare: siamo davvero sicuri che l’altro per stare bene debba stare come stiamo noi? Siamo sicuri che la nostra mente non abbia costruito un universo parallelo nel quale c’è sempre e comunque bisogno di noi e del nostro saper vivere? Siamo sicuri che quelli che noi pensiamo essere i bisogni dell’altro corrispondano davvero alla realtà delle cose?

Possiamo prendere atto che il pesce è diverso dalla scimmia: a noi piace stare sull’albero, ad altri piace vivere sui fondali. E’ una cosa ovvia da capire, ma difficilissima da accettare perché non ci mette più al centro. Praticare ed accettare le cose così come sono vuol dire rinunciare ad intervenire sempre e comunque per “mettere le cose a posto”. La pratica ci invita costantemente a vivere pienamente il nostro presente, rinunciando però ad esserne il centro assoluto.

Praticare significa anche, e soprattutto, creare le condizioni ideali per capire quando c’è davvero bisogno di noi e quando, invece, i pesci hanno semplicemente bisogno di stare immobili in fondo al fondale.

 

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Lodro Rinzler: la Tigre in pratica – discernimento, gentilezza e precisione

“Sono cresciuto negli anno 80 ed ho amato la serie di cartoni animati I superamici. C’erano tutti i miei supereroi preferiti: Superman, Batman e Wonder Woman.

Anche nel nostro cammino di pratica abbiamo il nostro particolare gruppo di superamici, si tratta di quattro animali, mitici e non, che rappresentano differenti aspetti nel nostro apprendistato alla pratica meditativa. Presi singolarmente sono la Tigre, il Leone delle nevi, il Garuda (un essere mitologico, metà aquila, metà uomo) ed il Drago. Insieme sono conosciuti come le Quattro Dignità.

Il primo animale, la Tigre, incarna tre qualità: discernimento, gentilezza e precisione. Vediamoli uno ad uno.

Discernimento

La tigre si muove nella giungla cautamente ma con grazia. Se la prende con calma, osserva ciò che la circonda e poi agisce in base a quanto ha appreso. In altre parole, la tigre prima guarda e poi spicca il salto.

Per noi praticanti del ventunesimo secolo, questo potrebbe equivalere a issare un bicchierino di tequila e domandarci prima di mandarne giù un sorso: “Porterà felicità o dolore?”. Guardando onestamente la nostra vita, potremmo accorgerci che beviamo solo perché di recente siamo in un periodo di sofferenza e vogliamo semplicemente soffocare il dispiacere. In una situazione del genere, il discernimento ci fa comprendere che ubriacarci non ci possa da nessuna parte, è una toppa temporanea. Riflettere e discernere in questo modo sulle nostre attività quotidiane possiamo riconoscere pian piano in maniera sempre più intima i nostri schemi mentali abituali: portiamo la pratica oltre il cuscino della meditazione e la applichiamo al nocciolo della nostra esistenza.

Gentilezza

Avete mai visto come una tigre femmina tratta i suoi cuccioli? È incredibilmente delicata e gentile.

Il grande maestro di meditazione Tulku Urygen Rinpoche era solito dire: “con l’aggressività potete conseguire alcune cose, ma con la gentilezza potete conseguirle tutte”.

Quando non siamo gentili verso noi stessi, il tipo di dialogo interiore che ne esce fuori è controproducente. Prendiamo l’esempio della meditazione: ad un certo punto ci accorgiamo di esserci persi in un pensiero, nostra attenzione è andata da un’altra parte. C’è una bella differenza tra: “Eccomi, sto di nuovo pensando, sono un disastro” e “stai pensando, amico mio”, non trovate? Non possiamo maltrattarci per qualunque cosa, è indispensabile coltivare un approccio gentile verso noi stessi.

E quando saremo gentili con noi stessi, potremo offrire quella gentilezza anche agli altri.

Precisione

Quando avanza lentamente nella giungla, la tigre appoggia ogni zampa con incredibile cautela, i suoi sensi sono in sintonia con il mondo intorno a lei. In altre parole, è presente e consapevole nel suo ambiente quotidiano.

Nella nostra vita quotidiana, possiamo essere presenti ad ogni aspetto della nostra vita, che sia il lavoro, la scuola, un nostro amico o famigliare in difficoltà, o mentre ci divertiamo.

Addestrarci ad essere presenti ai vari aspetti della nostra vita produce in noi un senso di rallentamento e ci fa acquisire precisione. Possiamo essere precisi e presenti durante la noiosa relazione di un collega o con il nostro partner mentre facciamo l’amore. Questa precisone ci fa sentire bene: incarniamo la maestà della tigre sentendoci presenti e coltivando l’intenzione di essere precisi”.

 

Liberamente tratto dal libro “Il Buddha entra in un bar” di Lodro Rinzler (Ubaldini editore)

 

 

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Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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Tutto è un dono, se siamo aperti

Potrebbe sembrarci un paradosso, ma tutto quello che avviene nella nostra quotidianità è un dono. Essere aperti all’esperienza così come ci si presenta, ci permette di andare oltre la prima etichetta che la nostra appone (piacevole o spiacevole) e di imparare ad apprezzare tutto quello che c’è, così com’è.

 

Il fastidio è un dono. L’impazienza è un dono. L’invidia è un dono. La tristezza è un dono. L’odio è un dono. La tendenza a voler controllare ciò che non si può controllare è un dono. L’irrequietezza ed il torpore sono un dono.

No, non sono impazzito, lo giuro. Semplicemente, nel linguaggio comune la parola dono ha un’accezione esclusivamente piacevole. Riceviamo qualcosa di bello e inaspettato da qualcuno e ce ne rallegriamo.

In questo caso, il termine dono ha un significato più ampio e non prevede per forza una persona che ci omaggia di qualcosa. Per dono possiamo intendere una qualsiasi situazione quotidiana, spiacevole o piacevole che sia, che siamo in grado di osservare ed esplorare nella sua interezza e dalla quale possiamo trarre un insegnamento, non importa se piccolo o grande.

Ad esempio, un bus in ritardo può trasformarsi in un dono. Ci viene data la possibilità di osservare l’impazienza, la fretta, l’irritazione e la tendenza della nostra mente a rifugiarsi nella pianificazione, nella paura del futuro, nella costruzione di storie inverosimili e poco attinenti alla realtà.

Il corpo comincia ad innervosirsi, si riempie di tensioni, si irrigidisce. La mente inizia a vagare e crea una cornice di frustrazione e rabbia che si autoalimenta: “Ecco, mai fidarsi dei mezzi pubblici. Se non arrivo in tempo sono fregato. E pensa che li pago pure. Magari fra poco arriva, è strapieno e dovrò farmi tutto il viaggio in piedi, oltre il danno, la beffa. Come iniziare benissimo una giornata!”.

Ci siamo passati tutti, vero?

Che sarà mai un po’ di rabbia alla fermata? Nulla di ché, ma quel momento, potenzialmente, può diventare tossico se non riusciamo a fare un passo indietro: mattoncino dopo mattoncino, costruiamo attivamente la nostra sofferenza quotidiana. Il bus in ritardo, il caffè tiepido, la risposta sgarbata di qualcuno, il non trovare parcheggio… Qualsiasi situazione spiacevole che getti luce sulle nostre reazioni automatiche è un regalo prezioso. Fare un passo indietro, vedere la mente in diretta ed osservare come piccole cose possano condizionarci è parte integrante di quel regalo di cui stiamo parlando.

Osserviamo lo schema reattivo (rabbia, delusione, fastidio…) in diretta ed abbiamo la possibilità di rispondere. C’è una frase che mi colpisce sempre molto: “Esiste uno spazio tra stimolo e risposta ed in quello spazio risiede la tua libertà”.

Gettare luce su quello che sta succedendo ed accoglierlo è rilassante, crea le condizioni per non farsi trascinare via dalle situazioni. È liberatorio ed è una liberazione che possiamo raggiungere molte volte durante la giornata.

Tutto è un dono, se siamo in grado di riconoscerlo.

 

“[…] Gioia, tristezza, squallore,

rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza,

visitatori inattesi.

Accoglili di buon grado!

Anche se una folla di afflizioni

irrompe impetuosa nella tua casa

spazzando via ogni arredo,

onora ogni ospite.

Forse ti sta ripulendo

per prepararti a un piacere nuovo. […]”

 

Rumi, “La locanda”

 

 

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Consapevolezza e social networks – L’avversione ai tempi di Facebook

Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Linkedin: il mondo è cambiato e siamo tutti iperconnessi. L’uso che ne facciamo è importante, più di quanto possiamo immaginare: siamo consapevoli anche in rete o consideriamo la realtà “virtuale” un mondo a parte?

Piccola premessa: lungi da me mettere in discussione la grande utilità degli strumenti social e tutto quello che di buono hanno portato, anche perché probabilmente siete finiti qui sopra attraverso Facebook o Linkedin.

Volenti o nolenti, i social network sono ormai diventati da qualche anno parte integrante della nostra quotidianità. Viviamo costantemente connessi e la nostra mente è bombardata da commenti, aggiornamenti di stato, fotografie, eventi, notizie e chi più ne ha, più ne metta. Questa socialità virtuale, di per sé, non è né buona né cattiva, semplicemente esiste ed esiste in virtù dell’uso che ognuno di noi ne fa.

Facciamo un piccolo esperimento: abbandonate per qualche istante questo post e aprite Facebook. Scegliete la prima notizia che trovate di un qualsiasi quotidiano a cui avete dato il vostro mi piace e leggete i primi venti commenti. Cosa avete trovato? Molto odio, molta invidia, tantissima avversione, qualunque sia l’argomento.

Il meccanismo è molto semplice: qualcuno ha un’opinione diversa dalla mia? Lo insulto, ora gli faccio vedere io chi ha ragione. Qualcuno che nemmeno conosco mi ha insultato dopo che ho commentato un post? Ora gli rendo pan per focaccia. Qualche personaggio famoso (Bebe Vio docet) ha fatto qualcosa che ha suscitato la mia invidia? Non si merita nulla, perchè lui e non io? E poi, in fondo, che cosa vuoi che sia un piccolo commento? Lo fanno tutti.

Stiamo inquinando la nostra mente e quella degli altri senza nemmeno rendercene conto: sempre più spesso tendiamo a sottovalutare il nostro comportamento virtuale, attribuendogli un peso minore rispetto a quello quotidiano. Il senso di responsabilità individuale si attenua ed il rischio di cadere nella reazione è sempre dietro l’angolo. E per quanto riteniamo, erroneamente, che realtà virtuale e vita quotidiana non siano la stessa cosa, portiamo dentro di noi queste piccole o grandi scorie per tutta la giornata. Restano lì, le accumuliamo senza consapevolezza: mattoncino dopo mattoncino, commento dopo commento, aumentiamo la nostra sofferenza e, indirettamente o direttamente, quella degli altri.

Non ci credete? Provate semplicemente a leggere un litigio “digitale” fra due sconosciuti e osservate quello che emerge in voi. Nulla di buono.

Queste situazioni sono ghiottissime occasioni di pratica informale: quando ci troviamo in una situazione critica, spostiamo il focus su noi stessi, accendiamo la lampadina della consapevolezza ricettiva ed esploriamoci.

Che cosa sento quando le mie opinioni sono in pericolo?

Che mondo sta mettendo al mondo la mia mente quando il mio punto di vista è sfidato da altri? Mi sento ferito? Che cosa è ferito?

Cosa osservo nel corpo e nella mente quando c’è avversione?

Quali sono i miei pensieri quando arriva l’invidia? Mi ci tuffo dentro?

Noto meccanismi fisici e mentali simili anche nella quotidianità?

La pratica ci insegna che la rivoluzione silenziosa parte dall’osservazione di noi stessi in qualsiasi momento e dal lasciare andare la tossicità. Ecco, lasciare andare significa anche non farsi risucchiare dalla spirale d’odio che prende vita sul nostro schermo.

Stiamo coltivando l’intenzione di rendere, nel nostro piccolo, questo mondo un posto migliore? Bene, che quest’intenzione ci guidi anche quando siamo online.

 

 

 

 

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