Distrazioni e stress? La potenza gentile di una mente ordinata

Di Niccolò Gorgoni
Stress, distrazione, oggetti mentali piccoli, medi e grandi. Una mente ordinata è in grado di districare la matassa e di farci godere qualche momento di libertà.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, è bene spendere due parole su distrazione e stress. Siamo stressati in qualsiasi momento in cui ci attiviamo per rispondere ad un oggetto o una situazione, proveniente dall’interno  o dall’esterno. Spieghiamoci meglio: una visita improvvisa? Ci stressiamo. In ritardo per l’autobus? Ci stressiamo. Prepariamo una bella cenetta al nostro/a partner? Ci stressiamo.

Sfatiamo un mito, stress è una parola che merita attenzione ma non una riduttiva etichetta negativa. Ci sono condizioni in cui siamo stressati in maniera sana, e questo vuol dire che il nostro organismo si attiva per permetterci di far fronte a ciò che accade, che sia qualcosa di piacevole o spiacevole. Ci sono altre condizioni, quelle più note, in cui lo stress non è più sano. Quali sono? Quelle in cui cronicizziamo la nostra reazione, o quelle in cui agiamo in maniera reattiva senza aver bene inquadrato cosa stia succedendo. Usiamo una strategia, scopriamo che funziona, la riapplichiamo. Perché cambiare qualcosa che funziona? Il nostro corpo è bravissimo in questo, ci creiamo tonnellate di abitudini.

Troviamo qualcosa che ci fa stare un po’ più rilassati e lo applichiamo, ancora e ancora. Come la sigaretta. O una ciambella. O un bel litigio che ci fa sfogare. Certo, sul breve termine la strategia da un risultato apparentemente positivo, sul lungo paghiamo un prezzo caro. Alleniamo meccanismi disfunzionali, e questo rende sempre più facile tornare ad utilizzarli. Senza accorgercene, strutturiamo inconsciamente ed abituiamo il nostro cervello ed il nostro corpo a stati stressogeni. E’ come tenere una macchina sempre in prima: ha una bella spinta, ma è necessario essere flessibili e capaci di cambiare marcia se non vogliamo, alla lunga, bruciare il motore.

Cosa c’entra in tutto questo la distrazione? Se siamo distratti riusciamo a fare con più fatica le cose che vorremmo e dovremmo, quindi ci stressiamo. Se siamo stressati, ci distraiamo più facilmente perché siamo in uno stato di iperattivazione fisico-mentale che non è strutturato per farci stare calmi. “Dobbiamo reagire insomma, e reagire subito!”: questo è quello che il corpo “pensa”, o meglio, che è programmato a fare. Cosa succede quindi? Più distrazione, più stress. Più stress, più distrazione. Un gatto che si morde la coda.

Come fare ordine: gli oggetti mentali

Se dovessimo considerare la mente come un sesto senso, gli oggetti mentali sarebbero tutto ciò con cui la mente entra in contatto. Pensieri, emozioni, stati mentali, intenzioni, insomma (e badate bene, non ho usato sinonimi), tutto quello che ci capita in testa. Normalmente siamo abituati erroneamente a gestire gli oggetti mentali come gestiamo quelli fisici. Cerchiamo di mandare via un pensiero, schiacciarlo, scacciarlo, riportarlo, tenerlo, come fosse un qualcosa di concreto su cui possiamo mettere le mani. Non funziona, non facciamo altro che reiterare una strategia che sul lungo termine non paga.

Quando qualcosa di esterno ci disturba possiamo agire fisicamente per risolvere il problema: una mosca? Apriamo la finestra per farla uscire, la catturiamo, la schiacciamo. Abbiamo fame? Ci attiviamo per comprarci del cibo, prepararlo, procurarcelo in qualche modo e poi mangiarlo. Il funzionamento è lineare, non sempre semplice ma lineare. Ma quando il disturbo è interno? O quando quello che vorremmo è una cosa interna? (Con interno andiamo a considerare l’aspetto mentale).

La situazione si fa più complessa. In gran parte, non siamo pienamente responsabili di ciò che pensiamo. Chiaro, se leggiamo libri gialli tutto il tempo possiamo avere una buona stima di quali pensieri la nostra mente ci proporrà, ma non abbiamo controllo né precise certezze. Quante volte siamo stati male per qualcosa che abbiamo pensato? Qualcosa di brutto, che ci ha fatto vergognare, imbarazzare, bloccare, arrabbiare. Quante volte abbiamo sperato che questo pensiero se ne andasse, sparisse dalla faccia della terra, ci lasciasse in pace? Non so voi, ma io penso di potermi ritenere fieramente nell’insieme degli incasinati, apparentemente normali, apparentemente non ansiosi, che comunque viene visitato da “bestiate” mentali.

E cosa dire delle emozioni: anche su queste non abbiamo il controllo. Se qualcuno o qualcosa ci rende felice o ci intristisce è fuori dal nostro potere. Non possiamo scegliere cosa ci piace, come ci dovrebbe piacere e perché, né quando né come. Quante volte, però, proviamo qualcosa che ci è scomodo, ci tendiamo, ci agitiamo, ci scomponiamo internamente, magari facendo una fatica enorme per non far trasparire nulla?

La cosa interessante è che la reazione primaria che mettiamo in campo è quella che normalmente funziona meglio per problematiche fisiche: ci tendiamo, come se potessimo spingere via il tale pensiero o la tale emozione. Si tende la fronte, si tendono le spalle, la bocca, il collo, l’addome, le braccia, le gambe, scegliete voi il vostro punto preferito. E si tende qualcosa, che lo sappiate o meno, perché è naturale. Provi rabbia? Ottimo, la rabbia è un messaggio del corpo che ti dice “Ehi, c’è un’ostacolo, levalo”. Provi paura? Altro messaggio “C’è un pericolo, o lo aggredisci e te ne liberi o scappi tu”, e quindi via al cuore, sudori freddi, aggressività.

Gli oggetti mentali: come si suddividono

Un nostro insegnante fa una classificazione molto semplice ed efficace: ci sono gli oggetti mentali piccolimedigrandi. Facile facile, ma vediamoli nel dettaglio.
Cos’è un oggetto mentale piccolo? Un qualcosa che emerge nella nostra mente senza avere la forza necessaria a distogliere la nostra attenzione. Una nota di fondo, un brusio, il flash di un’immagine, è un qualcosa di tendenzialmente trascurabile. Arrivano stimoli continui e naturalmente ne filtriamo la maggior parte. All’interno della pratica non serve fare nulla di particolare, spesso si dissolvono dinnanzi alla consapevolezza, o comunque restano sullo sfondo senza spostarci dall’oggetto primario di attenzione.

Ci sono gli oggetti mentali medi: quelli con un’intensità tale da distoglierci, da richiederci, anche se solo per un attimo, la nostra completa attenzione. Ognuno di noi ha creato strategie più o meno efficaci per gestirli. Sorgono problemi quando i nostri modi di operare in queste situazioni richiedono un dispendio di energia, anche minimo. Non che non sia utile, anzi, ma se il processo si automatizza e, come già detto in precedenza, ci toglie flessibilità, allora ci ritroviamo incastrati senza neanche sapere come.
Troppo teorico? Facciamo degli esempi anche qui: sto studiando e mi viene in mente che devo stendere la lavatrice. Sto parlando con qualcuno e mi ricordo un qualcosa di completamente sconnesso dalla conversazione, perdendomi quindi le parole di chi ho di fronte.

Niente di particolarmente complesso e/o spiacevole. Come ci lavoriamo?
Dobbiamo conoscere in maniera precisa le componenti di quest’oggetto mentale medio, che siano fisiche, che ci siano pensieri, uno stato mentale soggiacente o altro. In questo modo ci sarà possibile starci insieme senza esserne troppo presi, o ancora ridurlo al peso di un oggetto mentale piccolo che magari resta lì, ma non ci disturba.

Chiudiamo con gli oggetti mentali grandi. Questi quando arrivano non ci lasciano. Per quelli medi magari l’attenzione si frammenta per un po’ e poi scopriamo che sono svaniti, o li abbiamo posticipati. Questi restano, grumi di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche spesso difficili da districare. Per quanto ci sforziamo, restano lì, magari lasciandoci tranquilli per qualche ora al giorno, a volte anche meno. Una preoccupazione sul lavoro, le tasse da pagare, un problema di salute, un problema relazionale, un lutto.
Sono oggetti solitamente difficili da gestire, anche perché ci tolgono la consapevolezza. Possono sembrare così grandi da occupare tutto lo spazio mentale, c’è solo quello e nient’altro. Come ci si lavora? per pezzi. Prenderli di petto non servirebbe a nulla, anche perché il tutto accade nella nostra mente. Possiamo districarli, con pazienza e gentilezza, imparando a starci insieme con un attitudine curiosa e conoscitiva più che avversativa.

Gli oggetti mentali: come lavorarci

Facciamo un riassunto: abbiamo evidenziato con vari esempi come ci sia poco controllo su quello che ci capita nella testa, sulle emozioni che proviamo o i pensieri che incontriamo. Non scegliamo nulla di tutto ciò, tranne, forse, il modo di gestirli.

Trattandosi di contenuti mentali dobbiamo considerare delle regole diverse. Perché dirsi di non pensarci non funziona? Perché per poter mettere a fuoco nella mente di non pensare ad un qualcosa stiamo proprio pensando a quel qualcosa. Lo evochiamo e magari ci diciamo “no”, oppure lo tratteniamo involontariamente nel campo di attenzione, sprecando energie per non provare o sentire o pensare ad una cosa che già è lì. Non funziona, sarebbe come spegnere un fuoco usando la benzina.

Lavoriamo sulla nostra consapevolezza: sulla capacità di conoscere in maniera chiara le cose, così come sono. Non come le vorremmo, non come dovrebbero essere, così come sono, con tutti gli annessi. C’è qualcosa che non ci piace, che ci fa provare emozioni per noi difficili, e noi con la Mindfulness ci alleniamo a ricevere tutto il pacchetto. Impariamo ad accogliere con la stessa cura e precisione che potremmo usare per qualcosa di piacevole.

Non lo facciamo per una sorta di autolesionismo, lo facciamo perché tanto già c’è nella nostra esperienza. Ci è andata male? Così è, ci è andata male, non sprechiamo momenti di libertà a perderci dietro al perché poteva andarci meglio. Se ci pensate, è una risposta logica, ma non spontanea di primo acchito. Permettiamo alla nostra mente di farsi spaziosa e libera, libera di poter scegliere come reagire e quando reagire, questo perché diventa chiaro quel che ci accade. Conosciamo le intenzioni che muovono le nostre azioni, le conosciamo per davvero. Siamo campioni mondiali a credere di sapere. Meno sappiamo e più pensiamo di avere una mente chiara e conosciuta “Sono fatto così”. Più coltiviamo la capacità di guardare alla natura dei fenomeni, più scopriamo che c’è ancora tanto da fare e al contempo, che è più semplice di quanto pensiamo.

Questo è il miglior momento

Un protocollo MBSR ti renderà più libero? Sì, ma dipende dall’impegno. Anche una psicoterapia può farlo, in realtà, qualsiasi cosa che sia direttamente indirizzata al benessere della nostra mente ci rende più liberi. La pratica di consapevolezza (Mindfulness) è quella che proponiamo noi, quella che per noi è stata più funzionale.

Perché? Beh, perché no? Se tanto la mente media il mondo in cui viviamo e la vita che facciamo, perché non prendercene cura prima di tutto? Sul sito abbiamo raccolto un po’ di testimonianze, e sicuramente queste rendono più di mille parole nostre.

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L’unica casa che abitiamo davvero: coltivare l’intimità con il corpo

Di Tiziano Furlanetto
Il primo passo fondamentale quando iniziamo un percorso di consapevolezza è quello di riprendere contatto con il nostro corpo. Perché è importante?

Viviamo in un mondo che esalta il pensiero e fin da giovani tendiamo ad identificarci con la mente pensante. Il corpo molto spesso rimane in secondo piano, un territorio inesplorato dal quale siamo totalmente sconnessi. Diventa quindi davvero importante re-imparare ad ascoltare il nostro corpo per una serie di motivi.

Prima di tutto, riprendere contatto con il corpo vuol dire smettere di darlo per scontato. È attraverso il corpo che ci muoviamo, sentiamo, odoriamo, tocchiamo, parliamo, mangiamo, interagiamo con la realtà esterna e con gli altri. Ci sembra tutto normale, ma se ci pensiamo per qualche istante capiamo immediatamente che non c’è nulla di scontato in questo processo eccezionale.

Inoltre, corpo e mente non sono due entità distinte, sono in costante interazione, potremmo dire che sono una cosa unica. I ricordi, le pianificazioni, i pensieri intrusivi e ricorrenti e le emozioni hanno sempre un correlato fisico che molto spesso tendiamo ad ignorare. A volte le percezioni fisiche sono così confuse che non sappiamo nemmeno riconoscere l’emozione che ci fa visita. Diventa tutto nuvoloso e poco chiaro. Il nostro corpo è una sorta di segnalatore portatile di quello che stiamo vivendo. Quando iniziamo ad essere stressati, il corpo ci invia dei segnali precoci, segnali che molto spesso non siamo in grado di cogliere. Poi piano piano lo stress si accumula, arriviamo ad un punto critico e crolliamo.

Prima del crollo psico-fisico, il corpo ci avvisa a modo suo che qualcosa non funziona e lo fa in maniera ripetuta, sta a noi imparare ad ascoltarlo: riprendere contatto con il corpo, significa sentirlo in maniera intima, coglierne i segnali di stress, diventare familiari con determinati pattern di sensazioni fisiche e stare con loro, non contro di loro. Se per esempio c’è fastidio o dolore nel corpo, molto spesso tendiamo a ignorarlo, a resistergli, a evitarlo, a ruminarci sopra: in questo modo ci stacchiamo dal corpo e tutto si amplifica in maniera spiacevole.

La pratica di consapevolezza ci può insegnare ad esplorare quello che c’è con curiosità e disponibilità piuttosto che volerlo controllare: è possibile trovare un agio che non dipende esclusivamente dalle sensazioni piacevoli.

Portando attenzione e consapevolezza al corpo, onoriamo i nostri limiti del momento. Molto spesso ci chiediamo 10 quando in realtà possiamo solo dare 5. Ci spingiamo oltre, fisicamente e mentalmente, e aumentiamo lo stress. Più siamo in una relazione di ascolto con il corpo, più siamo in grado di capire quando è il momento di fermarci un attimo. Smettiamo di chiederci l’impossibile.

Quando ci chiediamo l’impossibile, soffriamo: gran parte dello stress quotidiano è causato da una mente poco attenta, una mente scimmia che salta da un pensiero all’altro, che crea un mondo mentale parallelo e che perde il contatto con la realtà così com’è. Il corpo invece è sempre presente. Non è possibile portare attenzione e sentire le sensazioni di ieri e di domani, ma solo quelle di adesso. Quando la mente è persa e non è più qui, il corpo ci fornisce un utilissimo appiglio per riagganciarci al presente. È un effetto radicante: se gli portiamo attenzione, torniamo sulla terra, ricalibriamo il nostro centro, scopriamo un nuovo alleato, una sorta di antidoto naturale alla mente volante creatrice di mondi molto pensati e molto poco reali.

Portare attenzione aperta e curiosa al corpo significa ricominciare a viverlo in maniera piena. Se ci pensiamo un secondo, per molti di noi il corpo è un’enorme fonte di insicurezza e di giudizi pericolosissimi: a volte è troppo grasso, basso, troppo alto, brutto, ha le smagliature, invecchia, si ammala, non è quasi mai come lo vorremmo. Che succede se la nostra tendenza è quella di identificarci in maniera molto forte con questi continui giudizi? Non ci sentiamo a nostro agio, non ci sentiamo a casa e limitiamo in maniera significativa il nostro modo di vivere il corpo e nel corpo. Questo è ovviamente fonte di stress aggiuntivo a quello che magari stiamo già sperimentando. Meditiamo e portiamo la nostra attenzione al corpo per coltivare un atteggiamento più sano ed equilibrato con esso, smettiamo di farci la guerra in casa.

Infine, con la pratica meditativa, ci accorgeremo che il nostro corpo è in costante cambiamento, non è un’entità statica. Le sensazioni fisiche sorgono, si modificano, si spostano, svaniscono. Quello che è intenso prima o poi si affievolisce così come una sensazione debole può diventare molto forte. La pelle invecchia, i capelli cadono e si ingrigiscono, i muscoli si afflosciano, i sensi si affievoliscono, il cervello perde funzionalità. Il corpo cambia, sempre. Accogliere questi cambiamenti nel corpo diventa un passo fondamentale per aprirci e non resistere al cambiamento continuo nelle nostre vite.

Il corpo è saggio, ci dice sempre la verità. Con la pratica possiamo scegliere intenzionalmente di sintonizzarci ed ascoltarla.

 

 

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Soffriamo tutti, c’è poco da fare: la #humanitychallenge

Quando perdiamo qualcuno, soffriamo.

Quando le cose non vanno come preventivato, soffriamo.

Quando siamo poco attenti e la vita ci vive, soffriamo.

Quando non abbiamo il corpo che vorremmo, soffriamo.

Quando gli altri non sono come vorremmo ma sono come sono, soffriamo.

Quando ci pensiamo e sentiamo inutili, incapaci, indegni, persi, a pezzi, soffriamo.

Quando ci rifiutano, soffriamo.

Quando rifiutiamo, soffriamo.

Quando la nostra mente fabbrica mondi diversi dalla realtà delle cose, soffriamo.

Quando ci costruiamo una vita parallela sui social per farci accettare, soffriamo.

Quando invidiamo la vita degli altri, soffriamo.

Quando ci sentiamo superiori a qualcuno a cui vorremmo negare il diritto di voto, soffriamo.

Quando perdiamo fiducia negli insegnamenti degli esperti, soffriamo.

Quando crolla un ponte, soffriamo.

Quando abbiamo paura del diverso, soffriamo.

Quando ci sentiamo soli, soffriamo.

Quando creiamo divisioni, soffriamo.

Quando chiudiamo i porti ed i cuori, soffriamo.

Quando costruiamo muri e dividiamo, soffriamo.

Quando diamo dello sporco negro ad una persona, soffriamo.

Quando vediamo solo bianco o nero, quando spariscono le sfumature, soffriamo.

Quando non siamo accolti, soffriamo.

Quando non accogliamo, soffriamo.

Quando non perdoniamo, soffriamo.

Quando non siamo perdonati, soffriamo.

Quando giudichiamo superficialmente, soffriamo.

Quando siamo giudicati superficialmente, soffriamo.

Quando non facciamo spazio, soffriamo.

Quando siamo in balia della rabbia, dell’odio, della confusione e del dubbio, soffriamo.

Quando la gentilezza sparisce, soffriamo.

 

Siamo tutti sullo stesso barcone traballante ed in balia delle onde: la sofferenza ci riguarda tutti da vicino, ci accomuna, non fa distinzioni, è democratica. Insomma, soffriamo tutti, molto spesso. E capirlo, sentirlo, osservarlo dovrebbe bastarci per volere più bene al mondo che ci ospita e a noi.

Vi lanciamo una piccola sfida: regaliamo e regaliamoci intenzionalmente umanità per 10 minuti al giorno. Piccoli gesti eh, nulla di che. E vediamo che succede. Un sorriso ed un saluto ad uno sconosciuto seduto ai bordi della strada, un abbraccio virtuale a chi ci insulta sui social, una buona parola quando vorremmo urlare, un abbraccio quando vorremmo respingere, una carezza a noi stessi quando vorremmo schiaffeggiarci. Sbizzarriamoci.

Chiamiamola #humanitychallenge per stare al passo coi tempi 🙂

 

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Jack Kornfield: la paura e la rabbia nella vita di tutti i giorni

Avversione, rabbia e odio sono stati d’animo che colpiscono la nostra esperienza, la allontanano da noi, facendoci rifiutare ciò che è presente nel momento.

Dobbiamo rassegnarci a comprendere che questi stati d’animo non vengono dall’esterno: questa intuizione è un’inversione del modo ordinario in cui percepiamo la vita. “Di solito – dice il mio maestro Ajahn Chah – crediamo che i problemi esterni ci attacchino”. Le cose sono sbagliate e le persone si comportano male, causando il nostro odio e la nostra sofferenza. Ma per quanto dolorose possano essere le nostre esperienze, sono solo esperienze dolorose finché non aggiungiamo la nostra risposta di avversione o odio. Solo allora sorge la vera sofferenza. Se reagiamo con odio e avversione, queste qualità mentali diventano abituali. Come una risposta autoimmune distorta, la nostra reazione sbagliata di odio non ci protegge, piuttosto, diventa la causa della nostra continua infelicità.

Come possiamo rompere questo tragico circolo vizioso? Solo attraverso una profonda comprensione della rabbia, dell’odio e dell’avversione. Sono energie universali, forze archetipe che causano immense sofferenze nel mondo. La loro fonte deve essere rintracciata nel profondo dei nostri cuori umani. E solo allora scopriremo una verità incredibile: con compassione, con coraggio e impegno, noi possiamo incontrare le forze aggressive della nostra mente e degli altri, e possiamo trasformare queste energie.

Importantissimi socio-biologi come Konrad Lorenz e Robert Ardrey sono arrivati ad ipozzare che la nostra specie, come le scimmie e molti altri animali, porta dentro di sè istinti necessari e inevitabili di territorialità e aggressività. Oggi, la biologia evolutiva e la neuroscienza si occupano attentamente della funzione genetica e dei meccanismi neurali dell’aggressività. Ma il fatto che aggressività, rabbia e avversione siano incorporate nella nostra eredità universale è solo il punto di partenza della psicologia contemplativa. Dopo aver appreso come affrontarli direttamente, per vedere come si presentano e come funzionano nella nostra vita, dobbiamo fare un passo rivoluzionario. Attraverso la profonda pratica dell’intuizione saggia, attraverso la non identificazione e la compassione, ci liberiamo dalla presa di queste forze istintive. Con la dedizione, scopriamo che è possibile farlo.

Avversione e rabbia si manifestano quasi sempre come reazione diretta a una situazione minacciosa o dolorosa. Se non vengono osservati e capiti, crescono e si trasformano in odio. Come abbiamo visto, il dolore e la perdita sono parti innegabili della vita umana. I testi antichi parlano di una vera e propria montagna di dolore e ci dicono che le nostre lacrime di dolore potrebbero riempire tutti e quattro i grandi oceani.

Così come il dolore, la paura è l’altro predecessore comune della rabbia e dell’odio: la paura della perdita, del dolore, dell’imbarazzo, della vergogna, della debolezza, del non sapere. Quando sorge la paura, rabbia e avversione funzionano come strategie per aiutarci a sentirci sicuri, per dichiarare la nostra forza e sicurezza. In realtà, ci sentiamo davvero insicuri e vulnerabili, ma copriamo questa paura e vulnerabilità con rabbia e aggressività. Lo facciamo al lavoro, nel matrimonio, nelle relazioni, in politica. Una situazione di paura diventa rabbia quando non possiamo ammettere di avere paura. Scrive il poeta Hafiz: “la paura è la stanza più economica della casa. Preferisco vederti in condizioni di vita migliori”.

Senza intenzione, siamo condannati a vivere le nostre vite in questa stanza economica. Fortunatamente, possiamo allenarci a vivere con consapevolezza, a incontrare paura e dolore con saggezza invece che con avversione e rabbia. Quando si presenta un evento doloroso o minaccioso, possiamo aprire gli occhi e vederlo da vicino. Quando impariamo a sopportare il nostro dolore e ad affrontare le nostre paure, allora, e solo allora, non lo infliggeremo più a noi stessi e agli altri. Con la consapevolezza, invece di reagire, possiamo rispondere con chiarezza, intenzione, fermezza e compassione. Una risposta saggia include qualsiasi azione, feroce a volte, a patto che questa sia la più premurosa nei confronti della vita, nostra e altrui. Immagina una mente sana e libera dall’odio. All’inizio questo potrebbe sembrare impossibile, un tentativo idealistico di imporre decoro alla nostra natura umana innatamente aggressiva. Ma la libertà dall’odio non è una repressione spirituale, è saggezza di fronte al dolore e alla paura. In una sana risposta al dolore e alla paura, stabiliamo consapevolezza prima che diventi rabbia. Per farlo dobbiamo imparare a tollerare il nostro dolore e la nostra paura. Questo non è facile. Come ha detto James Baldwin, “moltissime persone scoprono che quando l’odio non c’è più, sono costrette ad affrontare il proprio dolore”.

Jack Kornfield

Testo originale qui: https://jackkornfield.com/fear-and-anger/

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Dalai Lama e Desmond Tutu che ridono

Jack Kornfield ,”Trovare la libertà qui ed ora” alcune riflessioni

Nell’articolo uscito su trycicle “Finding Freedom Right Here, Right Now“, Jack Kornfield mette in evidenza come sia possibile vivere imparando dagli errori, rimanendo centrati e presenti alla nostra vita. Viviamo in un mondo ricco di sofferenza. Guardando alla radice di questa sofferenza, non c’è molta differenza fra quella del giorno d’oggi e quella di 2500 anni fa (ai tempi del Buddha). È cambiata la manifestazione esteriore ma ancora ne cerchiamo la libertà; soffriamo perché non otteniamo quello che vogliamo, soffriamo perché veniamo separati da quello che vogliamo, soffriamo perché siamo umani ed è intrinseco nella nostra natura.

Ogni volta in cui si parla del Buddha o del Buddhismo è sempre bene fare una premessa: gli insegnamenti originali del Buddha non avevano lo scopo di fondare una religione, bensì di fornire un metodo per poter gestire la sofferenza, vivendo al massimo della pienezza la condizione umana. Buddha studiò lo “stress” affinando la sua mente. Non fece altro che proporre una filosofia di vita per la libertà dai condizionamenti alla base di ogni sofferenza. Fece anche qualcosa di rivoluzionario: propose un metodo. Non si limitò a diffondere insegnamenti meramente teorici, non parlò di nulla che non fosse praticabile in maniera diretta.

Questi insegnamenti sono quelli che hanno permesso agli approcci Mindfulness-Based di mettere radici: Jon Kabat-Zinn non ha fatto altro che proporre la pratica di consapevolezza al mondo occidentale, con una struttura facilmente digeribile a livello culturale: nessun nome esotico, nessuna appartenenza religiosa o settaria, semplicemente un modo per ridurre lo stress e vivere meglio.

Ma in fondo, come già detto, anche quando il Buddha era vivo non c’era interesse a fare una religione né tantomeno una setta. C’era solo tanta compassione verso il genere umano, accomunato da altrettanta sofferenza.

Oggi abbiamo la fortuna di avere la ricerca a supportare i benefici di cui prima si poteva solo fare esperienza diretta. Se vogliamo, è un aiuto per una mente scettica: la pratica di consapevolezza (mindfulness) aiuta nella regolazione delle emozioni, nella stabilizzazione dell’attenzione e nello sviluppare le nostre capacità innate di compassione ed empatia. Tutto questo ci serve a regolarci nelle situazioni difficili, a promuovere cura verso noi stessi e verso gli altri.

La cosa sensazionale è che non serve andare sull’Himalaya, non serve raggiungere un villaggio remoto nel nord dell’India. Non ci troviamo più nel contesto culturale in cui si sono sviluppate le varie correnti del Buddhismo: monasteri isolati e mancanza di mezzi per la diffusione. È facile iniziare una pratica di consapevolezza sia grazie alla diffusione che stanno avendo i protocolli Mindfulness-Based sia grazie alla possibilità che gli insegnanti di meditazione hanno di spostarsi nel mondo. Possiamo sviluppare e coltivare le qualità della pratica anche in questo momento, proprio qui.

Il dilemma della felicità

Kornfield cita una frase di grande impatto:

Mi hanno preso molto – la libertà di tornare nella mia terra, la distruzione dei Templi del Tibet e dei testi sacri, la mia libertà culturale e religiosa – quindi perché dovrei permettergli di prendermi anche la mia felicità?

XIV Dalai Lama

Anche il modo in cui leggiamo la felicità contribuisce alla nostra sofferenza. Se per noi essere felici dipende solo da quante esperienze piacevoli riusciamo a guadagnare, avremo un bel da fare per ritrovarci comunque insoddisfatti. Potremmo gustarci un’ottima cena, del buon vino, un rapporto sessuale appagante, un viaggio in una località esotica, ma che fatica! Tutto quello che in realtà andremo a coltivare è una felicità esterna a noi, costantemente attribuita a fattori spesso non controllabili che potrebbero o meno arrivare. Potremmo nutrire la nostra pancia, la nostra mente, i nostri desideri, ma non il cuore. Una cosa tira l’altra e immagino non sia difficile notare che effetto fa desiderare qualcosa e subito dopo desiderarne un’altra. Potremmo sentirci miserabili anche dall’alto di una montagna di ricchezze.

Kornfield parla di un tipo diverso di felicità, quella che deriva dall’aver cura e amore verso di sé e verso l’esterno. Deriva dall’offrire ciò che abbiamo di buono ad un mondo che tanto ne ha bisogno. La felicità per la generosità, per la propria integrità e per il proprio benessere interiore derivano dalla capacità che coltiviamo di prenderci cura della nostra mente cuore.

Cosa trarre dalla pratica di mindfulness

La pratica di consapevolezza però non è mirata a renderci felici e basta. Ci sono quelle volte in cui proprio non ne ingraniamo una giusta. Facciamo la nostra pratica, la sessione del nostro protocollo, jogging, sport, psicoterapia, yoga, e tant’è ci ritroviamo fuori asse. Kornfield usa un’espressione che vale proprio la pena riportare dall’inglese:

The first step when you fail is to step back and laugh a little bit. You’re only human, you know. 

Il primo passo quando fallisci è fare un passo indietro e farsi una risata. Sei solo umano alla fin fine.

Niente di più vero, anche se non è facile metterselo in testa. Potremmo meditare nella nostra vita per perfezionarci come persone, ma non è neanche quello il punto. Il punto è imparare ad essere compassionevoli verso di noi. La compassione è quella cosa che accoglie tutto con presenza, le nostre bellezze e le nostre paure. Già questo è parte fondante, se non il nucleo, della pratica di consapevolezza. Ci sarà il giorno in cui non ce la faremo. Ci sarà il giorno in cui saremo sommersi in un mare innavigabile, ma con compassione verso la nostra condizione, saremo – in un certo senso – in grado di essere felici anche nell’infelicità. La felicità non dipenderà più dall’esterno, ma sgorgherà dall’interno.

Il bypass

Nel suo articolo, Jack (giusto per non chiamarlo sempre Kornfield) mette in evidenza un punto che mi sta molto a cuore. Spesso, la pratica spirituale e la vita spirituale vengono mal interpretate. Si pensa sia un modo per porsi al di sopra dei dilemmi e delle difficoltà umane. Talvolta si pensa sia un modo per fuggire, raggiungendo un qualche stato mistico e puro. È vero, si possono raggiungere stati di beatitudine legati alla pratica meditativa, ma alla fine della fiera, queste condizioni finiscono e si dovrà fare il solito: lavare i piatti, buttare l’immondizia, cercare di non litigare col vicino.

In mezzo alla compassione, la consapevolezza e le motivazioni più pure, bisogna sempre ricordarsi anche il numero della carta di credito, l’account della banca e le bollette da pagare. Tagliare le emozioni dolorose, le ferite più vecchie e più nuove, i nostri conflitti, ci farebbe mancare la nostra umanità. Saremmo qualcosa di fumoso, come dico spesso “unicorni e arcobaleni” (non credo lo dica anche Kornfield). Siamo tanto consapevolezza purissima quanto un insieme di umane imperfezioni. Il punto della pratica, anche se difficile, è quello di imparare ad amare entrambe.

Jack Kornfield è un insegnante di meditazione vipassana, psicologo e co-fondatore del centro di meditazione Spirit Rock. Nel suo ultimo libro “No time Like the Present: Finding Freedom and Joy Right Where You Are” fornisce una guida pratica per vivere gli insegnamenti del Buddha nel quotidiano. Presenta la filosofia buddhista insieme ad un mix di aneddoti personali, istruzioni pratiche ed estratti della letteratura: un modo per mostrare come possiamo vivere con saggezza anche fra il dolore e le difficoltà.

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