Dalai Lama e Desmond Tutu che ridono

Jack Kornfield ,”Trovare la libertà qui ed ora” alcune riflessioni

Nell’articolo uscito su trycicle “Finding Freedom Right Here, Right Now“, Jack Kornfield mette in evidenza come sia possibile vivere imparando dagli errori, rimanendo centrati e presenti alla nostra vita. Viviamo in un mondo ricco di sofferenza. Guardando alla radice di questa sofferenza, non c’è molta differenza fra quella del giorno d’oggi e quella di 2500 anni fa (ai tempi del Buddha). È cambiata la manifestazione esteriore ma ancora ne cerchiamo la libertà; soffriamo perché non otteniamo quello che vogliamo, soffriamo perché veniamo separati da quello che vogliamo, soffriamo perché siamo umani ed è intrinseco nella nostra natura.

Ogni volta in cui si parla del Buddha o del Buddhismo è sempre bene fare una premessa: gli insegnamenti originali del Buddha non avevano lo scopo di fondare una religione, bensì di fornire un metodo per poter gestire la sofferenza, vivendo al massimo della pienezza la condizione umana. Buddha studiò lo “stress” affinando la sua mente. Non fece altro che proporre una filosofia di vita per la libertà dai condizionamenti alla base di ogni sofferenza. Fece anche qualcosa di rivoluzionario: propose un metodo. Non si limitò a diffondere insegnamenti meramente teorici, non parlò di nulla che non fosse praticabile in maniera diretta.

Questi insegnamenti sono quelli che hanno permesso agli approcci Mindfulness-Based di mettere radici: Jon Kabat-Zinn non ha fatto altro che proporre la pratica di consapevolezza al mondo occidentale, con una struttura facilmente digeribile a livello culturale: nessun nome esotico, nessuna appartenenza religiosa o settaria, semplicemente un modo per ridurre lo stress e vivere meglio.

Ma in fondo, come già detto, anche quando il Buddha era vivo non c’era interesse a fare una religione né tantomeno una setta. C’era solo tanta compassione verso il genere umano, accomunato da altrettanta sofferenza.

Oggi abbiamo la fortuna di avere la ricerca a supportare i benefici di cui prima si poteva solo fare esperienza diretta. Se vogliamo, è un aiuto per una mente scettica: la pratica di consapevolezza (mindfulness) aiuta nella regolazione delle emozioni, nella stabilizzazione dell’attenzione e nello sviluppare le nostre capacità innate di compassione ed empatia. Tutto questo ci serve a regolarci nelle situazioni difficili, a promuovere cura verso noi stessi e verso gli altri.

La cosa sensazionale è che non serve andare sull’Himalaya, non serve raggiungere un villaggio remoto nel nord dell’India. Non ci troviamo più nel contesto culturale in cui si sono sviluppate le varie correnti del Buddhismo: monasteri isolati e mancanza di mezzi per la diffusione. È facile iniziare una pratica di consapevolezza sia grazie alla diffusione che stanno avendo i protocolli Mindfulness-Based sia grazie alla possibilità che gli insegnanti di meditazione hanno di spostarsi nel mondo. Possiamo sviluppare e coltivare le qualità della pratica anche in questo momento, proprio qui.

Il dilemma della felicità

Kornfield cita una frase di grande impatto:

Mi hanno preso molto – la libertà di tornare nella mia terra, la distruzione dei Templi del Tibet e dei testi sacri, la mia libertà culturale e religiosa – quindi perché dovrei permettergli di prendermi anche la mia felicità?

XIV Dalai Lama

Anche il modo in cui leggiamo la felicità contribuisce alla nostra sofferenza. Se per noi essere felici dipende solo da quante esperienze piacevoli riusciamo a guadagnare, avremo un bel da fare per ritrovarci comunque insoddisfatti. Potremmo gustarci un’ottima cena, del buon vino, un rapporto sessuale appagante, un viaggio in una località esotica, ma che fatica! Tutto quello che in realtà andremo a coltivare è una felicità esterna a noi, costantemente attribuita a fattori spesso non controllabili che potrebbero o meno arrivare. Potremmo nutrire la nostra pancia, la nostra mente, i nostri desideri, ma non il cuore. Una cosa tira l’altra e immagino non sia difficile notare che effetto fa desiderare qualcosa e subito dopo desiderarne un’altra. Potremmo sentirci miserabili anche dall’alto di una montagna di ricchezze.

Kornfield parla di un tipo diverso di felicità, quella che deriva dall’aver cura e amore verso di sé e verso l’esterno. Deriva dall’offrire ciò che abbiamo di buono ad un mondo che tanto ne ha bisogno. La felicità per la generosità, per la propria integrità e per il proprio benessere interiore derivano dalla capacità che coltiviamo di prenderci cura della nostra mente cuore.

Cosa trarre dalla pratica di mindfulness

La pratica di consapevolezza però non è mirata a renderci felici e basta. Ci sono quelle volte in cui proprio non ne ingraniamo una giusta. Facciamo la nostra pratica, la sessione del nostro protocollo, jogging, sport, psicoterapia, yoga, e tant’è ci ritroviamo fuori asse. Kornfield usa un’espressione che vale proprio la pena riportare dall’inglese:

The first step when you fail is to step back and laugh a little bit. You’re only human, you know. 

Il primo passo quando fallisci è fare un passo indietro e farsi una risata. Sei solo umano alla fin fine.

Niente di più vero, anche se non è facile metterselo in testa. Potremmo meditare nella nostra vita per perfezionarci come persone, ma non è neanche quello il punto. Il punto è imparare ad essere compassionevoli verso di noi. La compassione è quella cosa che accoglie tutto con presenza, le nostre bellezze e le nostre paure. Già questo è parte fondante, se non il nucleo, della pratica di consapevolezza. Ci sarà il giorno in cui non ce la faremo. Ci sarà il giorno in cui saremo sommersi in un mare innavigabile, ma con compassione verso la nostra condizione, saremo – in un certo senso – in grado di essere felici anche nell’infelicità. La felicità non dipenderà più dall’esterno, ma sgorgherà dall’interno.

Il bypass

Nel suo articolo, Jack (giusto per non chiamarlo sempre Kornfield) mette in evidenza un punto che mi sta molto a cuore. Spesso, la pratica spirituale e la vita spirituale vengono mal interpretate. Si pensa sia un modo per porsi al di sopra dei dilemmi e delle difficoltà umane. Talvolta si pensa sia un modo per fuggire, raggiungendo un qualche stato mistico e puro. È vero, si possono raggiungere stati di beatitudine legati alla pratica meditativa, ma alla fine della fiera, queste condizioni finiscono e si dovrà fare il solito: lavare i piatti, buttare l’immondizia, cercare di non litigare col vicino.

In mezzo alla compassione, la consapevolezza e le motivazioni più pure, bisogna sempre ricordarsi anche il numero della carta di credito, l’account della banca e le bollette da pagare. Tagliare le emozioni dolorose, le ferite più vecchie e più nuove, i nostri conflitti, ci farebbe mancare la nostra umanità. Saremmo qualcosa di fumoso, come dico spesso “unicorni e arcobaleni” (non credo lo dica anche Kornfield). Siamo tanto consapevolezza purissima quanto un insieme di umane imperfezioni. Il punto della pratica, anche se difficile, è quello di imparare ad amare entrambe.

Jack Kornfield è un insegnante di meditazione vipassana, psicologo e co-fondatore del centro di meditazione Spirit Rock. Nel suo ultimo libro “No time Like the Present: Finding Freedom and Joy Right Where You Are” fornisce una guida pratica per vivere gli insegnamenti del Buddha nel quotidiano. Presenta la filosofia buddhista insieme ad un mix di aneddoti personali, istruzioni pratiche ed estratti della letteratura: un modo per mostrare come possiamo vivere con saggezza anche fra il dolore e le difficoltà.

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Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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I cinque visitatori indesiderati – alcuni consigli per la pratica

Intraprendere un percorso personale e costante di pratica meditativa non è semplice, anzi, almeno inizialmente, può rivelarsi davvero faticoso. Trovare qualche prezioso minuto da dedicare a noi stessi è sfidante perché ci richiede di scardinare con gentilezza quelle che sono le nostre abitudini di vita quotidiana. Inoltre, una volta trovato il tempo per sedersi con noi stessi, può capitare di essere “visitati” da stati mentali e fisici molto spiacevoli: torpore, irrequietezza, fastidio, desiderio di fare altro e dubbio. Li chiameremo “i cinque visitatori indesiderati”. Proviamo ad analizzarli uno ad uno.
Sonnolenza e torpore

A volte capita di iniziare la pratica seduta e di ritrovarci in uno stato di grande stanchezza psico-fisica. In questa situazione rimanere svegli risulta davvero difficile: sentiamo la mancanza di energia e tendiamo a sprofondare in uno stato che oscilla tra il sonno e la veglia.

Le cause del torpore possono essere molteplici. Forse abbiamo solo bisogno di riposarci ed il nostro corpo ce lo sta ribadendo. O forse ci stiamo annoiando: molto spesso ci aspettiamo di osservare chissà cosa ed invece in quel momento non c’è nulla di particolare da notare. Un altro motivo potrebbe essere un mancato bilanciamento tra energia e concentrazione: manca l’energia, c’è troppo sforzo concentrativo e di conseguenza la nostra mente sprofonda in uno stato quasi onirico, che di per sé può risultare molto piacevole ma che manca di consapevolezza.

Come possiamo lavorare con il torpore?

Esercitiamo la presenza mentale e iniziamo a riconoscerlo per quello che è: uno stato transitorio di sonnolenza che può diventare oggetto della nostra curiosità. Come lo sento nel corpo? C’è un punto preciso o è una sensazione generalizzata? Se questo non dovesse bastare, è possibile aprire gli occhi, cambiare postura (alzarsi e proseguire la pratica immobili oppure camminare), oppure “ravvivare” un po’ l’attenzione, aprendo il nostro campo attentivo ed includendo alcuni oggetti che fino a quel momento non avevamo ancora esplorato.

In altri casi invece il torpore può arrivare per “proteggerci” da qualche emozione forte che non vogliamo provare. Questa situazione è certamente la più complicata da individuare e richiede un po’ di lavoro. Ciò non significa che dobbiamo andare per forza a caccia di emozioni nascoste, semplicemente forse c’è dell’altro di cui possiamo prendere atto con un piccolo sforzo attentivo. Osserviamo se questo stato si presenta in seguito a qualcosa, se tende a ripetersi molte volte, se ci sono dei segnali. Se è così, utilizziamo tutta l’energia di cui disponiamo per restare svegli ed aperti e lasciare che il sommerso affiori.

Irrequietezza

A volte osserviamo sonnolenza e torpore, altre volte ci sentiamo ansiosi, impazienti ed intolleranti. Il nostro corpo è attraversato da agitazione e da un’energia percepita il più delle volte come spiacevole e che quasi ci impedisce di stare seduti. La nostra mente rincorre i pensieri in modo smanioso ed ossessivo. Siamo letteralmente risucchiati nella nostra attività mentale, stare immobili risulta davvero complicato e notiamo la tendenza a volerci muovere continuamente.

Se per il torpore abbiamo parlato di una mancanza di energia, quando si presenta l’irrequietezza probabilmente c’è troppa energia che la nostra attenzione non riesce a contenere e osservare.

E’ possibile canalizzare questa energia: puntiamo il mirino sull’irrequietezza stessa e osserviamo questa energia nel corpo. Facciamo spazio con curiosità al trambusto fisico e mentale nel quale ci troviamo. Proviamo a non fare nulla per modificarlo. Piano piano energia ed attenzione tenderanno a riequilibrarsi spontaneamente.

Un altro modo per stare con l’irrequietezza può essere quello di mettere a fuoco un oggetto specifico, ad esempio il respiro. Etichettiamo quello che stiamo facendo (inspiro-espiro): questo potrebbe essere molto utile per calmare l’ossessività dei pensieri e l’inquietudine fisica.

Fastidio e desiderio di fare altro

Fastidio e desiderio sono due reazione biologiche che fanno parte del nostro patrimonio evolutivo. Sono tendenze naturali a evitare il dolore e a ricercare il piacere. Sono fenomeni naturali dell’esistenza umana. E, ovviamente, sono anche visitatori poco voluti durante la nostra pratica.

Il fastidio si manifesta quando c’è qualcosa che non ci piace, qualcosa che vorremmo non ci fosse o che, perlomeno, fosse diverso. Ci sediamo ed il nostro corpo è pieno sensazioni spiacevoli, arrivano pensieri fastidiosi che provocano o sono provocati da emozioni negative. Emerge chiara la tendenza a giudicare negativamente l’esperienza che stiamo vivendo, siamo infastiditi da qualsiasi cosa si presenti alla nostra attenzione, un fastidio che piano piano si può trasformare in rabbia vera e propria.

Quando sorge il fastidio, solitamente emerge anche il desiderio di fare altro. E’ una reazione mentale innata e velocissima. “Mi devo muovere”, “Devo assolutamente rispondere a quella mail”, “Ho fame, devo cucinare”. Qualsiasi cosa ci passi per la mente si trasforma in un qualcosa da fare assolutamente e l’unica cosa che non vorremmo fare è esattamente quello che stiamo facendo, ovvero starcene lì seduti.

Prestare attenzione a questi stati mentali ci permette di capire una cosa: il fastidio e la voglia di fare altro non sono che semplici pensieri. Arrivano dal nulla e si dissolvono nel nulla. Per quel che ci è possibile, restiamo lì e curiosiamo.

Dubbio

“Perché lo sto facendo?”, “Sto forse perdendo tempo?” “Ma chi me lo fa fare?”, “Non sono fatto per meditare”, “Non mi serve a nulla”.

Prima o poi, i dubbi sul percorso di pratica che abbiamo scelto arrivano. E’ normale, la nostra mente è stata abituata a vagare ed evitare lo spiacevole per anni: ora stiamo andando controcorrente e la mente protesta instillando in noi il dubbio. Semplicemente, prendiamo nota che c’è dubbio e trattiamolo come un semplice pensiero. Osserviamo quello che finora ci ha donato la pratica e rinnoviamo l’intenzione di continuare.

Dubitare è normale, trasformare i nostri dubbi in inconfutabili realtà è diabolico 😉

 

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Gregge di emozioni

Il gregge: riflessioni sulla gerarchia mentale delle emozioni

Nel praticare mindfulness, con diverse gradazioni di accuratezza, emerge quanto la consapevolezza abbia una caratteristica equanime. Lo sguardo che, consapevole, prende nota, non aggiunge giudizi o livelli, non aggiunge. Nota quello che è per come è.

È importante tenere a mente il concetto di “gradazioni di accuratezza”. Più si fa chiara la visione e più si fa profonda la pratica, maggiori sono le occasioni di scoprire se effettivamente siamo equanimi o se stiamo lasciando fuori qualcosa. Magari possiamo passare dal credere di aver assaggiato la vera essenza di qualcosa, per poi ritrovarci a terra basiti, all’idea di aver colto solo un frutto di un prato, o di una valle.

Questo è ciò che amo. La pratica di consapevolezza non è lineare. Ognuno ha i suoi tempi, fa i suoi scivoloni e prende le giuste schienate. Ma se c’è volontà, ogni volta si guadagna una lezione nuova. Ma veniamo al dunque, perché parlare di gerarchia mentale delle emozioni? Perché di recente ho fatto una scoperta.

Ero fermo nella credenza di esser consapevole delle emozioni: a volte in maniera più netta, a volte solo al sorgere o allo svanire. Uso un’immagine: per me la consapevolezza delle emozioni era un po’ come lo sguardo di un pastore sul suo gregge. A volte il pastore distratto si perde una pecora, deve recuperarne un’altra dai rovi, poi tenerle di nuovo insieme perché siano tutte nel suo sguardo. Forse, più che distratto, agli inizi del suo lavoro. Comunque, lo sguardo del pastore lo intendo come equanime. Quelle che vede sono pecore diverse, con i loro caratteri e le loro fisicità, ma alla fine sono “semplicemente” pecore.

Questo tipo di osservazione mi sembrava equanime. Anziché notare un gregge di pecore, noto un gregge di emozioni. C’è tristezza, c’è gioia, c’è felicità, c’è dispiacere. “Semplicemente” emozioni. Poi, mi sono reso conto che per qualcuna c’era una gerarchia. Come se tenessi tutto il gregge davanti ai miei occhi, tranne la mia pecora preferita, che mi tengo al fianco. E se guardo il gregge, se guardo lontano, cosa colgono i miei occhi? Quello che c’è lontano, non ciò che mantengo al fianco.

Mi sono accorto che rabbia aveva una gerarchia diversa dalle altre e che, quindi, non riceveva lo stesso sguardo equanime. Quelle sono le emozioni, poi c’è Rabbia. Rabbia si merita una lettera maiuscola e si merita un posto speciale. E cos’era a farle meritare tutto questo? La fissità del mio sguardo.

Dopo questa scoperta c’è stato il desiderio di scrivere qualcosa al riguardo, ma ci è voluto tempo, serviva che ci fosse più chiarezza. Ho letto un articolo poco dopo che mi ha aiutato molto, scritto da un’istruttrice di yoga. L’ho tradotto e riportato fedelmente, mettendo le fonti, e alla fine inserirò alcune valutazioni.

Sto imparando a fare i conti con qualcosa di recente, ed è questo: sono arrabbiata.

Permettetemi di ripeterlo: sono arrabbiata.

Sono arrabbiata con le persone che per tutta la vita mi hanno detto che non avrei dovuto essere arrabbiata.
Sono arrabbiata con mia madre, che mi ha insegnato la rabbia non fosse qualcosa per “le signorine per bene”.

Nella mia mente, marchiate a fuoco, ci sono le parole di mia madre quand’ero bambina:
“Se non hai nulla di carino da dire, non dire nulla”.

“Non essere arrabbiata”.

“Calmati un po’”.

C’è un mito pericoloso che aleggia nella società, quello che dice che la rabbia è qualcosa di cattivo che non dovrebbe esser sentito.

Ma io sono arrabbiata.

Ed è bellissimo. Va tutto bene. C’è spazio per la mia rabbia. Posso tenerla, proprio come posso tenere la mia felicità e la mia gioia.

Sono una yogini, una terapeuta e un’insegnante di yoga. Se volessi meditare per mandar via la mia rabbia proprio ora potrei, ma scelgo di non farlo. Sto scegliendo di sedere con lei. Non sto più cercando così tanto di farla andare via. Non sto cercando di trasformarla, controllarla o sbarazzarmene. Sto imparando a lasciar essere la mia rabbia. È stanca di esser considerata un cittadino di seconda classe nel panorama interno della mia mente, della mia anima.

Mi sto concedendo di essere arrabbiata. Mi sto liberando dal concetto per cui alcune emozioni sono sbagliate, che altre sono buone. Le emozioni sono quello che sono, quindi sto lasciando andare il giudizio.

La cosa più bella è che, diversamente dalla mia infanzia, la mia ammissione, il riconoscimento della mia rabbia non vuol più dire che il cielo sta cadendo. Non mi ritroverò nei guai col cosmo, Dio o l’universo per aver accettato la mia rabbia e ciò che mi può insegnare.

Per quelli di noi che sono cresciuti in contesti familiari disfunzionali, abbiamo imparato a interiorizzare la nostra rabbia senza mai esprimerla, o ad esprimerla con combinazioni di dolore, furia o violenza. Questi sono due lati della stessa, distruttiva, medaglia. Né l’assoluto diniego e repressione né gli scoppi d’ira sono produttivi.

Quand’ero una bambina, mi dissero che ero “difficile” perché esprimevo la mia rabbia. Il problema è che non ho mai imparato una maniera appropriata per esprimerla. Ho imparato la rabbia fosse qualcosa di cui aver paura, da trattenere fino a che qualcosa non riusciva a farla esplodere come un vulcano dormiente. E sappiamo tutti cosa succede quando un vulcano dormiente, alla fine, erutta.

Quand’ero più giovane, ma già adulta, qualcuno di a me caro mi chiese “Ma che cos’hai da esser così arrabbiata?”.

Mi ci sono voluti 10 anni per essere in grado di rispondere a questa domanda. I primi anni li ho spesi in terapia (e migliaia di ore le ho spese nelle classi di yoga) sono per imparare a non essere così arrabbiata. Ho praticato per esalare via la mia rabbia.

Questo ha permesso alla mia relazione distruttiva con la rabbia di persistere, quindi ho smesso di scusarmi per questa rabbia. Da ora, la esprimerò:

Sono arrabbiata con l’uomo che mi ha colpito, mi ha mancato di rispetto e mi ha urlato contro, mi ha degradato.

Sono arrabbiata per essere cresciuta in una casa che non mi ha dato il tipo di relazioni che meritavo.

Sono arrabbiata per aver imparato da bambina a comparare la rabbia con la violenza e il caos con l’amore.

Sono arrabbiata perché mi hanno insegnato a pigiare le emozioni in una scatola, per poi ritrovarmi nei guai quando non c’era più modo per contenere questo vaso di Pandora.

Sono arrabbiata perché le mie emozioni sono state spesso svalutate, perché mi è stato detto che cosa provare, come provarlo e quando provarlo.

La cosa divertente della rabbia è che più cerchiamo di controllarla, più forza le diamo per controllarci.

Che cosa succederebbe se noi – insegnanti di yoga, insegnanti di scuola, terapeuti e genitori – smettessimo di insegnare alle persone come controllare la loro rabbia e insegnassimo invece come accettarla? Come imparare da essa? Che cosa vorrebbe dire permettere alla rabbia di guidarci e insegnarci, piuttosto che cercare di sbarazzarsene, ignorarla o reprimerla?

Dire semplicemente “Lasciar andare” la rabbia può suonare come una semplificazione esagerata, soprattutto se la lasciamo andare prima che ci abbia insegnato quello per cui è arrivata.

Come possiamo fare per trasformare i messaggi che riceviamo a casa, a scuola, nelle nostre relazioni, quei messaggi sparsi nella nostra vita che dipingono la rabbia come qualcosa di cattivo?

Mi sono seduta su entrambe le poltrone – terapeuta e paziente. Ignorare la nostra rabbia può portarci depressione, ansia, problemi relazionali, malcontento e abuso di sostanze.

Perché dovremmo essere imbrigliati a percepir la rabbia se non avesse un senso?

Dovremmo semplicemente lasciar andare tutto o c’è un valore per la giovane donna stuprata che impara a non esser più paralizzata e ad esprimere la propria rabbia verso lo stupratore? C’è un valore nel giovane uomo che finalmente si permette di essere arrabbiato per l’invalidazione emotiva ricevuta in tutta l’infanzia?

Rabbia non vuol dire aggressione. L’aggressione è quella che segue quando la rabbia non viene “digerita” in maniera sana.

Credo tutti temiamo grandemente il potere della rabbia. Anziché sbatter porte come la teenager arrabbiata che ero una volta, sto lasciando che la mia rabbia mi passi attraverso.

La sto invitando ad entrare e sto ascoltando cos’ha da insegnarmi.

Con un gesto della penna scrivo: sono arrabbiata. Mi sto concedendo di sentire quest’emozione.

Non sto cercando di sbarazzarmene o cambiarla. La sto facendo passare, accettandola per come è.

È una voce che guida e ispira.

Non temendola più, sto imparando dal potere trasformativo che ha risvegliato. Una volta risvegliato, non può più esser messo a dormire.

È solo quando viene pienamente risvegliata che può esser libera di guarire.

Autrice: Whitney Easton

Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2017/03/im-done-apologizing-for-my-anger/

Riflessioni conclusive

Ci sono molte riflessioni interessanti in quest’articolo, ma forse la cosa che più mi ha aiutato è stato leggere “la mia rabbia”. Più volte compare e ad ogni rilettura mi sono accorto che ciò che pensavo fosse mia rabbia era anche di una persona mai vista e mai sentita, una persona di cui stavo leggendo un articolo. È mia la rabbia? È sua la rabbia? È rabbia. Quante cose non ho osservato per la fissità del mio sguardo? Quante cose posso scoprire, accogliendo qualcosa di nuovo?

A volte mi scordo che rabbia ha preso l’abitudine di mettersi nel suo spazio riservato affianco a me. Mi scordo che lì viene resa speciale. Ma a volte mi ricordo. A volte noto e la includo nel gregge come il resto. Non importa quanto intensa, non importa quanto giustificata. Alla fine è solo un’emozione.

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Uno sguardo alle ricerche: i cambiamenti neurobiologici spiegano come la meditazione di consapevolezza migliori la salute

Iniziare una rubrica scientifica

Spesso parliamo di mindfulness in termini teorici, strettamente legati alla pratica meditativa. Non va dimenticato, però, che il grande successo ottenuto da questa pratica si radica su un corpus solido – ed in espansione esponenziale – di ricerche scientifiche, dal 1980 a oggi.

Jon Kabat-Zinn ha presentato il suo lavoro non solo in quanto meditante, ma anche in quanto ricercatore. Prese il dottorato in una delle università più prestigiose della costa Est degli Stati Uniti, l’UMASS.

Questo sarà il primo di una serie di articoli dedicati proprio all’area di ricerca. Siamo pur sempre occidentali, il riscontro scientifico suscita interesse e dà sicurezza. Magari, chissà, per qualcuno potrà anche fornire la spinta necessaria ad iniziare a praticare.

Da alcuni anni la pratica di mindfulness ha mostrato il suo potenziale in varie aree, come il rallentare la progressione dell’HIV o il ridurre la naturale degradazione dovuta all’invecchiamento. Come detto in precedenza, però, questo è un campo di studi in espansione. I cambiamenti cerebrali che vanno a produrre questi effetti benefici continuano a venir studiati.

Lo studio della Carnegie Mellon University

[Alla fine dell’articolo sarà possibile trovare i link alle fonti in inglese.]

Lo studio preso in considerazione ha valutato gli effetti di un training intensivo di mindfulness comparato ad un training di rilassamento. Come gruppi di ricerca sono stati presi campioni da una popolazione adulta in condizione di stress elevato (disoccupazione). Quello che è emerso, in breve, è una riduzione dell’Interleuchina-6 (IL-6)* nel gruppo sottoposto alla pratica mindfulness. [IL-6* è una proteina presente in condizioni di stress elevato ed è stato il biomarker considerato in questa ricerca.]

A livello cerebrale, i benefici dati dalla pratica mindfulness derivano da una ristrutturazione della connettività e dei circuiti attivati. Non è la prima volta che emerge un risultato simile. Sono ormai svariati gli studi che mostrano come i protocolli riducano la presenza di biomarker legati a processi infiammatori. Anche il concetto di ristrutturazione ci è affine: in fondo, con la pratica di consapevolezza si va a ristrutturare anche il proprio modo di approcciarsi al momento presente, con tutto ciò che ne consegue.

Nel caso del training intensivo di mindfulness i soggetti sperimentali hanno mostrato questi cambiamenti cerebrali nelle aree deputate all’attenzione e al controllo esecutivo, risultato non presente nel caso del training di rilassamento. Quello che fa la mindfulness, in poche parole, è modificare il cervello affinché questi sia più pronto ed “equipaggiato” per gestire situazioni stressanti.

Una nota conclusiva

Ci capita spesso nella nostra attività di dover specificare come la mindfulness non sia finalizzata al rilassamento, e questo studio mi da un buono spunto di discussione.

Tutto quello che si fa praticando la consapevolezza è, come si può evincere dal nome, imparare a portare maggior consapevolezza all’interno delle nostre vite. Lo si fa in maniera gentile, con la giusta energia. Si prende contatto con quello che c’è nel presente delle nostre vite. Si porta accettazione, non rassegnazione.

Non è un modo per rilassare; a volte la verità del momento è che non siamo affatto rilassati. Non sarà di certo l’indurci una sensazione di rilassamento che andrà a cambiare le condizioni che ci hanno resi non-rilassati dal principio. Perché ci sia un cambiamento è necessario aprire gli occhi e prendere contatto con la situazione in cui siamo.

Fonte: https://www.technologynetworks.com/neuroscience/news/neurobiological-changes-explain-how-mindfulness-meditation-improves-health-284006

Pubblicazione originale: Creswell JD et al. Alterations in resting state functional connectivity link mindfulness meditation with reduced interleukin-6: a randomized controlled trial.   Biological Psychiatry, Published Online January 29 2016. doi: 10.1016/j.biopsych.2016.01.008

 

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