Dalai Lama e Desmond Tutu che ridono

Jack Kornfield ,”Trovare la libertà qui ed ora” alcune riflessioni

Nell’articolo uscito su trycicle “Finding Freedom Right Here, Right Now“, Jack Kornfield mette in evidenza come sia possibile vivere imparando dagli errori, rimanendo centrati e presenti alla nostra vita. Viviamo in un mondo ricco di sofferenza. Guardando alla radice di questa sofferenza, non c’è molta differenza fra quella del giorno d’oggi e quella di 2500 anni fa (ai tempi del Buddha). È cambiata la manifestazione esteriore ma ancora ne cerchiamo la libertà; soffriamo perché non otteniamo quello che vogliamo, soffriamo perché veniamo separati da quello che vogliamo, soffriamo perché siamo umani ed è intrinseco nella nostra natura.

Ogni volta in cui si parla del Buddha o del Buddhismo è sempre bene fare una premessa: gli insegnamenti originali del Buddha non avevano lo scopo di fondare una religione, bensì di fornire un metodo per poter gestire la sofferenza, vivendo al massimo della pienezza la condizione umana. Buddha studiò lo “stress” affinando la sua mente. Non fece altro che proporre una filosofia di vita per la libertà dai condizionamenti alla base di ogni sofferenza. Fece anche qualcosa di rivoluzionario: propose un metodo. Non si limitò a diffondere insegnamenti meramente teorici, non parlò di nulla che non fosse praticabile in maniera diretta.

Questi insegnamenti sono quelli che hanno permesso agli approcci Mindfulness-Based di mettere radici: Jon Kabat-Zinn non ha fatto altro che proporre la pratica di consapevolezza al mondo occidentale, con una struttura facilmente digeribile a livello culturale: nessun nome esotico, nessuna appartenenza religiosa o settaria, semplicemente un modo per ridurre lo stress e vivere meglio.

Ma in fondo, come già detto, anche quando il Buddha era vivo non c’era interesse a fare una religione né tantomeno una setta. C’era solo tanta compassione verso il genere umano, accomunato da altrettanta sofferenza.

Oggi abbiamo la fortuna di avere la ricerca a supportare i benefici di cui prima si poteva solo fare esperienza diretta. Se vogliamo, è un aiuto per una mente scettica: la pratica di consapevolezza (mindfulness) aiuta nella regolazione delle emozioni, nella stabilizzazione dell’attenzione e nello sviluppare le nostre capacità innate di compassione ed empatia. Tutto questo ci serve a regolarci nelle situazioni difficili, a promuovere cura verso noi stessi e verso gli altri.

La cosa sensazionale è che non serve andare sull’Himalaya, non serve raggiungere un villaggio remoto nel nord dell’India. Non ci troviamo più nel contesto culturale in cui si sono sviluppate le varie correnti del Buddhismo: monasteri isolati e mancanza di mezzi per la diffusione. È facile iniziare una pratica di consapevolezza sia grazie alla diffusione che stanno avendo i protocolli Mindfulness-Based sia grazie alla possibilità che gli insegnanti di meditazione hanno di spostarsi nel mondo. Possiamo sviluppare e coltivare le qualità della pratica anche in questo momento, proprio qui.

Il dilemma della felicità

Kornfield cita una frase di grande impatto:

Mi hanno preso molto – la libertà di tornare nella mia terra, la distruzione dei Templi del Tibet e dei testi sacri, la mia libertà culturale e religiosa – quindi perché dovrei permettergli di prendermi anche la mia felicità?

XIV Dalai Lama

Anche il modo in cui leggiamo la felicità contribuisce alla nostra sofferenza. Se per noi essere felici dipende solo da quante esperienze piacevoli riusciamo a guadagnare, avremo un bel da fare per ritrovarci comunque insoddisfatti. Potremmo gustarci un’ottima cena, del buon vino, un rapporto sessuale appagante, un viaggio in una località esotica, ma che fatica! Tutto quello che in realtà andremo a coltivare è una felicità esterna a noi, costantemente attribuita a fattori spesso non controllabili che potrebbero o meno arrivare. Potremmo nutrire la nostra pancia, la nostra mente, i nostri desideri, ma non il cuore. Una cosa tira l’altra e immagino non sia difficile notare che effetto fa desiderare qualcosa e subito dopo desiderarne un’altra. Potremmo sentirci miserabili anche dall’alto di una montagna di ricchezze.

Kornfield parla di un tipo diverso di felicità, quella che deriva dall’aver cura e amore verso di sé e verso l’esterno. Deriva dall’offrire ciò che abbiamo di buono ad un mondo che tanto ne ha bisogno. La felicità per la generosità, per la propria integrità e per il proprio benessere interiore derivano dalla capacità che coltiviamo di prenderci cura della nostra mente cuore.

Cosa trarre dalla pratica di mindfulness

La pratica di consapevolezza però non è mirata a renderci felici e basta. Ci sono quelle volte in cui proprio non ne ingraniamo una giusta. Facciamo la nostra pratica, la sessione del nostro protocollo, jogging, sport, psicoterapia, yoga, e tant’è ci ritroviamo fuori asse. Kornfield usa un’espressione che vale proprio la pena riportare dall’inglese:

The first step when you fail is to step back and laugh a little bit. You’re only human, you know. 

Il primo passo quando fallisci è fare un passo indietro e farsi una risata. Sei solo umano alla fin fine.

Niente di più vero, anche se non è facile metterselo in testa. Potremmo meditare nella nostra vita per perfezionarci come persone, ma non è neanche quello il punto. Il punto è imparare ad essere compassionevoli verso di noi. La compassione è quella cosa che accoglie tutto con presenza, le nostre bellezze e le nostre paure. Già questo è parte fondante, se non il nucleo, della pratica di consapevolezza. Ci sarà il giorno in cui non ce la faremo. Ci sarà il giorno in cui saremo sommersi in un mare innavigabile, ma con compassione verso la nostra condizione, saremo – in un certo senso – in grado di essere felici anche nell’infelicità. La felicità non dipenderà più dall’esterno, ma sgorgherà dall’interno.

Il bypass

Nel suo articolo, Jack (giusto per non chiamarlo sempre Kornfield) mette in evidenza un punto che mi sta molto a cuore. Spesso, la pratica spirituale e la vita spirituale vengono mal interpretate. Si pensa sia un modo per porsi al di sopra dei dilemmi e delle difficoltà umane. Talvolta si pensa sia un modo per fuggire, raggiungendo un qualche stato mistico e puro. È vero, si possono raggiungere stati di beatitudine legati alla pratica meditativa, ma alla fine della fiera, queste condizioni finiscono e si dovrà fare il solito: lavare i piatti, buttare l’immondizia, cercare di non litigare col vicino.

In mezzo alla compassione, la consapevolezza e le motivazioni più pure, bisogna sempre ricordarsi anche il numero della carta di credito, l’account della banca e le bollette da pagare. Tagliare le emozioni dolorose, le ferite più vecchie e più nuove, i nostri conflitti, ci farebbe mancare la nostra umanità. Saremmo qualcosa di fumoso, come dico spesso “unicorni e arcobaleni” (non credo lo dica anche Kornfield). Siamo tanto consapevolezza purissima quanto un insieme di umane imperfezioni. Il punto della pratica, anche se difficile, è quello di imparare ad amare entrambe.

Jack Kornfield è un insegnante di meditazione vipassana, psicologo e co-fondatore del centro di meditazione Spirit Rock. Nel suo ultimo libro “No time Like the Present: Finding Freedom and Joy Right Where You Are” fornisce una guida pratica per vivere gli insegnamenti del Buddha nel quotidiano. Presenta la filosofia buddhista insieme ad un mix di aneddoti personali, istruzioni pratiche ed estratti della letteratura: un modo per mostrare come possiamo vivere con saggezza anche fra il dolore e le difficoltà.

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Portare la pratica nella relazione: esserci ed aprire all’altro

Spesso crediamo che la pratica Mindfulness si limiti alla sfera individuale. Nulla di più sbagliato: è possibile praticare e portare consapevolezza nella relazione. Anche, e soprattutto, nelle difficoltà.

Alzi la mano chi non si è mai sentito ferito da un’altra persona. Non vi posso vedere, ma credo che le vostre mani siano rimaste ben salde ed immobili al loro posto. E’ il segreto di pulcinella: gran parte della sofferenza e dello stress che accumuliamo è dovuta alle nostre quotidiane difficoltà relazionali. Compagni, figli, genitori, amici, colleghi, clienti, conoscenti, sconosciuti: siamo circondati, si salvi chi può ;-).

Non siamo isole, siamo animali sociali fatti per stare insieme ed interagire ma le relazioni spesso sono per noi la fonte più acuta di reattività automatica, confusione e sofferenza. Spesso ci aggrovigliamo, ci cristallizziamo nel nostro punto di vista e questo fa sorgere quelle nostre tipiche modalità meccaniche e condizionate di interazione che ci portiamo dietro da anni. Facciamo di tutto per difendere il nostro io e quando l’ego prende il controllo, il banco salta. Il noi si frammenta in “io” e “tu”, sorgono barriere inutili e pericolose che col tempo tendono a diventare indistruttibili.

Portare la pratica nell’incontro con l’altro

Le relazioni sono dei veri e propri facilitatori del pilota automatico. Ognuno di noi ha la sua reazione preferita nelle difficoltà interpersonali: fuga, attacco, blocco. Rabbia e dominio, paura, confusione, sensazione di avere le spalle al muro, di essere dominati. Il pilota automatico vuole avere il controllo, cristallizza la situazione, mette il nostro io davanti a tutto. La consapevolezza invece ci fa provare fiducia verso quello che emerge attimo dopo attimo nella relazione. Tutto cambia, sempre. Osservare e ricevere il cambiamento mentre si manifesta ci prepara alla risposta e non alla reazione.Se pratichiamo abbiamo gli strumenti per rendercene conto e fermarci, fare pausa. Quando ci fermiamo facciamo in modo che la consapevolezza ritorni e accenda la luce sulla reazione in corso.

Riconoscere la reazione mentre si sviluppa nel presente crea le condizioni per lasciar essere. C’è rabbia? Bene. C’è tristezza? Bene. C’è fastidio, avversione? Bene. Lasciamo che ci sia quello che c’è, non sprechiamo energie preziose nel tentativo di cambiare forzatamente la situazione.

Accogliamo ricettivi e gentili quello che si presenta alla consapevolezza, anche al di fuori, perchè di fronte a noi c’è un’altra persona: magari a volte nemmeno ce ne accorgiamo, talmente l’attenzione è rivolta al nostro interno. Apriamoci, includiamo anche lei nella nostra esperienza. Spostiamo il baricentro della nostra attenzione oltre i confini della nostra pelle. Portiamo la nostra pratica individuale nella parola e diciamo ciò che riteniamo vero e utile nel momento presente. Nulla di più e nulla di meno. Mutualità, reciprocità, relazione.

Nella relazione, siamo invitati ad ascoltare in profondità e con curiosa attenzione le nostre parole, i nostri gesti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo. Ed aprendo, facciamo lo stesso con le parole, i gesti, le emozioni e gli stati d’animo dell’altro. Ma c’è di più, molto di più. Quando c’è consapevolezza nella relazione, “io” e “tu” si fondono, creano un campo relazionale dove cadono le divisioni e nel quale ascolto e parola sorgono insieme. Emergono emozioni, significati ed intenzioni co-create che non hanno un vero e proprio proprietario: ascoltiamole in profondità. Abdichiamo al controllo, arrendiamoci semplicemente a quello che succede e ci accorgeremo di quanto rivoluzionario sia questo modo di porsi.

 

 

 

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