Distrazioni e stress? La potenza gentile di una mente ordinata

Di Niccolò Gorgoni
Stress, distrazione, oggetti mentali piccoli, medi e grandi. Una mente ordinata è in grado di districare la matassa e di farci godere qualche momento di libertà.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, è bene spendere due parole su distrazione e stress. Siamo stressati in qualsiasi momento in cui ci attiviamo per rispondere ad un oggetto o una situazione, proveniente dall’interno  o dall’esterno. Spieghiamoci meglio: una visita improvvisa? Ci stressiamo. In ritardo per l’autobus? Ci stressiamo. Prepariamo una bella cenetta al nostro/a partner? Ci stressiamo.

Sfatiamo un mito, stress è una parola che merita attenzione ma non una riduttiva etichetta negativa. Ci sono condizioni in cui siamo stressati in maniera sana, e questo vuol dire che il nostro organismo si attiva per permetterci di far fronte a ciò che accade, che sia qualcosa di piacevole o spiacevole. Ci sono altre condizioni, quelle più note, in cui lo stress non è più sano. Quali sono? Quelle in cui cronicizziamo la nostra reazione, o quelle in cui agiamo in maniera reattiva senza aver bene inquadrato cosa stia succedendo. Usiamo una strategia, scopriamo che funziona, la riapplichiamo. Perché cambiare qualcosa che funziona? Il nostro corpo è bravissimo in questo, ci creiamo tonnellate di abitudini.

Troviamo qualcosa che ci fa stare un po’ più rilassati e lo applichiamo, ancora e ancora. Come la sigaretta. O una ciambella. O un bel litigio che ci fa sfogare. Certo, sul breve termine la strategia da un risultato apparentemente positivo, sul lungo paghiamo un prezzo caro. Alleniamo meccanismi disfunzionali, e questo rende sempre più facile tornare ad utilizzarli. Senza accorgercene, strutturiamo inconsciamente ed abituiamo il nostro cervello ed il nostro corpo a stati stressogeni. E’ come tenere una macchina sempre in prima: ha una bella spinta, ma è necessario essere flessibili e capaci di cambiare marcia se non vogliamo, alla lunga, bruciare il motore.

Cosa c’entra in tutto questo la distrazione? Se siamo distratti riusciamo a fare con più fatica le cose che vorremmo e dovremmo, quindi ci stressiamo. Se siamo stressati, ci distraiamo più facilmente perché siamo in uno stato di iperattivazione fisico-mentale che non è strutturato per farci stare calmi. “Dobbiamo reagire insomma, e reagire subito!”: questo è quello che il corpo “pensa”, o meglio, che è programmato a fare. Cosa succede quindi? Più distrazione, più stress. Più stress, più distrazione. Un gatto che si morde la coda.

Come fare ordine: gli oggetti mentali

Se dovessimo considerare la mente come un sesto senso, gli oggetti mentali sarebbero tutto ciò con cui la mente entra in contatto. Pensieri, emozioni, stati mentali, intenzioni, insomma (e badate bene, non ho usato sinonimi), tutto quello che ci capita in testa. Normalmente siamo abituati erroneamente a gestire gli oggetti mentali come gestiamo quelli fisici. Cerchiamo di mandare via un pensiero, schiacciarlo, scacciarlo, riportarlo, tenerlo, come fosse un qualcosa di concreto su cui possiamo mettere le mani. Non funziona, non facciamo altro che reiterare una strategia che sul lungo termine non paga.

Quando qualcosa di esterno ci disturba possiamo agire fisicamente per risolvere il problema: una mosca? Apriamo la finestra per farla uscire, la catturiamo, la schiacciamo. Abbiamo fame? Ci attiviamo per comprarci del cibo, prepararlo, procurarcelo in qualche modo e poi mangiarlo. Il funzionamento è lineare, non sempre semplice ma lineare. Ma quando il disturbo è interno? O quando quello che vorremmo è una cosa interna? (Con interno andiamo a considerare l’aspetto mentale).

La situazione si fa più complessa. In gran parte, non siamo pienamente responsabili di ciò che pensiamo. Chiaro, se leggiamo libri gialli tutto il tempo possiamo avere una buona stima di quali pensieri la nostra mente ci proporrà, ma non abbiamo controllo né precise certezze. Quante volte siamo stati male per qualcosa che abbiamo pensato? Qualcosa di brutto, che ci ha fatto vergognare, imbarazzare, bloccare, arrabbiare. Quante volte abbiamo sperato che questo pensiero se ne andasse, sparisse dalla faccia della terra, ci lasciasse in pace? Non so voi, ma io penso di potermi ritenere fieramente nell’insieme degli incasinati, apparentemente normali, apparentemente non ansiosi, che comunque viene visitato da “bestiate” mentali.

E cosa dire delle emozioni: anche su queste non abbiamo il controllo. Se qualcuno o qualcosa ci rende felice o ci intristisce è fuori dal nostro potere. Non possiamo scegliere cosa ci piace, come ci dovrebbe piacere e perché, né quando né come. Quante volte, però, proviamo qualcosa che ci è scomodo, ci tendiamo, ci agitiamo, ci scomponiamo internamente, magari facendo una fatica enorme per non far trasparire nulla?

La cosa interessante è che la reazione primaria che mettiamo in campo è quella che normalmente funziona meglio per problematiche fisiche: ci tendiamo, come se potessimo spingere via il tale pensiero o la tale emozione. Si tende la fronte, si tendono le spalle, la bocca, il collo, l’addome, le braccia, le gambe, scegliete voi il vostro punto preferito. E si tende qualcosa, che lo sappiate o meno, perché è naturale. Provi rabbia? Ottimo, la rabbia è un messaggio del corpo che ti dice “Ehi, c’è un’ostacolo, levalo”. Provi paura? Altro messaggio “C’è un pericolo, o lo aggredisci e te ne liberi o scappi tu”, e quindi via al cuore, sudori freddi, aggressività.

Gli oggetti mentali: come si suddividono

Un nostro insegnante fa una classificazione molto semplice ed efficace: ci sono gli oggetti mentali piccolimedigrandi. Facile facile, ma vediamoli nel dettaglio.
Cos’è un oggetto mentale piccolo? Un qualcosa che emerge nella nostra mente senza avere la forza necessaria a distogliere la nostra attenzione. Una nota di fondo, un brusio, il flash di un’immagine, è un qualcosa di tendenzialmente trascurabile. Arrivano stimoli continui e naturalmente ne filtriamo la maggior parte. All’interno della pratica non serve fare nulla di particolare, spesso si dissolvono dinnanzi alla consapevolezza, o comunque restano sullo sfondo senza spostarci dall’oggetto primario di attenzione.

Ci sono gli oggetti mentali medi: quelli con un’intensità tale da distoglierci, da richiederci, anche se solo per un attimo, la nostra completa attenzione. Ognuno di noi ha creato strategie più o meno efficaci per gestirli. Sorgono problemi quando i nostri modi di operare in queste situazioni richiedono un dispendio di energia, anche minimo. Non che non sia utile, anzi, ma se il processo si automatizza e, come già detto in precedenza, ci toglie flessibilità, allora ci ritroviamo incastrati senza neanche sapere come.
Troppo teorico? Facciamo degli esempi anche qui: sto studiando e mi viene in mente che devo stendere la lavatrice. Sto parlando con qualcuno e mi ricordo un qualcosa di completamente sconnesso dalla conversazione, perdendomi quindi le parole di chi ho di fronte.

Niente di particolarmente complesso e/o spiacevole. Come ci lavoriamo?
Dobbiamo conoscere in maniera precisa le componenti di quest’oggetto mentale medio, che siano fisiche, che ci siano pensieri, uno stato mentale soggiacente o altro. In questo modo ci sarà possibile starci insieme senza esserne troppo presi, o ancora ridurlo al peso di un oggetto mentale piccolo che magari resta lì, ma non ci disturba.

Chiudiamo con gli oggetti mentali grandi. Questi quando arrivano non ci lasciano. Per quelli medi magari l’attenzione si frammenta per un po’ e poi scopriamo che sono svaniti, o li abbiamo posticipati. Questi restano, grumi di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche spesso difficili da districare. Per quanto ci sforziamo, restano lì, magari lasciandoci tranquilli per qualche ora al giorno, a volte anche meno. Una preoccupazione sul lavoro, le tasse da pagare, un problema di salute, un problema relazionale, un lutto.
Sono oggetti solitamente difficili da gestire, anche perché ci tolgono la consapevolezza. Possono sembrare così grandi da occupare tutto lo spazio mentale, c’è solo quello e nient’altro. Come ci si lavora? per pezzi. Prenderli di petto non servirebbe a nulla, anche perché il tutto accade nella nostra mente. Possiamo districarli, con pazienza e gentilezza, imparando a starci insieme con un attitudine curiosa e conoscitiva più che avversativa.

Gli oggetti mentali: come lavorarci

Facciamo un riassunto: abbiamo evidenziato con vari esempi come ci sia poco controllo su quello che ci capita nella testa, sulle emozioni che proviamo o i pensieri che incontriamo. Non scegliamo nulla di tutto ciò, tranne, forse, il modo di gestirli.

Trattandosi di contenuti mentali dobbiamo considerare delle regole diverse. Perché dirsi di non pensarci non funziona? Perché per poter mettere a fuoco nella mente di non pensare ad un qualcosa stiamo proprio pensando a quel qualcosa. Lo evochiamo e magari ci diciamo “no”, oppure lo tratteniamo involontariamente nel campo di attenzione, sprecando energie per non provare o sentire o pensare ad una cosa che già è lì. Non funziona, sarebbe come spegnere un fuoco usando la benzina.

Lavoriamo sulla nostra consapevolezza: sulla capacità di conoscere in maniera chiara le cose, così come sono. Non come le vorremmo, non come dovrebbero essere, così come sono, con tutti gli annessi. C’è qualcosa che non ci piace, che ci fa provare emozioni per noi difficili, e noi con la Mindfulness ci alleniamo a ricevere tutto il pacchetto. Impariamo ad accogliere con la stessa cura e precisione che potremmo usare per qualcosa di piacevole.

Non lo facciamo per una sorta di autolesionismo, lo facciamo perché tanto già c’è nella nostra esperienza. Ci è andata male? Così è, ci è andata male, non sprechiamo momenti di libertà a perderci dietro al perché poteva andarci meglio. Se ci pensate, è una risposta logica, ma non spontanea di primo acchito. Permettiamo alla nostra mente di farsi spaziosa e libera, libera di poter scegliere come reagire e quando reagire, questo perché diventa chiaro quel che ci accade. Conosciamo le intenzioni che muovono le nostre azioni, le conosciamo per davvero. Siamo campioni mondiali a credere di sapere. Meno sappiamo e più pensiamo di avere una mente chiara e conosciuta “Sono fatto così”. Più coltiviamo la capacità di guardare alla natura dei fenomeni, più scopriamo che c’è ancora tanto da fare e al contempo, che è più semplice di quanto pensiamo.

Questo è il miglior momento

Un protocollo MBSR ti renderà più libero? Sì, ma dipende dall’impegno. Anche una psicoterapia può farlo, in realtà, qualsiasi cosa che sia direttamente indirizzata al benessere della nostra mente ci rende più liberi. La pratica di consapevolezza (Mindfulness) è quella che proponiamo noi, quella che per noi è stata più funzionale.

Perché? Beh, perché no? Se tanto la mente media il mondo in cui viviamo e la vita che facciamo, perché non prendercene cura prima di tutto? Sul sito abbiamo raccolto un po’ di testimonianze, e sicuramente queste rendono più di mille parole nostre.

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Smetti di pensare con la Mindfulness! (anche no, grazie) – Sfatiamo un luogo comune

Negli ultimi anni, la Mindfulness è salita alla ribalta a livello scientifico e, di conseguenza, anche a livello mediatico. La costante ricerca del sensazionalismo ha portato purtroppo ad alcuni grossolani errori e luoghi comuni sul significato della pratica di consapevolezza. Sfatiamone uno.

Dal 2001 sono stati pubblicati su riviste scientifiche specializzate di medicina, psicologia e neuroscienze circa 3500 articoli riguardanti la Mindfulness, che al giorno d’oggi è senza ombra di dubbio un campo di ricerca interessante, ricco di nuovi sviluppi teorici e di importanti applicazioni cliniche. Molti di questi risultati sono stati ripresi da giornali più “mainstream” e la ricerca del titolone acchiappaletture, a volte, ha portato a degli equivoci enormi sulle intenzioni di fondo della pratica Mindfulness.

“Mindfulness? Un antidoto per smettere di pensare!”

“Elimina i pensieri negativi con la Mindfulness!”

Vi immaginate quanto sarebbe bello silenziare la mente ed eliminare tutti quei pensieroni negativi con cui abbiamo, nostro malgrado, a che fare per buona parte della nostra giornata? Sarebbe davvero fantastico se fosse così, ma la realtà è un’altra e, come spesso accade, è diversa dalle nostre aspettative.

Mindfulness e pensieri

Meditare non vuol dire spegnere i pensieri, ma l’esatto contrario. Quando pratichiamo entriamo in contatto diretto con la nostra mente e abbiamo la possibilità , a poco a poco, di vedere quanto a volte questa ci inganni, indirizzi e limiti il nostro comportamento.

Il nostro pensiero condiziona enormemente la percezione del momento presente ma molto spesso lo fa in maniera davvero poco accurata, basandosi principalmente sulle nostre esperienze passate. Quante volte ci siamo lasciati prendere dai nostri pregiudizi, dalle nostre opinioni personali, magari poco informate, e dalle nostre reazioni solo perché “abbiamo sempre fatto così”?

Non è utile scacciare i pensieri negativi: ritorneranno, più forti di prima e ci prenderanno alla sprovvista perché pensavamo di averli sconfitti definitivamente. E’ impossibile smettere di pensare, i pensieri emergono senza il nostro volere e, se non riconosciuti ed osservati per quello che sono, possono impedirci di vedere chiaro nel presente, l’unico momento in cui viviamo.

La Mindfulness non crea e non elimina nulla: ci mette di fronte alla realtà, alla nostra mente ed ai nostri pensieri così come sono. Ci da la possibilità di osservarli senza farci invischiare e trascinare nel loro vortice. Questo ci permette di sviluppare ricettività, responsività ed apertura verso quello che ci succede nella vita quotidiana.

Non c’è davvero nessun bisogno di stoppare o evitare qualsiasi cosa ci capiti: può sembrarci controintuitivo e difficile, ma molto spesso anche la realtà lo è.

In fondo in fondo… che mondo sarebbe senza pensieri? J

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Prenditi in giro! Sfidare la mente giudicante con l’umorismo

Se siete seri, siete bloccati: l’umorismo è la via più rapida per invertire questo processo. Se potete ridere di una cosa, potete anche cambiarla. (Richard Bandler)

 

Prendiamoci due minuti del nostro prezioso tempo, fermiamoci e facciamoci una semplice domanda: sono ancora in grado di ridere di me stesso?

Può sembrare una domanda scontata, stupida, forse addirittura inutile, ma non lo è.

In generale, tendiamo sempre a prenderci troppo sul serio e forse questo è dovuto alla nostra cronica incapacità di staccarci dai nostri pensieri. Siamo sempre troppo dentro i nostri giudizi per poter fare un passo indietro e poterli osservare nella loro effimera essenza.

Così come è difficile muoverci quando siamo invischiati nelle sabbie mobili, allo stesso modo è davvero difficile ridere di noi e della nostra mente giudicante quando ne siamo sottomessi oppure quando la facciamo diventare l’unica portatrice di realtà. “Ci perdiamo nel pensiero” e quando prendiamo i nostri pensieri troppo sul serio è davvero difficile uscirne vivi.

Quando diamo costanza alla pratica quotidiana personale, ci accorgiamo pian piano che noi non siamo i nostri pensieri: questa è una frase forse abusata ma che rispecchia la realtà alla perfezione. La pratica Mindfulness sembra quasi sussurrarci: “Prendiamoci alla leggera, prendiamoci con umorismo, prendiamoci gioco della nostra mente giudicante”.

Molto spesso la nostra mente ci racconta che non siamo capaci, che non ce la faremo mai, che siamo fatti così, che non potremo mai cambiare, che siamo grassi, brutti, indegni, stupidi, che tutto è troppo difficile, che non abbiamo scampo… Ma è davvero la realtà delle cose?

Bene, in queste situazioni è possibile ribattere con un sorriso: “Eccoti qui, mente giudicante. Grazie per la tua splendida opinione”. “Oh, riecco Radio Giudizio!”. “Dici che non ce la farò mai? Sì, certo, ti voglio bene anche io”. “Sono stupido? Ah beh, senti chi parla”.

Ridere di noi stessi, dei nostri pensieri e della nostra infelice tendenza ad eleggerli come nostri unici consiglieri, fa bene. E se iniziamo coi pensieri, ci accorgeremo che sarà possibile farlo coi nostri sbagli, le nostre reazioni, con qualsiasi cosa riguardi la nostra vita quotidiana.

Più ridiamo di noi, più siamo gentili con noi stessi. E se ridiamo di qualcosa, vuol dire che l’abbiamo già accettato.

I pensieri? Una risata li seppellirà.

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