Frank Ostaseski – Pensieri e riflessioni sull’identità

di Frank Ostaseski

Solitamente abbiamo la tendenza a creare e modellare un’immagine positiva di noi stessi, magari gonfiando le nostre capacità o la nostra importanza. Altre volte, al contrario, possiamo buttare benzina sul fuoco e dar vita ad un concetto negativo di noi stessi, esagerando difetti o debolezze. Sappiamo intrinsecamente che questa costruzione, ovvero l’immagine di noi che portiamo in giro e proiettiamo nel mondo, non è sostanziale né tantomeno reale eppure investiamo energie in essa e arriviamo a scambiarla per la realtà.

Siamo continuamente impegnati nel dare un’identità accettabile dalle nostre storie, finché gradualmente ci troviamo a vivere inconsapevolmente nella loro trama: non possiamo più separare la storia e ciò che siamo realmente. Non possiamo immaginare di esistere senza un’immagine di noi e i suoi attaccamenti. La pratica sgretola ciò che sembrava così solido: ci rendiamo conto che cambiamo costantemente impressioni e rappresentazioni, che la nostra storia è tenuta insieme da sputi, colla e abitudine. Veniamo alla consapevolezza che l’identità non è uno stato statico. Identificare è un’azione interiore, un processo che facciamo a noi stessi. Siamo già un’espressione unica di unità… perché lavorare così duramente per cercare di essere qualcosa di più?

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Distrazioni e stress? La potenza gentile di una mente ordinata

Di Niccolò Gorgoni
Stress, distrazione, oggetti mentali piccoli, medi e grandi. Una mente ordinata è in grado di districare la matassa e di farci godere qualche momento di libertà.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, è bene spendere due parole su distrazione e stress. Siamo stressati in qualsiasi momento in cui ci attiviamo per rispondere ad un oggetto o una situazione, proveniente dall’interno  o dall’esterno. Spieghiamoci meglio: una visita improvvisa? Ci stressiamo. In ritardo per l’autobus? Ci stressiamo. Prepariamo una bella cenetta al nostro/a partner? Ci stressiamo.

Sfatiamo un mito, stress è una parola che merita attenzione ma non una riduttiva etichetta negativa. Ci sono condizioni in cui siamo stressati in maniera sana, e questo vuol dire che il nostro organismo si attiva per permetterci di far fronte a ciò che accade, che sia qualcosa di piacevole o spiacevole. Ci sono altre condizioni, quelle più note, in cui lo stress non è più sano. Quali sono? Quelle in cui cronicizziamo la nostra reazione, o quelle in cui agiamo in maniera reattiva senza aver bene inquadrato cosa stia succedendo. Usiamo una strategia, scopriamo che funziona, la riapplichiamo. Perché cambiare qualcosa che funziona? Il nostro corpo è bravissimo in questo, ci creiamo tonnellate di abitudini.

Troviamo qualcosa che ci fa stare un po’ più rilassati e lo applichiamo, ancora e ancora. Come la sigaretta. O una ciambella. O un bel litigio che ci fa sfogare. Certo, sul breve termine la strategia da un risultato apparentemente positivo, sul lungo paghiamo un prezzo caro. Alleniamo meccanismi disfunzionali, e questo rende sempre più facile tornare ad utilizzarli. Senza accorgercene, strutturiamo inconsciamente ed abituiamo il nostro cervello ed il nostro corpo a stati stressogeni. E’ come tenere una macchina sempre in prima: ha una bella spinta, ma è necessario essere flessibili e capaci di cambiare marcia se non vogliamo, alla lunga, bruciare il motore.

Cosa c’entra in tutto questo la distrazione? Se siamo distratti riusciamo a fare con più fatica le cose che vorremmo e dovremmo, quindi ci stressiamo. Se siamo stressati, ci distraiamo più facilmente perché siamo in uno stato di iperattivazione fisico-mentale che non è strutturato per farci stare calmi. “Dobbiamo reagire insomma, e reagire subito!”: questo è quello che il corpo “pensa”, o meglio, che è programmato a fare. Cosa succede quindi? Più distrazione, più stress. Più stress, più distrazione. Un gatto che si morde la coda.

Come fare ordine: gli oggetti mentali

Se dovessimo considerare la mente come un sesto senso, gli oggetti mentali sarebbero tutto ciò con cui la mente entra in contatto. Pensieri, emozioni, stati mentali, intenzioni, insomma (e badate bene, non ho usato sinonimi), tutto quello che ci capita in testa. Normalmente siamo abituati erroneamente a gestire gli oggetti mentali come gestiamo quelli fisici. Cerchiamo di mandare via un pensiero, schiacciarlo, scacciarlo, riportarlo, tenerlo, come fosse un qualcosa di concreto su cui possiamo mettere le mani. Non funziona, non facciamo altro che reiterare una strategia che sul lungo termine non paga.

Quando qualcosa di esterno ci disturba possiamo agire fisicamente per risolvere il problema: una mosca? Apriamo la finestra per farla uscire, la catturiamo, la schiacciamo. Abbiamo fame? Ci attiviamo per comprarci del cibo, prepararlo, procurarcelo in qualche modo e poi mangiarlo. Il funzionamento è lineare, non sempre semplice ma lineare. Ma quando il disturbo è interno? O quando quello che vorremmo è una cosa interna? (Con interno andiamo a considerare l’aspetto mentale).

La situazione si fa più complessa. In gran parte, non siamo pienamente responsabili di ciò che pensiamo. Chiaro, se leggiamo libri gialli tutto il tempo possiamo avere una buona stima di quali pensieri la nostra mente ci proporrà, ma non abbiamo controllo né precise certezze. Quante volte siamo stati male per qualcosa che abbiamo pensato? Qualcosa di brutto, che ci ha fatto vergognare, imbarazzare, bloccare, arrabbiare. Quante volte abbiamo sperato che questo pensiero se ne andasse, sparisse dalla faccia della terra, ci lasciasse in pace? Non so voi, ma io penso di potermi ritenere fieramente nell’insieme degli incasinati, apparentemente normali, apparentemente non ansiosi, che comunque viene visitato da “bestiate” mentali.

E cosa dire delle emozioni: anche su queste non abbiamo il controllo. Se qualcuno o qualcosa ci rende felice o ci intristisce è fuori dal nostro potere. Non possiamo scegliere cosa ci piace, come ci dovrebbe piacere e perché, né quando né come. Quante volte, però, proviamo qualcosa che ci è scomodo, ci tendiamo, ci agitiamo, ci scomponiamo internamente, magari facendo una fatica enorme per non far trasparire nulla?

La cosa interessante è che la reazione primaria che mettiamo in campo è quella che normalmente funziona meglio per problematiche fisiche: ci tendiamo, come se potessimo spingere via il tale pensiero o la tale emozione. Si tende la fronte, si tendono le spalle, la bocca, il collo, l’addome, le braccia, le gambe, scegliete voi il vostro punto preferito. E si tende qualcosa, che lo sappiate o meno, perché è naturale. Provi rabbia? Ottimo, la rabbia è un messaggio del corpo che ti dice “Ehi, c’è un’ostacolo, levalo”. Provi paura? Altro messaggio “C’è un pericolo, o lo aggredisci e te ne liberi o scappi tu”, e quindi via al cuore, sudori freddi, aggressività.

Gli oggetti mentali: come si suddividono

Un nostro insegnante fa una classificazione molto semplice ed efficace: ci sono gli oggetti mentali piccolimedigrandi. Facile facile, ma vediamoli nel dettaglio.
Cos’è un oggetto mentale piccolo? Un qualcosa che emerge nella nostra mente senza avere la forza necessaria a distogliere la nostra attenzione. Una nota di fondo, un brusio, il flash di un’immagine, è un qualcosa di tendenzialmente trascurabile. Arrivano stimoli continui e naturalmente ne filtriamo la maggior parte. All’interno della pratica non serve fare nulla di particolare, spesso si dissolvono dinnanzi alla consapevolezza, o comunque restano sullo sfondo senza spostarci dall’oggetto primario di attenzione.

Ci sono gli oggetti mentali medi: quelli con un’intensità tale da distoglierci, da richiederci, anche se solo per un attimo, la nostra completa attenzione. Ognuno di noi ha creato strategie più o meno efficaci per gestirli. Sorgono problemi quando i nostri modi di operare in queste situazioni richiedono un dispendio di energia, anche minimo. Non che non sia utile, anzi, ma se il processo si automatizza e, come già detto in precedenza, ci toglie flessibilità, allora ci ritroviamo incastrati senza neanche sapere come.
Troppo teorico? Facciamo degli esempi anche qui: sto studiando e mi viene in mente che devo stendere la lavatrice. Sto parlando con qualcuno e mi ricordo un qualcosa di completamente sconnesso dalla conversazione, perdendomi quindi le parole di chi ho di fronte.

Niente di particolarmente complesso e/o spiacevole. Come ci lavoriamo?
Dobbiamo conoscere in maniera precisa le componenti di quest’oggetto mentale medio, che siano fisiche, che ci siano pensieri, uno stato mentale soggiacente o altro. In questo modo ci sarà possibile starci insieme senza esserne troppo presi, o ancora ridurlo al peso di un oggetto mentale piccolo che magari resta lì, ma non ci disturba.

Chiudiamo con gli oggetti mentali grandi. Questi quando arrivano non ci lasciano. Per quelli medi magari l’attenzione si frammenta per un po’ e poi scopriamo che sono svaniti, o li abbiamo posticipati. Questi restano, grumi di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche spesso difficili da districare. Per quanto ci sforziamo, restano lì, magari lasciandoci tranquilli per qualche ora al giorno, a volte anche meno. Una preoccupazione sul lavoro, le tasse da pagare, un problema di salute, un problema relazionale, un lutto.
Sono oggetti solitamente difficili da gestire, anche perché ci tolgono la consapevolezza. Possono sembrare così grandi da occupare tutto lo spazio mentale, c’è solo quello e nient’altro. Come ci si lavora? per pezzi. Prenderli di petto non servirebbe a nulla, anche perché il tutto accade nella nostra mente. Possiamo districarli, con pazienza e gentilezza, imparando a starci insieme con un attitudine curiosa e conoscitiva più che avversativa.

Gli oggetti mentali: come lavorarci

Facciamo un riassunto: abbiamo evidenziato con vari esempi come ci sia poco controllo su quello che ci capita nella testa, sulle emozioni che proviamo o i pensieri che incontriamo. Non scegliamo nulla di tutto ciò, tranne, forse, il modo di gestirli.

Trattandosi di contenuti mentali dobbiamo considerare delle regole diverse. Perché dirsi di non pensarci non funziona? Perché per poter mettere a fuoco nella mente di non pensare ad un qualcosa stiamo proprio pensando a quel qualcosa. Lo evochiamo e magari ci diciamo “no”, oppure lo tratteniamo involontariamente nel campo di attenzione, sprecando energie per non provare o sentire o pensare ad una cosa che già è lì. Non funziona, sarebbe come spegnere un fuoco usando la benzina.

Lavoriamo sulla nostra consapevolezza: sulla capacità di conoscere in maniera chiara le cose, così come sono. Non come le vorremmo, non come dovrebbero essere, così come sono, con tutti gli annessi. C’è qualcosa che non ci piace, che ci fa provare emozioni per noi difficili, e noi con la Mindfulness ci alleniamo a ricevere tutto il pacchetto. Impariamo ad accogliere con la stessa cura e precisione che potremmo usare per qualcosa di piacevole.

Non lo facciamo per una sorta di autolesionismo, lo facciamo perché tanto già c’è nella nostra esperienza. Ci è andata male? Così è, ci è andata male, non sprechiamo momenti di libertà a perderci dietro al perché poteva andarci meglio. Se ci pensate, è una risposta logica, ma non spontanea di primo acchito. Permettiamo alla nostra mente di farsi spaziosa e libera, libera di poter scegliere come reagire e quando reagire, questo perché diventa chiaro quel che ci accade. Conosciamo le intenzioni che muovono le nostre azioni, le conosciamo per davvero. Siamo campioni mondiali a credere di sapere. Meno sappiamo e più pensiamo di avere una mente chiara e conosciuta “Sono fatto così”. Più coltiviamo la capacità di guardare alla natura dei fenomeni, più scopriamo che c’è ancora tanto da fare e al contempo, che è più semplice di quanto pensiamo.

Questo è il miglior momento

Un protocollo MBSR ti renderà più libero? Sì, ma dipende dall’impegno. Anche una psicoterapia può farlo, in realtà, qualsiasi cosa che sia direttamente indirizzata al benessere della nostra mente ci rende più liberi. La pratica di consapevolezza (Mindfulness) è quella che proponiamo noi, quella che per noi è stata più funzionale.

Perché? Beh, perché no? Se tanto la mente media il mondo in cui viviamo e la vita che facciamo, perché non prendercene cura prima di tutto? Sul sito abbiamo raccolto un po’ di testimonianze, e sicuramente queste rendono più di mille parole nostre.

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Mindfulness di qua, Mindfulness di là… Perchè meditiamo?

Ultimamente sentiamo parlare molto spesso di Mindfulness e di meditazione e di consapevolezza. Ci sono sicuramente molte ragioni alla base di questa esplosione mediatica, ovviamente non le analizzeremo tutte ma possiamo comunque prenderci qualche minuto per provare a capire perché la Mindfulness possa esserci utile nella nostra quotidianità.

Il mondo in cui viviamo è un mondo frenetico e indaffarato: la nostra attenzione è bombardata da stimolazioni continue, c’è sempre qualcosa da fare e la nostra mente è costantemente impegnata. Penso sia chiaro a tutti che quando parliamo di mente stiamo parlando della risorsa più preziosa ed importante di cui disponiamo: è grazie a lei che percepiamo il mondo che ci circonda, è grazie a lei se a volte ci sentiamo felici, soddisfatti, stabili, creativi, concentrati, spontanei, premurosi e gentili verso noi stessi e gli altri. E se ci pensiamo un secondo è imbarazzante scoprire quanto poco tempo dedichiamo a noi stessi per prendercene cura.

Di sicuro utilizziamo più tempo per curare la nostra auto, la nostra casa, il nostro corpo ed il nostro lavoro. Domanda semplice: cosa succede quando non ci prendiamo cura della nostra mente? Risposta ancora più semplice: ci stressiamo e soffriamo. Lo stress non dipende molto da quello che succede all’esterno, dipende principalmente da come leggiamo e ci approcciamo alle varie situazioni quotidiane.

Una mente poco “lavorata”, poco attenta e quindi distratta diventa il nostro biglietto di prima classe per un lungo e travagliato viaggio nel mondo dello stress; quando siamo stressati siamo più vulnerabili, ci troviamo incastrati in pensieri ricorrenti e poco piacevoli, siamo in balia di emozioni difficili e ci lasciamo trascinare dagli eventi. Sopravviviamo e sottovalutiamo il momento presente, incastrati tra un passato che non tornerà ed un futuro che ci spaventa.

Non prestiamo più attenzione al mondo che ci circonda ed è proprio questo stato di distrazione costante che ci fa soffrire, stressare, sopraffare dalle nostre emozioni, dalle nostre reazioni automatiche e dai nostri pensieri.

Meno siamo attenti, meno siamo consapevoli, più siamo ostaggi di quello che ci succede. Inseriamo il pilota automatico e ci comportiamo di default, come se fossimo disconnessi da noi, dagli altri e dal mondo.

la Mindfulness può diventare la nostra palestra mentale quotidiana: la meditazione di consapevolezza è un allenamento per farci familiarizzare con la nostra mente e con il presente, con i suoi momenti piacevoli e con i suoi inevitabili momenti spiacevoli. E’ una misura preventiva per ridurre lo stress: l’atto di meditare affinando l’attenzione e la consapevolezza del nostro corpo e della nostra mente può offrirci una visione ed un modo diverso di approcciarci alla realtà.

La meditazione di consapevolezza non ci libererà dai pensieri spiacevoli, non ci farà smettere di pensare, non eliminerà emozioni (utilissime) come rabbia, paura, tristezza, sconforto, non ci permetterà di sconfiggere in maniera definitiva lo stress. Inoltre, non risolveremo tutti i problemi della nostra vita e non diventeremo perfetti. Non aspettiamoci arcobaleni e cieli tersi.

Ma allora perchè meditiamo? Per apprendere uno strumento gentile che ci permetta di navigare con la nostra barchetta anche quando le onde sono alte ed il mare è in tempesta. Ci sembra poco?

 

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Jack Kornfield: la paura e la rabbia nella vita di tutti i giorni

Avversione, rabbia e odio sono stati d’animo che colpiscono la nostra esperienza, la allontanano da noi, facendoci rifiutare ciò che è presente nel momento.

Dobbiamo rassegnarci a comprendere che questi stati d’animo non vengono dall’esterno: questa intuizione è un’inversione del modo ordinario in cui percepiamo la vita. “Di solito – dice il mio maestro Ajahn Chah – crediamo che i problemi esterni ci attacchino”. Le cose sono sbagliate e le persone si comportano male, causando il nostro odio e la nostra sofferenza. Ma per quanto dolorose possano essere le nostre esperienze, sono solo esperienze dolorose finché non aggiungiamo la nostra risposta di avversione o odio. Solo allora sorge la vera sofferenza. Se reagiamo con odio e avversione, queste qualità mentali diventano abituali. Come una risposta autoimmune distorta, la nostra reazione sbagliata di odio non ci protegge, piuttosto, diventa la causa della nostra continua infelicità.

Come possiamo rompere questo tragico circolo vizioso? Solo attraverso una profonda comprensione della rabbia, dell’odio e dell’avversione. Sono energie universali, forze archetipe che causano immense sofferenze nel mondo. La loro fonte deve essere rintracciata nel profondo dei nostri cuori umani. E solo allora scopriremo una verità incredibile: con compassione, con coraggio e impegno, noi possiamo incontrare le forze aggressive della nostra mente e degli altri, e possiamo trasformare queste energie.

Importantissimi socio-biologi come Konrad Lorenz e Robert Ardrey sono arrivati ad ipozzare che la nostra specie, come le scimmie e molti altri animali, porta dentro di sè istinti necessari e inevitabili di territorialità e aggressività. Oggi, la biologia evolutiva e la neuroscienza si occupano attentamente della funzione genetica e dei meccanismi neurali dell’aggressività. Ma il fatto che aggressività, rabbia e avversione siano incorporate nella nostra eredità universale è solo il punto di partenza della psicologia contemplativa. Dopo aver appreso come affrontarli direttamente, per vedere come si presentano e come funzionano nella nostra vita, dobbiamo fare un passo rivoluzionario. Attraverso la profonda pratica dell’intuizione saggia, attraverso la non identificazione e la compassione, ci liberiamo dalla presa di queste forze istintive. Con la dedizione, scopriamo che è possibile farlo.

Avversione e rabbia si manifestano quasi sempre come reazione diretta a una situazione minacciosa o dolorosa. Se non vengono osservati e capiti, crescono e si trasformano in odio. Come abbiamo visto, il dolore e la perdita sono parti innegabili della vita umana. I testi antichi parlano di una vera e propria montagna di dolore e ci dicono che le nostre lacrime di dolore potrebbero riempire tutti e quattro i grandi oceani.

Così come il dolore, la paura è l’altro predecessore comune della rabbia e dell’odio: la paura della perdita, del dolore, dell’imbarazzo, della vergogna, della debolezza, del non sapere. Quando sorge la paura, rabbia e avversione funzionano come strategie per aiutarci a sentirci sicuri, per dichiarare la nostra forza e sicurezza. In realtà, ci sentiamo davvero insicuri e vulnerabili, ma copriamo questa paura e vulnerabilità con rabbia e aggressività. Lo facciamo al lavoro, nel matrimonio, nelle relazioni, in politica. Una situazione di paura diventa rabbia quando non possiamo ammettere di avere paura. Scrive il poeta Hafiz: “la paura è la stanza più economica della casa. Preferisco vederti in condizioni di vita migliori”.

Senza intenzione, siamo condannati a vivere le nostre vite in questa stanza economica. Fortunatamente, possiamo allenarci a vivere con consapevolezza, a incontrare paura e dolore con saggezza invece che con avversione e rabbia. Quando si presenta un evento doloroso o minaccioso, possiamo aprire gli occhi e vederlo da vicino. Quando impariamo a sopportare il nostro dolore e ad affrontare le nostre paure, allora, e solo allora, non lo infliggeremo più a noi stessi e agli altri. Con la consapevolezza, invece di reagire, possiamo rispondere con chiarezza, intenzione, fermezza e compassione. Una risposta saggia include qualsiasi azione, feroce a volte, a patto che questa sia la più premurosa nei confronti della vita, nostra e altrui. Immagina una mente sana e libera dall’odio. All’inizio questo potrebbe sembrare impossibile, un tentativo idealistico di imporre decoro alla nostra natura umana innatamente aggressiva. Ma la libertà dall’odio non è una repressione spirituale, è saggezza di fronte al dolore e alla paura. In una sana risposta al dolore e alla paura, stabiliamo consapevolezza prima che diventi rabbia. Per farlo dobbiamo imparare a tollerare il nostro dolore e la nostra paura. Questo non è facile. Come ha detto James Baldwin, “moltissime persone scoprono che quando l’odio non c’è più, sono costrette ad affrontare il proprio dolore”.

Jack Kornfield

Testo originale qui: https://jackkornfield.com/fear-and-anger/

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Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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