Mindfulness Relazionale

Mindfulness Relazionale: Insight Dialogue, meditazione e libertà

Il titolo di quest’articolo riprende l’edizione italiana (2016) di un libro del 2007 scritto da Gregory Kramer: “Insight Dialogue: The Interpersonal Path to Freedom“.
Come abbiamo parlato in altri articoli degli interventi Mindfulness-Based e di Mindfulness Meditation, con l’Interpersonal Mindfulness Program in partenza, diventa doveroso parlare delle origini della Mindfulness Relazionale.

Per cominciare, è bene precisare una cosa: l’IMP (Interpersonal Mindfulness Program) non è un percorso di Insight Dialogue, come un protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) non è un percorso di Vipassana (aka Mindfulness Meditation/Insight Meditation).
Entrambi i percorsi prendono ispirazione da queste pratiche “radice” in maniera superficiale. Questo non vuol dire che le banalizzino, anzi. Vuol dire che, chi si approccia a questi programmi, ha modo di assaggiare la punta di un “tubero” – per continuare con la metafora – che arriva ben più in profondità.

Chi è Gregory Kramer

Gregory Kramer è un personaggio decisamente sfaccettato. Pur essendosi dedicato alla meditazione a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, è stato anche musicista e compositore per la New York University. Ha insegnato lì e scritto musica per film, video e per la danza contemporanea. Da questo percorso si è poi interessato alla tecnologia del suono, e negli anni ’90 è stato tra i fondatori di una disciplina scientifico/tecnologica detta “sonificazione”: lo studio della teoria e applicazione della rappresentazione di dati complessi in formato auditivo. Alla fine degli anni ’90 ha conseguito un PhD sull’uso di Internet come ambiente per la comunicazione umana e ha esplorato le potenzialità della Rete per l’insegnamento e la pratica di meditazione.

Come dicevo in precedenza, Gregory si è anche formato come insegnante di meditazione Vipassana facendo riferimento principalemente a insegnanti asiatici (Anagarika Dhammadinna, Ānanda Maitreya Mahanayaka Thero, Achan Sobin Namto e Punnaji Maha Thero). Nel panorama occidentale è visiting teacher al BCBS – Barre Center for Buddhist Studies. Dedica gran parte del suo studio ai sutta (discorsi) del Buddha come trasmessi dal canone pali (la lingua usata per i primi discorsi, una versione semplificata del sanscrito adatta a raggiungere il maggior numero di persone possibili).

Perché sviluppare una meditazione di consapevolezza relazionale

Nella pratica individuale, quella che si può coltivare con un protocollo MBSR, col tempo sviluppiamo la capacità di identificare e sciogliere vecchi schemi di reazione. Ci disidentifichiamo da ciò che l’abitudine e l’esperienza ha sedimentato in noi, e lo facciamo in modo sano e saggio. Va anche detto che non si può negare le relazioni siano un crogiolo sempre caldo di reattività emotiva e proiezioni mentali. Nel confronto con l’altro, il nostro Io è più spesso tirato in ballo e più spesso manifesta la sua forza e le sue facce. Ci ritroviamo a soffrire perché spesso reagiamo a vecchi schemi condizionati.

Medito, medito, ma poi quando parlo con x (dove x sta a chi volete voi) mi ribolle proprio il sangue“. Credo questo esempio sia sufficiente a richiamarci almeno un ricordo. Diventa difficile mantenere l’intenzione di essere consapevoli. Quando il linguaggio entra in gioco, facilmente l’attenzione si ritrova sequestrata.

Anche qui possiamo chiudere gli occhi e immaginarci in un dialogo: quanto è difficile mantenere l’attenzione su quello che diciamo e sul resto dell’esperienza? Riusciamo a sentire il corpo e le sue risposte? Spesso ci perdiamo dei pezzi. Sono proprio questi pezzi che ci rendono più vulnerabili alle risposte automatiche e inconsapevoli.

Cosa non è l’Insight Dialogue

Come al solito, vogliamo chiarire cosa l’ID non è, prima di dire cosa è. Non è un modo per migliorare le nostre skills comunicative, per renderci più performanti. Non è nemmeno una meditazione parlata che sostituisce la pratica silenziosa individuale.
È da una profonda presenza in singolo che ci si può aprire all’altro nella pratica diadica con beneficio. Se non riesco ad ascoltare quello che mi succede e incontro un’altra persona nelle mie stesse condizioni, mi ritroverò a fare una semplice chiacchierata convinto di meditare.
La condizione ottimale è quella in cui due persone con forte presenza si incontrano e si aprono all’esperienza contemplativa relazionale. Questa è una condizione ideale, ma è per mettere in evidenza che lo stato mentale conta. La pratica individuale funziona da base per le pratiche dell’ID.

Insight Dialogue come meditazione di consapevolezza relazionale

Quello che l’Insight Dialogue veicola non sono solo le pratiche e tecniche di consapevolezza, ma anche una visione circa la natura della mente e la possibilità di libertà dai condizionamenti che la imprigionano e creano sofferenza. Non è uno studio che si esaurisce in nove settimane, può dare frutti per un’intera vita. Si può parlare legittimamente di Vipassana relazionale, o ancora di una forma di vipassana che approfondisce la dimensione relazionale.

L’Insight Dialogue è fondato sula meditazione di consapevolezza individuale: è già stato detto in precedenza, non è un’alternativa, bensì un’estensione della pratica al momento della relazione. Senza avere idea di cosa voglia dire essere consapevoli, di cosa sia lo stato di coscienza chiamato “consapevolezza”, non è possibile intraprendere la pratica dell’Insight Dialogue. Se vogliamo, è una versione di vipassana avanzata. Prima si parte da sé, poi si apre all’altro.

L’Insight Dialogue, inoltre, segue gli insegnamenti fondamentali del Buddha, gli stessi che illuminano e guidano la meditazione di consapevolezza tradizionale. Insegnamenti universali, non settari e non religiosi: la sofferenza appartiene a tutte le creature viventi, e tutte le creature viventi, in fondo, vogliono essere felici.

Come si struttura l’Insight Dialogue

Come ogni pratica meditativa, l’Insight Dialogue si compone di istruzioni. Queste linee guida hanno lo scopo di orientare l’attenzione a notare e osservare certi aspetti della nostra esperienza, interna ed esterna. Con la pratica e la ripetizione, queste istruzioni svelano strati sempre più profondi della mente umana: serve tempo, pazienza, diligenza, curiosità. Ogni istruzione ha la finalità di coltivare una specifica qualità meditativa per quanto riguarda la dimensione relazionale.

Oltre a queste linee guida sono presenti anche delle contemplazioni, temi che si esplorano insieme dopo i periodi di meditazione individuale. Questi temi sono universali, strutturati in modo tale che possano includere tutti i partecipanti. Sono anche inesauribili, quindi di tale portata e profondità che ogni volta diventa possibile esplorarne solo una parte. Il punto nell’affrontare questi temi non è quello di arrivare ad una soluzione, ma di arrivare ad un dialogo tra menti in stato meditativo. Quando due o più menti in stato meditativo esplorano con consapevolezza una contemplazione, lo stato mentale si fa “contagioso”, e la possibilità di sviluppare intuizioni liberatorie si potenzia.

Alla radice di tutto, noi nasciamo in relazione. Il nostro stato mentale e quello altrui si influenzano in una interdipendenza continua. Provate a immaginare cosa può voler dire praticare con qualcuno di ben radicato, che agisce come un’ancora e ci sostiene, stabilizzando la nostra mente. Provate a immaginare qualcosa di più concreto ancora: una persona che su di voi ha un effetto calmante, contro una persona che sapete agitarvi molto.

Alla fine, se siamo qui e non siamo monaci, vogliamo semplicemente trovare un modo di vivere felici non solo sul cuscino, ma anche con gli altri.

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Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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Tutto è un dono, se siamo aperti

Potrebbe sembrarci un paradosso, ma tutto quello che avviene nella nostra quotidianità è un dono. Essere aperti all’esperienza così come ci si presenta, ci permette di andare oltre la prima etichetta che la nostra appone (piacevole o spiacevole) e di imparare ad apprezzare tutto quello che c’è, così com’è.

 

Il fastidio è un dono. L’impazienza è un dono. L’invidia è un dono. La tristezza è un dono. L’odio è un dono. La tendenza a voler controllare ciò che non si può controllare è un dono. L’irrequietezza ed il torpore sono un dono.

No, non sono impazzito, lo giuro. Semplicemente, nel linguaggio comune la parola dono ha un’accezione esclusivamente piacevole. Riceviamo qualcosa di bello e inaspettato da qualcuno e ce ne rallegriamo.

In questo caso, il termine dono ha un significato più ampio e non prevede per forza una persona che ci omaggia di qualcosa. Per dono possiamo intendere una qualsiasi situazione quotidiana, spiacevole o piacevole che sia, che siamo in grado di osservare ed esplorare nella sua interezza e dalla quale possiamo trarre un insegnamento, non importa se piccolo o grande.

Ad esempio, un bus in ritardo può trasformarsi in un dono. Ci viene data la possibilità di osservare l’impazienza, la fretta, l’irritazione e la tendenza della nostra mente a rifugiarsi nella pianificazione, nella paura del futuro, nella costruzione di storie inverosimili e poco attinenti alla realtà.

Il corpo comincia ad innervosirsi, si riempie di tensioni, si irrigidisce. La mente inizia a vagare e crea una cornice di frustrazione e rabbia che si autoalimenta: “Ecco, mai fidarsi dei mezzi pubblici. Se non arrivo in tempo sono fregato. E pensa che li pago pure. Magari fra poco arriva, è strapieno e dovrò farmi tutto il viaggio in piedi, oltre il danno, la beffa. Come iniziare benissimo una giornata!”.

Ci siamo passati tutti, vero?

Che sarà mai un po’ di rabbia alla fermata? Nulla di ché, ma quel momento, potenzialmente, può diventare tossico se non riusciamo a fare un passo indietro: mattoncino dopo mattoncino, costruiamo attivamente la nostra sofferenza quotidiana. Il bus in ritardo, il caffè tiepido, la risposta sgarbata di qualcuno, il non trovare parcheggio… Qualsiasi situazione spiacevole che getti luce sulle nostre reazioni automatiche è un regalo prezioso. Fare un passo indietro, vedere la mente in diretta ed osservare come piccole cose possano condizionarci è parte integrante di quel regalo di cui stiamo parlando.

Osserviamo lo schema reattivo (rabbia, delusione, fastidio…) in diretta ed abbiamo la possibilità di rispondere. C’è una frase che mi colpisce sempre molto: “Esiste uno spazio tra stimolo e risposta ed in quello spazio risiede la tua libertà”.

Gettare luce su quello che sta succedendo ed accoglierlo è rilassante, crea le condizioni per non farsi trascinare via dalle situazioni. È liberatorio ed è una liberazione che possiamo raggiungere molte volte durante la giornata.

Tutto è un dono, se siamo in grado di riconoscerlo.

 

“[…] Gioia, tristezza, squallore,

rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza,

visitatori inattesi.

Accoglili di buon grado!

Anche se una folla di afflizioni

irrompe impetuosa nella tua casa

spazzando via ogni arredo,

onora ogni ospite.

Forse ti sta ripulendo

per prepararti a un piacere nuovo. […]”

 

Rumi, “La locanda”

 

 

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Non siamo isole: la Mindfulness e la potenza gentile del gruppo

“Individualmente non possiamo fare granché. Per questo, trovare rifugio nel gruppo, trovare rifugio nella comunità, è una pratica molto forte e importante. […] Se non siamo sostenuti da un gruppo di amici che sono motivati dallo stesso nostro ideale e dalla nostra stessa pratica, non faremo molta strada”. Thich Nhat Hanh

No group, no life.

Siamo animali sociali e la nostra storia evolutiva ci ha portato ad unirci in gruppi per sopravvivere e per riprodurci. Viviamo in comunità per semplificarci la vita e perché, volenti o nolenti, il nostro cervello non è programmato per essere un’isola. Funzioniamo meglio in rete, anche se molto spesso ci raccontiamo e crediamo alla favoletta del lupo solitario. Il gruppo è nel nostro DNA, è la radice che ci ancora alla vita.

Non ci dobbiamo quindi stupire se anche il protocollo MBSR e qualsiasi altro intervento basato sulla pratica Mindfulness siano fondati sul gruppo. La pratica di gruppo è uno dei pilastri imprescindibili. Ma perché?

La nostra pratica personale sostiene quella del gruppo e la pratica del gruppo sostiene la nostra.

 È un circolo virtuoso che si autoalimenta. Può sembrare un semplice e banale detto popolare ma, davvero, l’unione fa la forza.

Iniziare una pratica personale può essere davvero difficile, quasi impossibile se siamo da soli. Il gruppo serve per rafforzare questa intenzione: non siamo soli, ci sono altre 10-12 persone che hanno deciso, proprio come noi, di intraprendere questo percorso. Vederci circondati da persone che ascoltano ed osservano il corpo e la mente con gli occhi chiusi, può regalarci una forza enorme e fortificare il nostro percorso.

È un meccanismo implicito ma sempre presente, un farsi forza a vicenda, un mutuo sostegno, un’energia circolare.

Il gruppo può essere visto come il suolo, noi come il seme. Se il suolo è ricco e nutriente, il nostro seme personale fiorirà e, a sua volta, permetterà a tutti gli altri semi di sbocciare.

Siamo tutti sulla stessa barca.

 Sì, siamo tutti sulla stessa barca. Chi più, chi meno, soffriamo tutti e tutti siamo stressati. La nostra vita non è perfetta, ci sarà sempre qualcosa che non dovrebbe esserci o che potrebbe andare meglio.

La sofferenza collettiva è una verità inconfutabile ed i meccanismi e le reazioni che ne sono alla base sono universali. Detto questo, molto spesso però tendiamo a personalizzare quello che ci succede: “nessuno mi può capire” e “solo io sto così male” sono frasi che ci ripetiamo molto spesso e che diventano giocoforza l’unica realtà possibile.

Quando iniziamo ad ascoltare le condivisioni dei nostri compagni di percorso, iniziamo a renderci conto che quello che pensavamo personale è invece condiviso. Anche gli altri hanno difficoltà, pensieri, sensazioni ed emozioni spiacevoli. Una volta che arriviamo a comprendere questo, la nostra sofferenza un po’ si allenta, inizia pian piano a sciogliersi, diventa condivisa e più tollerabile.

Cadono le barriere e, nel cerchio, i concetti di “io” e “tu” lasciano spazio al “noi”. Siamo tutti sulla stessa barca ma, se remiamo tutti nella stessa direzione, il viaggio diventa più semplice e anche più gradevole.

Il gruppo accoglie e non giudica.

 Il fatto di ritrovarci sulla stessa barca e condividere l’intenzione di remare insieme nelle difficoltà, aiuta l’emergere del non giudizio verso l’esperienza degli altri.

Nasce accoglienza.

Il gruppo diventa così un formidabile contenitore della nostra sofferenza, un rifugio sicuro. Sappiamo che avremo le spalle coperte, che saremo accolti e non giudicati, qualsiasi cosa porteremo e condivideremo.

Un simile processo facilita ed accelera il processo di crescita e fioritura del nostro seme.

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Consapevolezza e social networks – L’avversione ai tempi di Facebook

Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Linkedin: il mondo è cambiato e siamo tutti iperconnessi. L’uso che ne facciamo è importante, più di quanto possiamo immaginare: siamo consapevoli anche in rete o consideriamo la realtà “virtuale” un mondo a parte?

Piccola premessa: lungi da me mettere in discussione la grande utilità degli strumenti social e tutto quello che di buono hanno portato, anche perché probabilmente siete finiti qui sopra attraverso Facebook o Linkedin.

Volenti o nolenti, i social network sono ormai diventati da qualche anno parte integrante della nostra quotidianità. Viviamo costantemente connessi e la nostra mente è bombardata da commenti, aggiornamenti di stato, fotografie, eventi, notizie e chi più ne ha, più ne metta. Questa socialità virtuale, di per sé, non è né buona né cattiva, semplicemente esiste ed esiste in virtù dell’uso che ognuno di noi ne fa.

Facciamo un piccolo esperimento: abbandonate per qualche istante questo post e aprite Facebook. Scegliete la prima notizia che trovate di un qualsiasi quotidiano a cui avete dato il vostro mi piace e leggete i primi venti commenti. Cosa avete trovato? Molto odio, molta invidia, tantissima avversione, qualunque sia l’argomento.

Il meccanismo è molto semplice: qualcuno ha un’opinione diversa dalla mia? Lo insulto, ora gli faccio vedere io chi ha ragione. Qualcuno che nemmeno conosco mi ha insultato dopo che ho commentato un post? Ora gli rendo pan per focaccia. Qualche personaggio famoso (Bebe Vio docet) ha fatto qualcosa che ha suscitato la mia invidia? Non si merita nulla, perchè lui e non io? E poi, in fondo, che cosa vuoi che sia un piccolo commento? Lo fanno tutti.

Stiamo inquinando la nostra mente e quella degli altri senza nemmeno rendercene conto: sempre più spesso tendiamo a sottovalutare il nostro comportamento virtuale, attribuendogli un peso minore rispetto a quello quotidiano. Il senso di responsabilità individuale si attenua ed il rischio di cadere nella reazione è sempre dietro l’angolo. E per quanto riteniamo, erroneamente, che realtà virtuale e vita quotidiana non siano la stessa cosa, portiamo dentro di noi queste piccole o grandi scorie per tutta la giornata. Restano lì, le accumuliamo senza consapevolezza: mattoncino dopo mattoncino, commento dopo commento, aumentiamo la nostra sofferenza e, indirettamente o direttamente, quella degli altri.

Non ci credete? Provate semplicemente a leggere un litigio “digitale” fra due sconosciuti e osservate quello che emerge in voi. Nulla di buono.

Queste situazioni sono ghiottissime occasioni di pratica informale: quando ci troviamo in una situazione critica, spostiamo il focus su noi stessi, accendiamo la lampadina della consapevolezza ricettiva ed esploriamoci.

Che cosa sento quando le mie opinioni sono in pericolo?

Che mondo sta mettendo al mondo la mia mente quando il mio punto di vista è sfidato da altri? Mi sento ferito? Che cosa è ferito?

Cosa osservo nel corpo e nella mente quando c’è avversione?

Quali sono i miei pensieri quando arriva l’invidia? Mi ci tuffo dentro?

Noto meccanismi fisici e mentali simili anche nella quotidianità?

La pratica ci insegna che la rivoluzione silenziosa parte dall’osservazione di noi stessi in qualsiasi momento e dal lasciare andare la tossicità. Ecco, lasciare andare significa anche non farsi risucchiare dalla spirale d’odio che prende vita sul nostro schermo.

Stiamo coltivando l’intenzione di rendere, nel nostro piccolo, questo mondo un posto migliore? Bene, che quest’intenzione ci guidi anche quando siamo online.

 

 

 

 

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