Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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Gregge di emozioni

Il gregge: riflessioni sulla gerarchia mentale delle emozioni

Nel praticare mindfulness, con diverse gradazioni di accuratezza, emerge quanto la consapevolezza abbia una caratteristica equanime. Lo sguardo che, consapevole, prende nota, non aggiunge giudizi o livelli, non aggiunge. Nota quello che è per come è.

È importante tenere a mente il concetto di “gradazioni di accuratezza”. Più si fa chiara la visione e più si fa profonda la pratica, maggiori sono le occasioni di scoprire se effettivamente siamo equanimi o se stiamo lasciando fuori qualcosa. Magari possiamo passare dal credere di aver assaggiato la vera essenza di qualcosa, per poi ritrovarci a terra basiti, all’idea di aver colto solo un frutto di un prato, o di una valle.

Questo è ciò che amo. La pratica di consapevolezza non è lineare. Ognuno ha i suoi tempi, fa i suoi scivoloni e prende le giuste schienate. Ma se c’è volontà, ogni volta si guadagna una lezione nuova. Ma veniamo al dunque, perché parlare di gerarchia mentale delle emozioni? Perché di recente ho fatto una scoperta.

Ero fermo nella credenza di esser consapevole delle emozioni: a volte in maniera più netta, a volte solo al sorgere o allo svanire. Uso un’immagine: per me la consapevolezza delle emozioni era un po’ come lo sguardo di un pastore sul suo gregge. A volte il pastore distratto si perde una pecora, deve recuperarne un’altra dai rovi, poi tenerle di nuovo insieme perché siano tutte nel suo sguardo. Forse, più che distratto, agli inizi del suo lavoro. Comunque, lo sguardo del pastore lo intendo come equanime. Quelle che vede sono pecore diverse, con i loro caratteri e le loro fisicità, ma alla fine sono “semplicemente” pecore.

Questo tipo di osservazione mi sembrava equanime. Anziché notare un gregge di pecore, noto un gregge di emozioni. C’è tristezza, c’è gioia, c’è felicità, c’è dispiacere. “Semplicemente” emozioni. Poi, mi sono reso conto che per qualcuna c’era una gerarchia. Come se tenessi tutto il gregge davanti ai miei occhi, tranne la mia pecora preferita, che mi tengo al fianco. E se guardo il gregge, se guardo lontano, cosa colgono i miei occhi? Quello che c’è lontano, non ciò che mantengo al fianco.

Mi sono accorto che rabbia aveva una gerarchia diversa dalle altre e che, quindi, non riceveva lo stesso sguardo equanime. Quelle sono le emozioni, poi c’è Rabbia. Rabbia si merita una lettera maiuscola e si merita un posto speciale. E cos’era a farle meritare tutto questo? La fissità del mio sguardo.

Dopo questa scoperta c’è stato il desiderio di scrivere qualcosa al riguardo, ma ci è voluto tempo, serviva che ci fosse più chiarezza. Ho letto un articolo poco dopo che mi ha aiutato molto, scritto da un’istruttrice di yoga. L’ho tradotto e riportato fedelmente, mettendo le fonti, e alla fine inserirò alcune valutazioni.

Sto imparando a fare i conti con qualcosa di recente, ed è questo: sono arrabbiata.

Permettetemi di ripeterlo: sono arrabbiata.

Sono arrabbiata con le persone che per tutta la vita mi hanno detto che non avrei dovuto essere arrabbiata.
Sono arrabbiata con mia madre, che mi ha insegnato la rabbia non fosse qualcosa per “le signorine per bene”.

Nella mia mente, marchiate a fuoco, ci sono le parole di mia madre quand’ero bambina:
“Se non hai nulla di carino da dire, non dire nulla”.

“Non essere arrabbiata”.

“Calmati un po’”.

C’è un mito pericoloso che aleggia nella società, quello che dice che la rabbia è qualcosa di cattivo che non dovrebbe esser sentito.

Ma io sono arrabbiata.

Ed è bellissimo. Va tutto bene. C’è spazio per la mia rabbia. Posso tenerla, proprio come posso tenere la mia felicità e la mia gioia.

Sono una yogini, una terapeuta e un’insegnante di yoga. Se volessi meditare per mandar via la mia rabbia proprio ora potrei, ma scelgo di non farlo. Sto scegliendo di sedere con lei. Non sto più cercando così tanto di farla andare via. Non sto cercando di trasformarla, controllarla o sbarazzarmene. Sto imparando a lasciar essere la mia rabbia. È stanca di esser considerata un cittadino di seconda classe nel panorama interno della mia mente, della mia anima.

Mi sto concedendo di essere arrabbiata. Mi sto liberando dal concetto per cui alcune emozioni sono sbagliate, che altre sono buone. Le emozioni sono quello che sono, quindi sto lasciando andare il giudizio.

La cosa più bella è che, diversamente dalla mia infanzia, la mia ammissione, il riconoscimento della mia rabbia non vuol più dire che il cielo sta cadendo. Non mi ritroverò nei guai col cosmo, Dio o l’universo per aver accettato la mia rabbia e ciò che mi può insegnare.

Per quelli di noi che sono cresciuti in contesti familiari disfunzionali, abbiamo imparato a interiorizzare la nostra rabbia senza mai esprimerla, o ad esprimerla con combinazioni di dolore, furia o violenza. Questi sono due lati della stessa, distruttiva, medaglia. Né l’assoluto diniego e repressione né gli scoppi d’ira sono produttivi.

Quand’ero una bambina, mi dissero che ero “difficile” perché esprimevo la mia rabbia. Il problema è che non ho mai imparato una maniera appropriata per esprimerla. Ho imparato la rabbia fosse qualcosa di cui aver paura, da trattenere fino a che qualcosa non riusciva a farla esplodere come un vulcano dormiente. E sappiamo tutti cosa succede quando un vulcano dormiente, alla fine, erutta.

Quand’ero più giovane, ma già adulta, qualcuno di a me caro mi chiese “Ma che cos’hai da esser così arrabbiata?”.

Mi ci sono voluti 10 anni per essere in grado di rispondere a questa domanda. I primi anni li ho spesi in terapia (e migliaia di ore le ho spese nelle classi di yoga) sono per imparare a non essere così arrabbiata. Ho praticato per esalare via la mia rabbia.

Questo ha permesso alla mia relazione distruttiva con la rabbia di persistere, quindi ho smesso di scusarmi per questa rabbia. Da ora, la esprimerò:

Sono arrabbiata con l’uomo che mi ha colpito, mi ha mancato di rispetto e mi ha urlato contro, mi ha degradato.

Sono arrabbiata per essere cresciuta in una casa che non mi ha dato il tipo di relazioni che meritavo.

Sono arrabbiata per aver imparato da bambina a comparare la rabbia con la violenza e il caos con l’amore.

Sono arrabbiata perché mi hanno insegnato a pigiare le emozioni in una scatola, per poi ritrovarmi nei guai quando non c’era più modo per contenere questo vaso di Pandora.

Sono arrabbiata perché le mie emozioni sono state spesso svalutate, perché mi è stato detto che cosa provare, come provarlo e quando provarlo.

La cosa divertente della rabbia è che più cerchiamo di controllarla, più forza le diamo per controllarci.

Che cosa succederebbe se noi – insegnanti di yoga, insegnanti di scuola, terapeuti e genitori – smettessimo di insegnare alle persone come controllare la loro rabbia e insegnassimo invece come accettarla? Come imparare da essa? Che cosa vorrebbe dire permettere alla rabbia di guidarci e insegnarci, piuttosto che cercare di sbarazzarsene, ignorarla o reprimerla?

Dire semplicemente “Lasciar andare” la rabbia può suonare come una semplificazione esagerata, soprattutto se la lasciamo andare prima che ci abbia insegnato quello per cui è arrivata.

Come possiamo fare per trasformare i messaggi che riceviamo a casa, a scuola, nelle nostre relazioni, quei messaggi sparsi nella nostra vita che dipingono la rabbia come qualcosa di cattivo?

Mi sono seduta su entrambe le poltrone – terapeuta e paziente. Ignorare la nostra rabbia può portarci depressione, ansia, problemi relazionali, malcontento e abuso di sostanze.

Perché dovremmo essere imbrigliati a percepir la rabbia se non avesse un senso?

Dovremmo semplicemente lasciar andare tutto o c’è un valore per la giovane donna stuprata che impara a non esser più paralizzata e ad esprimere la propria rabbia verso lo stupratore? C’è un valore nel giovane uomo che finalmente si permette di essere arrabbiato per l’invalidazione emotiva ricevuta in tutta l’infanzia?

Rabbia non vuol dire aggressione. L’aggressione è quella che segue quando la rabbia non viene “digerita” in maniera sana.

Credo tutti temiamo grandemente il potere della rabbia. Anziché sbatter porte come la teenager arrabbiata che ero una volta, sto lasciando che la mia rabbia mi passi attraverso.

La sto invitando ad entrare e sto ascoltando cos’ha da insegnarmi.

Con un gesto della penna scrivo: sono arrabbiata. Mi sto concedendo di sentire quest’emozione.

Non sto cercando di sbarazzarmene o cambiarla. La sto facendo passare, accettandola per come è.

È una voce che guida e ispira.

Non temendola più, sto imparando dal potere trasformativo che ha risvegliato. Una volta risvegliato, non può più esser messo a dormire.

È solo quando viene pienamente risvegliata che può esser libera di guarire.

Autrice: Whitney Easton

Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2017/03/im-done-apologizing-for-my-anger/

Riflessioni conclusive

Ci sono molte riflessioni interessanti in quest’articolo, ma forse la cosa che più mi ha aiutato è stato leggere “la mia rabbia”. Più volte compare e ad ogni rilettura mi sono accorto che ciò che pensavo fosse mia rabbia era anche di una persona mai vista e mai sentita, una persona di cui stavo leggendo un articolo. È mia la rabbia? È sua la rabbia? È rabbia. Quante cose non ho osservato per la fissità del mio sguardo? Quante cose posso scoprire, accogliendo qualcosa di nuovo?

A volte mi scordo che rabbia ha preso l’abitudine di mettersi nel suo spazio riservato affianco a me. Mi scordo che lì viene resa speciale. Ma a volte mi ricordo. A volte noto e la includo nel gregge come il resto. Non importa quanto intensa, non importa quanto giustificata. Alla fine è solo un’emozione.

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“Eccoti qui, rabbia!”: un piccolo miracolo quotidiano

Molto spesso, quando ci sentiamo con le spalle al muro, tendiamo ad innescare il pilota automatico e a reagire istintivamente. In quei momenti, una mente allenata a stare nel presente diventa una preziosissima alleata.
 “Quando mi ritrovo nel bel mezzo di una comunicazione telefonica difficile, mi capita spesso di arrabbiarmi. Il primo gesto é quello di gettare a terra il telefono, quasi come se il telefono in quel momento diventasse la persona che mi ha fatto arrabbiare…ne ho già rotti parecchi…Ieri mi é di nuovo successo, ma, mentre lo stavo lanciando, é arrivato un briciolo di consapevolezza. “Eccola qui, la rabbia”, e subito mi sono sentito meno teso. Ho rimesso il telefono in tasca. Forse é la volta buona, forse mi comprerò uno smartphone e non più un Nokia con lo schermo verde”.
Questo é quello che ha detto un partecipante ad un corso MBSR, durante il settimo incontro.
In questa frase c’è (molta) pratica di consapevolezza, c’è intenzione, c’è senso dell’umorismo, c’è la verità del momento. E questi sono tutti ingredienti preziosi per lavorare sui nostri schemi di reazione, le nostre modalità tipiche di comportamento in cui ci rifugiamo quando ci sentiamo con le spalle al muro. Quasi come se a muoverci, o a tenerci bloccati, fosse una sorta di pilota automatico. Rabbia, paura, tristezza, apatia si impossessano di noi, ci portano portano altrove, ci fanno cadere in un loop che conosciamo benissimo. In quelle occasioni diventiamo, nostro malgrado, spettatori poco consapevoli e passivi.
Lavorare sull’attenzione può regalarci straordinari momenti di lucidità consapevole. Anche, e soprattutto, quando ci ritroviamo sopraffatti dalla rabbia, schiacciati dal senso di colpa e dai nostri giudizi, immersi nella tristezza, persi in pensieri autosvalutanti e ossessivi.
In quei momenti fermiamoci e respiriamo. Facciamo spazio a quello che c’è.
Non è tempo sprecato: accompagnamo l’attenzione sulle sensazioni fisiche del momento, sulle emozioni che sentiamo e sui pensieri che emergono. In quel momento avviene un piccolo miracolo: la pausa ci permette di riconoscere la nostra reazione e facilita la risposta. Come se fermassimo un film già visto migliaia di volte e iniziassimo a guardarne uno nuovo.
Una mente allenata a stare nel presente é in grado di indirizzare le nostre azioni: il cellulare scagliato a terra é reagire, il cellulare rimesso in tasca é rispondere.
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