Distrazioni e stress? La potenza gentile di una mente ordinata

Di Niccolò Gorgoni
Stress, distrazione, oggetti mentali piccoli, medi e grandi. Una mente ordinata è in grado di districare la matassa e di farci godere qualche momento di libertà.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, è bene spendere due parole su distrazione e stress. Siamo stressati in qualsiasi momento in cui ci attiviamo per rispondere ad un oggetto o una situazione, proveniente dall’interno  o dall’esterno. Spieghiamoci meglio: una visita improvvisa? Ci stressiamo. In ritardo per l’autobus? Ci stressiamo. Prepariamo una bella cenetta al nostro/a partner? Ci stressiamo.

Sfatiamo un mito, stress è una parola che merita attenzione ma non una riduttiva etichetta negativa. Ci sono condizioni in cui siamo stressati in maniera sana, e questo vuol dire che il nostro organismo si attiva per permetterci di far fronte a ciò che accade, che sia qualcosa di piacevole o spiacevole. Ci sono altre condizioni, quelle più note, in cui lo stress non è più sano. Quali sono? Quelle in cui cronicizziamo la nostra reazione, o quelle in cui agiamo in maniera reattiva senza aver bene inquadrato cosa stia succedendo. Usiamo una strategia, scopriamo che funziona, la riapplichiamo. Perché cambiare qualcosa che funziona? Il nostro corpo è bravissimo in questo, ci creiamo tonnellate di abitudini.

Troviamo qualcosa che ci fa stare un po’ più rilassati e lo applichiamo, ancora e ancora. Come la sigaretta. O una ciambella. O un bel litigio che ci fa sfogare. Certo, sul breve termine la strategia da un risultato apparentemente positivo, sul lungo paghiamo un prezzo caro. Alleniamo meccanismi disfunzionali, e questo rende sempre più facile tornare ad utilizzarli. Senza accorgercene, strutturiamo inconsciamente ed abituiamo il nostro cervello ed il nostro corpo a stati stressogeni. E’ come tenere una macchina sempre in prima: ha una bella spinta, ma è necessario essere flessibili e capaci di cambiare marcia se non vogliamo, alla lunga, bruciare il motore.

Cosa c’entra in tutto questo la distrazione? Se siamo distratti riusciamo a fare con più fatica le cose che vorremmo e dovremmo, quindi ci stressiamo. Se siamo stressati, ci distraiamo più facilmente perché siamo in uno stato di iperattivazione fisico-mentale che non è strutturato per farci stare calmi. “Dobbiamo reagire insomma, e reagire subito!”: questo è quello che il corpo “pensa”, o meglio, che è programmato a fare. Cosa succede quindi? Più distrazione, più stress. Più stress, più distrazione. Un gatto che si morde la coda.

Come fare ordine: gli oggetti mentali

Se dovessimo considerare la mente come un sesto senso, gli oggetti mentali sarebbero tutto ciò con cui la mente entra in contatto. Pensieri, emozioni, stati mentali, intenzioni, insomma (e badate bene, non ho usato sinonimi), tutto quello che ci capita in testa. Normalmente siamo abituati erroneamente a gestire gli oggetti mentali come gestiamo quelli fisici. Cerchiamo di mandare via un pensiero, schiacciarlo, scacciarlo, riportarlo, tenerlo, come fosse un qualcosa di concreto su cui possiamo mettere le mani. Non funziona, non facciamo altro che reiterare una strategia che sul lungo termine non paga.

Quando qualcosa di esterno ci disturba possiamo agire fisicamente per risolvere il problema: una mosca? Apriamo la finestra per farla uscire, la catturiamo, la schiacciamo. Abbiamo fame? Ci attiviamo per comprarci del cibo, prepararlo, procurarcelo in qualche modo e poi mangiarlo. Il funzionamento è lineare, non sempre semplice ma lineare. Ma quando il disturbo è interno? O quando quello che vorremmo è una cosa interna? (Con interno andiamo a considerare l’aspetto mentale).

La situazione si fa più complessa. In gran parte, non siamo pienamente responsabili di ciò che pensiamo. Chiaro, se leggiamo libri gialli tutto il tempo possiamo avere una buona stima di quali pensieri la nostra mente ci proporrà, ma non abbiamo controllo né precise certezze. Quante volte siamo stati male per qualcosa che abbiamo pensato? Qualcosa di brutto, che ci ha fatto vergognare, imbarazzare, bloccare, arrabbiare. Quante volte abbiamo sperato che questo pensiero se ne andasse, sparisse dalla faccia della terra, ci lasciasse in pace? Non so voi, ma io penso di potermi ritenere fieramente nell’insieme degli incasinati, apparentemente normali, apparentemente non ansiosi, che comunque viene visitato da “bestiate” mentali.

E cosa dire delle emozioni: anche su queste non abbiamo il controllo. Se qualcuno o qualcosa ci rende felice o ci intristisce è fuori dal nostro potere. Non possiamo scegliere cosa ci piace, come ci dovrebbe piacere e perché, né quando né come. Quante volte, però, proviamo qualcosa che ci è scomodo, ci tendiamo, ci agitiamo, ci scomponiamo internamente, magari facendo una fatica enorme per non far trasparire nulla?

La cosa interessante è che la reazione primaria che mettiamo in campo è quella che normalmente funziona meglio per problematiche fisiche: ci tendiamo, come se potessimo spingere via il tale pensiero o la tale emozione. Si tende la fronte, si tendono le spalle, la bocca, il collo, l’addome, le braccia, le gambe, scegliete voi il vostro punto preferito. E si tende qualcosa, che lo sappiate o meno, perché è naturale. Provi rabbia? Ottimo, la rabbia è un messaggio del corpo che ti dice “Ehi, c’è un’ostacolo, levalo”. Provi paura? Altro messaggio “C’è un pericolo, o lo aggredisci e te ne liberi o scappi tu”, e quindi via al cuore, sudori freddi, aggressività.

Gli oggetti mentali: come si suddividono

Un nostro insegnante fa una classificazione molto semplice ed efficace: ci sono gli oggetti mentali piccolimedigrandi. Facile facile, ma vediamoli nel dettaglio.
Cos’è un oggetto mentale piccolo? Un qualcosa che emerge nella nostra mente senza avere la forza necessaria a distogliere la nostra attenzione. Una nota di fondo, un brusio, il flash di un’immagine, è un qualcosa di tendenzialmente trascurabile. Arrivano stimoli continui e naturalmente ne filtriamo la maggior parte. All’interno della pratica non serve fare nulla di particolare, spesso si dissolvono dinnanzi alla consapevolezza, o comunque restano sullo sfondo senza spostarci dall’oggetto primario di attenzione.

Ci sono gli oggetti mentali medi: quelli con un’intensità tale da distoglierci, da richiederci, anche se solo per un attimo, la nostra completa attenzione. Ognuno di noi ha creato strategie più o meno efficaci per gestirli. Sorgono problemi quando i nostri modi di operare in queste situazioni richiedono un dispendio di energia, anche minimo. Non che non sia utile, anzi, ma se il processo si automatizza e, come già detto in precedenza, ci toglie flessibilità, allora ci ritroviamo incastrati senza neanche sapere come.
Troppo teorico? Facciamo degli esempi anche qui: sto studiando e mi viene in mente che devo stendere la lavatrice. Sto parlando con qualcuno e mi ricordo un qualcosa di completamente sconnesso dalla conversazione, perdendomi quindi le parole di chi ho di fronte.

Niente di particolarmente complesso e/o spiacevole. Come ci lavoriamo?
Dobbiamo conoscere in maniera precisa le componenti di quest’oggetto mentale medio, che siano fisiche, che ci siano pensieri, uno stato mentale soggiacente o altro. In questo modo ci sarà possibile starci insieme senza esserne troppo presi, o ancora ridurlo al peso di un oggetto mentale piccolo che magari resta lì, ma non ci disturba.

Chiudiamo con gli oggetti mentali grandi. Questi quando arrivano non ci lasciano. Per quelli medi magari l’attenzione si frammenta per un po’ e poi scopriamo che sono svaniti, o li abbiamo posticipati. Questi restano, grumi di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche spesso difficili da districare. Per quanto ci sforziamo, restano lì, magari lasciandoci tranquilli per qualche ora al giorno, a volte anche meno. Una preoccupazione sul lavoro, le tasse da pagare, un problema di salute, un problema relazionale, un lutto.
Sono oggetti solitamente difficili da gestire, anche perché ci tolgono la consapevolezza. Possono sembrare così grandi da occupare tutto lo spazio mentale, c’è solo quello e nient’altro. Come ci si lavora? per pezzi. Prenderli di petto non servirebbe a nulla, anche perché il tutto accade nella nostra mente. Possiamo districarli, con pazienza e gentilezza, imparando a starci insieme con un attitudine curiosa e conoscitiva più che avversativa.

Gli oggetti mentali: come lavorarci

Facciamo un riassunto: abbiamo evidenziato con vari esempi come ci sia poco controllo su quello che ci capita nella testa, sulle emozioni che proviamo o i pensieri che incontriamo. Non scegliamo nulla di tutto ciò, tranne, forse, il modo di gestirli.

Trattandosi di contenuti mentali dobbiamo considerare delle regole diverse. Perché dirsi di non pensarci non funziona? Perché per poter mettere a fuoco nella mente di non pensare ad un qualcosa stiamo proprio pensando a quel qualcosa. Lo evochiamo e magari ci diciamo “no”, oppure lo tratteniamo involontariamente nel campo di attenzione, sprecando energie per non provare o sentire o pensare ad una cosa che già è lì. Non funziona, sarebbe come spegnere un fuoco usando la benzina.

Lavoriamo sulla nostra consapevolezza: sulla capacità di conoscere in maniera chiara le cose, così come sono. Non come le vorremmo, non come dovrebbero essere, così come sono, con tutti gli annessi. C’è qualcosa che non ci piace, che ci fa provare emozioni per noi difficili, e noi con la Mindfulness ci alleniamo a ricevere tutto il pacchetto. Impariamo ad accogliere con la stessa cura e precisione che potremmo usare per qualcosa di piacevole.

Non lo facciamo per una sorta di autolesionismo, lo facciamo perché tanto già c’è nella nostra esperienza. Ci è andata male? Così è, ci è andata male, non sprechiamo momenti di libertà a perderci dietro al perché poteva andarci meglio. Se ci pensate, è una risposta logica, ma non spontanea di primo acchito. Permettiamo alla nostra mente di farsi spaziosa e libera, libera di poter scegliere come reagire e quando reagire, questo perché diventa chiaro quel che ci accade. Conosciamo le intenzioni che muovono le nostre azioni, le conosciamo per davvero. Siamo campioni mondiali a credere di sapere. Meno sappiamo e più pensiamo di avere una mente chiara e conosciuta “Sono fatto così”. Più coltiviamo la capacità di guardare alla natura dei fenomeni, più scopriamo che c’è ancora tanto da fare e al contempo, che è più semplice di quanto pensiamo.

Questo è il miglior momento

Un protocollo MBSR ti renderà più libero? Sì, ma dipende dall’impegno. Anche una psicoterapia può farlo, in realtà, qualsiasi cosa che sia direttamente indirizzata al benessere della nostra mente ci rende più liberi. La pratica di consapevolezza (Mindfulness) è quella che proponiamo noi, quella che per noi è stata più funzionale.

Perché? Beh, perché no? Se tanto la mente media il mondo in cui viviamo e la vita che facciamo, perché non prendercene cura prima di tutto? Sul sito abbiamo raccolto un po’ di testimonianze, e sicuramente queste rendono più di mille parole nostre.

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Reazione da stress: perché la mindfulness ci aiuta a gestirla

Ti tagliano la strada e senti montare la rabbia. Un collaboratore riceve la promozione che pensavi di meritarti, e vieni travolto da ondate di gelosia. Osservi le glasse lucide dei dolcetti di una pasticceria e senti la volontà venir meno. Rabbia, impazienza, shock, desiderio, frustrazione. Tutti i giorni rischiamo di esser bombardati da emozioni del genere.

Queste emozioni sono assolutamente naturali, ma quando disregolate possono contribuire grandemente all’accumulo di stress. Nel momento in cui, per gestirle, reagiamo, possiamo anche “deragliare”. Possiamo pensare ai nostri esempi, come una mail che non avremmo dovuto mandare, o un commento acido che avremmo potuto tenere per noi. Potrebbe trattarsi anche di quella patina scura che satura tutto ed impedisce di provare felicità o gioia.

Con la pratica di consapevolezza, con un protocollo di Mindfulness come l’MBSR, è possibile imparare a riconoscerle nel momento e lasciarle andare.

Le nostre intenzioni predispongono le condizioni per il futuro

Con ogni reazione che agiamo, lasciamo una traccia, poniamo nei semi nella nostra mente. Prepariamo un terreno fertile perché future reazioni sorgano, collegate a quelle precedenti. In termini buddhisti si può parlare di karma: qualunque azione venga compiuta produce karma che colora il futuro. In termini di fisica si può parlare di azione e reazione. Dal punto di vista neuroscientifico (e questo è un elemento davvero interessante), abbiamo la neuroplasticità. Cellule che attivano insieme legano insieme.

Come colleghiamo questi elementi al concetto di reazione? Se ci ritroviamo ad agire un’emozione “negativa”, anziché a notarla sorgere e poi svanire, alleniamo una reazione ad essa legata. Più reagiamo a quest’emozione e più saremo bravi e veloci a tirarla fuori, ad usare sempre il solito schema automatico. Non è questione di fatalità, né di destino già scritto. Il nostro cervello si modifica in base a quello che facciamo, come se spianassimo una strada non battuta tutti i giorni. Dopo un po’, sarà sempre più facile percorrerla.

Tutto quello che possiamo fare è cogliere il presente come occasione di cambiamento. Le cose passate sono, per definizione, passate. È il modo in cui gestiamo e regoliamo quanto ci accade momento dopo momento che ci permette di vivere con meno stress il futuro.

Il modello della serratura

L’insegnante Trungram Gyalwa Rinpoche spiega il concetto precedente con un esempio visivo. Questo tipo di processo, la reazione e le conseguenti nuove condizioni, possono essere paragonate ad una serratura. Ogni serratura ha un punto in cui si può estrarre la chiave, il problema è che noi, nella nostra condizione di base, spesso ci ritroviamo a rigirare e rigirare la chiave nella serratura senza riuscire a toglierla. Reagiamo allo stesso modo alle cose che ci fanno stare male, fino a ritrovarci incastrati. Come si fa a capire quand’è possibile estrarre la chiave? Come si fa a notare quando una reazione sorge e soprattutto a scegliere se agirla o lasciarla passare?

Quando siamo nel bel mezzo di una situazione per noi stressante, o tale da accendere in noi queste emozioni così difficili da gestire, non c’è spazio per il ragionamento. Potremmo essere fieri dei nostri ragionamenti quando siamo tranquilli, e poi stupirci di non saperci gestire in date situazioni. Cosa accade?
Quando qualcosa ci iperattiva, il cervello reagisce come se ci fosse un pericolo. Ad un pericolo non ci sono reazioni a mezza misura, la priorità del sistema viene data agli strati cerebrali più antichi, come l’amigdala. Diventiamo efficientissimi, attacchiamo, fuggiamo, ci immobilizziamo. Il nostro sistema nervoso è strutturalmente perfetto per aiutarci a migliorare le nostre chance di sopravvivenza. Il problema è che, al giorno d’oggi, possiamo provare questo senso di pericolo senza rendercene conto, senza essere realmente a rischio di morte.

Come creare uno spazio di risposta

L’esperienza di ogni momento può essere “spacchettata” in fasi. La prima è quella del sentire, è il contatto dei nostri sensi con un dato oggetto. Un profumo, un sapore, un suono e via dicendo. Quando c’è stato il sentire, sorge una tonalità, la seconda fase: piacevole, spiacevole, neutra. Questo è un processo automatico, fondato su esperienze passate. Questa veloce etichetta può esser così rapida da venir confusa per il primo step. La mente-corpo reagisce – terza fase – a ciò che è stato valutato come piacevole, spiacevole o neutro.

Sorge un profumo, viene etichettato come piacevole, ci ritroviamo attaccati all’idea di mangiare ciò che l’ha prodotto. Non c’è neanche il tempo di valutare che, dopo, potremmo pentircene.

La pratica di Mindfulness ci aiuta ad esser più presenti in queste fasi. Ci permette di creare uno spazio fra il sorgere e la reazione automatica. Questo avviene perché si coltiva la capacità di essere attenti, presenti all’esperienza nel momento, lo si è con intenzione ed in modo non giudicante.

Si impara ad osservare l’emozione che arriva per quella che è, un’emozione, e non per un fatto che cristallizza l’esperienza e ci trascina su una strada in discesa.

La consapevolezza opera aldilà del pensiero, delle razionalizzazioni. Ci si allena ad osservare il processo di quanto accade, anziché il contenuto.

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Dalai Lama e Desmond Tutu che ridono

Jack Kornfield ,”Trovare la libertà qui ed ora” alcune riflessioni

Nell’articolo uscito su trycicle “Finding Freedom Right Here, Right Now“, Jack Kornfield mette in evidenza come sia possibile vivere imparando dagli errori, rimanendo centrati e presenti alla nostra vita. Viviamo in un mondo ricco di sofferenza. Guardando alla radice di questa sofferenza, non c’è molta differenza fra quella del giorno d’oggi e quella di 2500 anni fa (ai tempi del Buddha). È cambiata la manifestazione esteriore ma ancora ne cerchiamo la libertà; soffriamo perché non otteniamo quello che vogliamo, soffriamo perché veniamo separati da quello che vogliamo, soffriamo perché siamo umani ed è intrinseco nella nostra natura.

Ogni volta in cui si parla del Buddha o del Buddhismo è sempre bene fare una premessa: gli insegnamenti originali del Buddha non avevano lo scopo di fondare una religione, bensì di fornire un metodo per poter gestire la sofferenza, vivendo al massimo della pienezza la condizione umana. Buddha studiò lo “stress” affinando la sua mente. Non fece altro che proporre una filosofia di vita per la libertà dai condizionamenti alla base di ogni sofferenza. Fece anche qualcosa di rivoluzionario: propose un metodo. Non si limitò a diffondere insegnamenti meramente teorici, non parlò di nulla che non fosse praticabile in maniera diretta.

Questi insegnamenti sono quelli che hanno permesso agli approcci Mindfulness-Based di mettere radici: Jon Kabat-Zinn non ha fatto altro che proporre la pratica di consapevolezza al mondo occidentale, con una struttura facilmente digeribile a livello culturale: nessun nome esotico, nessuna appartenenza religiosa o settaria, semplicemente un modo per ridurre lo stress e vivere meglio.

Ma in fondo, come già detto, anche quando il Buddha era vivo non c’era interesse a fare una religione né tantomeno una setta. C’era solo tanta compassione verso il genere umano, accomunato da altrettanta sofferenza.

Oggi abbiamo la fortuna di avere la ricerca a supportare i benefici di cui prima si poteva solo fare esperienza diretta. Se vogliamo, è un aiuto per una mente scettica: la pratica di consapevolezza (mindfulness) aiuta nella regolazione delle emozioni, nella stabilizzazione dell’attenzione e nello sviluppare le nostre capacità innate di compassione ed empatia. Tutto questo ci serve a regolarci nelle situazioni difficili, a promuovere cura verso noi stessi e verso gli altri.

La cosa sensazionale è che non serve andare sull’Himalaya, non serve raggiungere un villaggio remoto nel nord dell’India. Non ci troviamo più nel contesto culturale in cui si sono sviluppate le varie correnti del Buddhismo: monasteri isolati e mancanza di mezzi per la diffusione. È facile iniziare una pratica di consapevolezza sia grazie alla diffusione che stanno avendo i protocolli Mindfulness-Based sia grazie alla possibilità che gli insegnanti di meditazione hanno di spostarsi nel mondo. Possiamo sviluppare e coltivare le qualità della pratica anche in questo momento, proprio qui.

Il dilemma della felicità

Kornfield cita una frase di grande impatto:

Mi hanno preso molto – la libertà di tornare nella mia terra, la distruzione dei Templi del Tibet e dei testi sacri, la mia libertà culturale e religiosa – quindi perché dovrei permettergli di prendermi anche la mia felicità?

XIV Dalai Lama

Anche il modo in cui leggiamo la felicità contribuisce alla nostra sofferenza. Se per noi essere felici dipende solo da quante esperienze piacevoli riusciamo a guadagnare, avremo un bel da fare per ritrovarci comunque insoddisfatti. Potremmo gustarci un’ottima cena, del buon vino, un rapporto sessuale appagante, un viaggio in una località esotica, ma che fatica! Tutto quello che in realtà andremo a coltivare è una felicità esterna a noi, costantemente attribuita a fattori spesso non controllabili che potrebbero o meno arrivare. Potremmo nutrire la nostra pancia, la nostra mente, i nostri desideri, ma non il cuore. Una cosa tira l’altra e immagino non sia difficile notare che effetto fa desiderare qualcosa e subito dopo desiderarne un’altra. Potremmo sentirci miserabili anche dall’alto di una montagna di ricchezze.

Kornfield parla di un tipo diverso di felicità, quella che deriva dall’aver cura e amore verso di sé e verso l’esterno. Deriva dall’offrire ciò che abbiamo di buono ad un mondo che tanto ne ha bisogno. La felicità per la generosità, per la propria integrità e per il proprio benessere interiore derivano dalla capacità che coltiviamo di prenderci cura della nostra mente cuore.

Cosa trarre dalla pratica di mindfulness

La pratica di consapevolezza però non è mirata a renderci felici e basta. Ci sono quelle volte in cui proprio non ne ingraniamo una giusta. Facciamo la nostra pratica, la sessione del nostro protocollo, jogging, sport, psicoterapia, yoga, e tant’è ci ritroviamo fuori asse. Kornfield usa un’espressione che vale proprio la pena riportare dall’inglese:

The first step when you fail is to step back and laugh a little bit. You’re only human, you know. 

Il primo passo quando fallisci è fare un passo indietro e farsi una risata. Sei solo umano alla fin fine.

Niente di più vero, anche se non è facile metterselo in testa. Potremmo meditare nella nostra vita per perfezionarci come persone, ma non è neanche quello il punto. Il punto è imparare ad essere compassionevoli verso di noi. La compassione è quella cosa che accoglie tutto con presenza, le nostre bellezze e le nostre paure. Già questo è parte fondante, se non il nucleo, della pratica di consapevolezza. Ci sarà il giorno in cui non ce la faremo. Ci sarà il giorno in cui saremo sommersi in un mare innavigabile, ma con compassione verso la nostra condizione, saremo – in un certo senso – in grado di essere felici anche nell’infelicità. La felicità non dipenderà più dall’esterno, ma sgorgherà dall’interno.

Il bypass

Nel suo articolo, Jack (giusto per non chiamarlo sempre Kornfield) mette in evidenza un punto che mi sta molto a cuore. Spesso, la pratica spirituale e la vita spirituale vengono mal interpretate. Si pensa sia un modo per porsi al di sopra dei dilemmi e delle difficoltà umane. Talvolta si pensa sia un modo per fuggire, raggiungendo un qualche stato mistico e puro. È vero, si possono raggiungere stati di beatitudine legati alla pratica meditativa, ma alla fine della fiera, queste condizioni finiscono e si dovrà fare il solito: lavare i piatti, buttare l’immondizia, cercare di non litigare col vicino.

In mezzo alla compassione, la consapevolezza e le motivazioni più pure, bisogna sempre ricordarsi anche il numero della carta di credito, l’account della banca e le bollette da pagare. Tagliare le emozioni dolorose, le ferite più vecchie e più nuove, i nostri conflitti, ci farebbe mancare la nostra umanità. Saremmo qualcosa di fumoso, come dico spesso “unicorni e arcobaleni” (non credo lo dica anche Kornfield). Siamo tanto consapevolezza purissima quanto un insieme di umane imperfezioni. Il punto della pratica, anche se difficile, è quello di imparare ad amare entrambe.

Jack Kornfield è un insegnante di meditazione vipassana, psicologo e co-fondatore del centro di meditazione Spirit Rock. Nel suo ultimo libro “No time Like the Present: Finding Freedom and Joy Right Where You Are” fornisce una guida pratica per vivere gli insegnamenti del Buddha nel quotidiano. Presenta la filosofia buddhista insieme ad un mix di aneddoti personali, istruzioni pratiche ed estratti della letteratura: un modo per mostrare come possiamo vivere con saggezza anche fra il dolore e le difficoltà.

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Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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