Persone che praticano la mindfulness

La mindfulness, mindfulness-based, mindfulness meditation

 

La parola “Mindfulness” si è grandemente diffusa. Si sente parlare del mindful eating, del mindful working, del mindful parenting, della mindful education. La lista si fa sempre più lunga. Ci sono riviste, è comparsa una funzione sull’iPhone, linee di vestiti, persino un marchio di tea. Giusto l’altro giorno mi sono ritrovato davanti ad un video che pubblicizzava un certo “mindfulness phone”. Un maggior numero di persone si interessa ogni giorno all’argomento. Nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche ha mantenuto  l’avanzamento esponenziale che ha preso nei primi anni 2000. A ora, consultando pubmed, solo inserendo nella barra di ricerca la parola “mindfulness” vengono fuori più di 4400 elementi distribuiti su più di 220 pagine. Non è un caso che “la mindfulness” abbia avuto questo grandissimo successo: basi solide sono state stabilite nella ricerca scientifica e altrettanto solidi sono stati i benefici individuati e riportati:

  • si riduce lo stress;
  • migliora l’attenzione;
  • aumenta la regolazione emotiva;
  • migliora il benessere generale;
  • cambia il modo di relazionarsi con l’esperienza;
  • migliorano le strategie di coping;
  • etc.

Questa lista potrebbe continuare ancora. Quando parliamo di mindfulness con tutti questi benefici, l’analogia con una sorta di panacea che cura tutti i mali potrebbe anche arrivare: non parliamo di questo. Questi benefici in realtà arrivano per la natura intrinseca degli interventi basati sulla mindfulness. Si parla di pratiche di consapevolezza e la consapevolezza sta alla base del nostro “sesto senso” mentale, al di sotto del pensiero.

La consapevolezza non è concettuale, ed è per questo, ad esempio, che sono nati protocolli così efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive – come il protocollo MBCT. La depressione per chi ne ha sofferto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per chi non ne ha esperienza diretta, spesso si nutre e si rafforza con vortici di pensieri, giudizi e critiche che si rinforzano in una spirale di negatività che risucchia energia: mentale e fisica, le cose sono strettamente collegate – sempre se si possano considerare davvero separate.

La mindfulness, quindi, che cos’è?

Con quest’impennata di fama e con l’abbinamento della parola mindfulness alle cose più disparate, sembra quasi scontato avere un’idea in mente. È corretta? Con questo articolo l’idea è di fornire alcune nozioni chiare: nella sovrabbondanza di informazioni si creano facilmente distorsioni.

La mindfulness, di per sé non è niente. O meglio, se usata come contrazione di qualcosa, ha un significato, altrimenti è giusto un orpello alla moda. Mindfulness-Based, ad esempio, riguarda tutti quegli interventi di stampo clinico e terapeutico basati sulla mindfulness. Andando alla radice, togliendo “based”, si parla di Mindfulness Meditation. Questo è un sinonimo di Insight Meditation: si parla di meditazione di consapevolezza, o meditazione di visione profonda. In entrambi i casi, si parla di una pratica che nelle tradizioni contemplative viene chiamata Vipassana. Gli interventi Mindfulness-Based sono basati su pratiche di consapevolezza e strutturati in maniera precisa, mirata. Potrebbero essere definiti, in certi casi, come introduzioni alla meditazione per occidentali.

Perché noi occidentali dovremmo venir introdotti alla meditazione? Perché fa bene, perché i benefici che i protocolli mindfulness-based garantiscono sono quelli che da anche la meditazione. La nostra mentalità è diversa da quella orientale, altrimenti non avremmo neanche inventato una distinzione con due parole: orientale, occidentale. Parleremmo di mentalità umana. Non è in “casa nostra”, se con casa intendiamo il nostro continente, che si sono sviluppate le tradizioni contemplative che ora stanno venendo riscoperte dalle neuroscienze. Abbiamo creato un mondo pieno di fantasticherie e diavolerie, un mondo che ci invita a correre sempre più forte, a fare sempre più cose, a frammentare la nostra attenzione per mantenere la prestazione. Ci serviva proprio un freno a mano. Ci serviva proprio qualcuno che si prendesse la briga di creare un metodo che ci permettesse di realizzare che andando ai cento all’ora senza rallentare, qualche curva la si perde.

Che cosa non è la mindfulness?

La mindfulness non è una cura, almeno non come può esserlo un’aspirina. Ci aiuta a vivere meglio con la sofferenza di tutti i giorni, a coltivare la saggezza per godere di quello che ci capita, con il bello e il cattivo tempo. Fa tutto questo purché venga praticata. Non si può praticare un’aspirina, appunto. Giorno dopo giorno, anche 10 minuti dedicati al coltivare la consapevolezza possono cambiare il nostro modo di relazionarci. Relazionarci con tutto: con noi stessi, con gli altri, col mondo.

Non è rilassamento. Non lo è. Grande lode alle cose che ci fanno rilassare, ai massaggi, alla bella musica, a quello che più vi piace. Se facciamo una cosa per rilassarci, stiamo inducendo una condizione per sostituire quella attuale – che se ci porta ad avere il desiderio di rilassarci, non ci deve piacere più di tanto. Se mi fanno sempre male le spalle, dopo un bel massaggio magari starò meglio. Alla fine della storia, se tanto non ho capito cos’è che mi fa contrarre le spalle e quindi non ho cambiato coscientemente il sopracitato qualcosa, cosa succederà? Un bel giorno mi rifaranno male le spalle. Si crea un loop, massaggio, decontrazione, contrazione, massaggio. Un po’ insoddisfacente. Certo, il rilassamento indotto in certi momenti è essenziale. Se per i crampi non mi alzo dalla sedia, sarà bene trovare un modo per farli passare e poi investigare sul perché mi vengono.

Non è un modo per diventare tutti più buoni. In quanto pratica di consapevolezza, questo potrebbe scaturirne, a seconda di quanto praticata, ma bisogna anche vedere come.

Di che parliamo:

La consapevolezza è aperta, equanime. Non ci sono discriminazioni, non c’è rassegnazione, c’è accettazione. Piano piano, minuto dedicato alla consapevolezza dopo minuto, potremmo riscoprirci più generosi, più gentili, più stabili alle reazioni – nostre e altrui. Non cerchiamo però di sostituire le nostre emozioni “negative” con bontà e compassione. Ritorna il concetto di prima: non lottiamo inutilmente per cambiare un momento presente che è già così, lo accettiamo. Prendere atto di essere arrabbiati e sofferenti, di essere tristi e abbattuti, è il primo e grande atto di gentilezza della pratica. Non c’è regalo migliore che possiamo farci.

Non dobbiamo essere buddhisti per coltivare la consapevolezza: è una caratteristica universale. Buddha non era buddhista, era uno studioso. Possiamo studiare anche noi le dinamiche che ci rendono stressati e ci fanno soffrire. Il protocollo MBSR serve a questo. 8 settimane di pratica ben strutturate perché alla fine si possegga un adeguato bagaglio di esperienza per continuare da sé.

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Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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Barca su lago, Mindfulness Vs Stress con la metafora del navigare

Mindfulness, stress e imparare a navigare nella vita

Uno sguardo all’ MBSR

MBSR sta per Mindfulness-Based Stress Reduction (in italiano parliamo di Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness). Per fare una sintesi, cosa si fa in un protocollo? Si intraprende un auto-addestramento intensivo, accompagnati da altre persone e seguiti dagli istruttori. Si coltivano gli strumenti adatti a vivere consapevolmente. La pratica di consapevolezza usata per questo addestramento sistematico viene fuori dalle tradizioni buddiste asiatiche, ma non si parla di addestramento al buddhismo. Si parla di riduzione dello stress.

La consapevolezza da un contributo importantissimo nella nostra gestione dello stress. La coltiviamo imparando a rivolgere l’attenzione al momento presente così mentre si evolve. Impariamo a includere deliberatamente ciò che normalmente ignoriamo. Quello che viene fatto all’interno di questi percorsi è ben lontano da un apprendimento passivo. Basti tornare alla parola auto-addestramento. L’apprendimento è attivo, le persone hanno modo di imparare a servirsi dei punti di forza già in loro possesso per migliorare il proprio modo di relazionarsi con l’esperienza. Come dice Kabat-Zinn “Finché una persona respira, la parte di lei che funziona è più forte di quella che non funziona, per quanto malata e senza speranza essa possa sentirsi” (1990). Per mobilitare le proprie risorse, le proprie capacità interne di guarigione e crescita, è richiesta una certa dose di responsabilità, sforzo ed energia.

Il problema dello stress

Non ci sono farmaci né strumenti per renderci immuni alle condizioni stressanti e al dolore. Sono componenti naturali presenti nella nostra vita. Lo sforzo cosciente che si fa in un MBSR è quello di imparare a lavorare a contatto con quello di cui ci vorremmo liberare.

A volte cerchiamo di evitare lo stress, creando barriere che in qualche modo ci separano dall’esperienza di vita. Altre volte troviamo nella desensibilizzazione più varia il modo per fuggire. Da un lato è un segnale di buon senso sapere quando abbiamo bisogno di prendere le distanze da ciò che ci fa soffrire, ma non può esser l’unica strada. Le energie che potremmo spendere per crescere, cambiare e guarire finiscono alla lunga risucchiate da una continua fuga. Kabat-Zinn usa un’immagine molto evocativa per descrivere questa situazione. L’affrontare la vita con consapevolezza è come imparare a direzionare una barca a vela in modo da sfruttare al meglio le condizioni del vento. Andare controvento è impossibile, navigare soltanto con il vento in poppa ci limita ad un’unica direzione.

Come il navigante entra in sintonia con le condizioni atmosferiche, dell’acqua e della barca, così si impara con la pratica di consapevolezza a mettersi in sintonia con le condizioni della vita. Serve la pazienza, addestramento e tanta esperienza. Con la pratica diventa possibile navigare in tutte le circostanze stressanti, non solo in quelle ottimali. Ci saranno momenti in cui saggiamente si saprà come evitare la tempesta. Ce ne saranno altri in cui non si potrà far altro che finirci dentro. È proprio in questi momenti in cui è essenziale sapere cosa si può controllare e cosa si può lasciar andare.

La padronanza

Quando si parla di stress un altro elemento importante da considerare è il tema della padronanza. La capacità di influire su quel che ci succede dipende in larga misura dalla nostra lettura dell’esperienza. Quando si percepisce una minaccia, ci si sente sul punto di essere sopraffatti da un momento all’altro, l’esperienza interna sarà magari di ansia. Quante cose potrebbero toglierci il controllo sulla situazione? Come posso fare a controllarle tutte? Che ci siano condizioni reali o immaginarie, lo stress arriva lo stesso tanto quanto le sue ripercussioni. Il senso di minaccia sfocia invece in rabbia e ostilità? Si mette in campo un comportamento aggressivo con l’idea di proteggerci? Potremmo riuscire ad avere un aiuto sul momento, rischiando poi di mantenere condotte distruttive sia per noi che per gli altri.

Non servono stress grandi per sentire minacciato il nostro senso di padronanza. Basta pensare alla vita di tutti i giorni. A volte eventi piccolissimi, insignificanti (come una coda alla cassa del supermercato) possono contribuire a questo logorio. Per questo la mindfulness ha cominciato a diffondersi. Perché le risorse sono già disponibili, si tratta solo di imparare ad usarle. Si tratta di vivere la vita con consapevolezza, riconoscendo quanto di bello/brutto, piacevole/spiacevole possiamo incontrare.

 

 

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