desiderio

Jack Kornfield – Il desiderio: viaggio nella mente che desidera

Il mondo in cui viviamo può essere chiamato il regno del desiderio perché è ormai basato sul volere qualcosa o qualcuno in continuazione, senza sosta. Come possiamo relazionarci saggiamente con il desiderio quotidiano? Questa è una domanda centrale per tutti coloro che desiderano vivere liberi e con pienezza.

Come possiamo relazionarci in maniera saggia con il desiderio nella vita di tutti i giorni? Iniziamo portandoci attenzione curiosa e consapevolezza. Possiamo osservare il nostro continuo moto a voler afferrare qualcosa: proviamo a non condannare questa tendenza e iniziamo ad essere consapevoli di questo aspetto della nostra natura senza esserne coinvolti o rapiti. Noteremo gradualmente che ci sono desideri sani e desideri malsani, alcuni portano al benessere e altri che portano alla sofferenza.

Per cominciare a capire meglio, sperimenta quando sorge il desiderio di qualcosa: permettiti di sentirlo, nominando la tua esperienza: “fame”, “sete”, “sesso”, o qualunque cosa sia. Riconoscilo, nominalo per tutto il tempo in cui è presente, ripetendo il nome ogni pochi secondi, cinque, dieci, venti volte finché non finisce. Mentre lo noti, sii consapevole di cosa succede: quanto dura questo tipo di desiderio? Si intensifica o svanisce? Come ci si sente nel corpo? Quali parti del corpo ne sono influenzate: l’intestino, il respiro, gli occhi? Quando è presente, sei felice o agitato, aperto o chiuso? Non appena ne prendi consapevolezza e lo nomini, vedi come si muove e come cambia. Se il desiderio arriva come fame, chiamalo così. Dove noti la fame: nella pancia, nella lingua, nella gola?

Il punto non è di liberarsi del desiderio, ma semplicemente capirlo.

Quando osserviamo, vediamo quante volte il desiderio sia in grado di creare in noi una dolorosa tensione, notiamo come sovente nasca da un senso di incompletezza, una sensazione di fondo di non essere interi. Quando il desiderio e l’incompletezza vengono abbracciati dalla nostra consapevolezza, gradualmente perdono il loro potere. Ci rilassiamo. Osservandolo più da vicino, notiamo che il desiderio è fugace, manca di essenza. Il desiderio è in realtà una forma di soddisfazione immaginaria che prende il sopravvento sul nostro corpo e sulla nostra mente. Certo, a volte sembra molto reale. Oscar Wilde ha detto: “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”. Quando siamo presi, rapiti, quando siamo dentro il desiderio non siamo in grado di vedere chiaramente. Il desiderio diventa un potente paraocchi che limita ciò che vediamo. Vediamo solo ciò che sarà in grado di realizzarlo oppure ciò che si frappone tra noi e la realizzazione.

Fai un passo indietro e guarda il desiderio con tenerezza, con gentile attenzione. Non confondere la mente che desidera con il piacere. Non c’è niente di sbagliato nel godersi esperienze piacevoli. La vita comporta sia piacere che dolore e il divertimento è un aspetto meraviglioso della vita. Tuttavia, la mente che desidera è proiettata costantemente al piacere successivo. Non si ferma mai. Non è colpa nostra: ci viene insegnato che se riusciamo a cogliere velocemente più esperienze piacevoli possibili, una dopo l’altra, allora la nostra vita sarà felice. Una cena deliziosa, un bel film, dell’ottimo sesso, un rinvigorente jogging mattutino, una rilassante oretta di meditazione, un’eccellente colazione, un’emozionante mattinata di lavoro, ancora e ancora… la nostra felicità durerà? Questo soddisferà il cuore?

Cosa succede quando soddisfiamo in continuazione i nostri desideri? Desideriamo di più. L’intero processo può diventare stancante e vuoto.

“Cosa farò dopo? Bene, ne prenderò ancora un po’.” George Bernard Shaw ha detto,” Ci sono due grandi delusioni nella vita. Non ottenere quello che vuoi e ottenerlo.” Il processo di essere guidato dal desiderio è infinito, perché la pace non viene dal soddisfare i nostri desideri, ma sorge nel momento in cui finisce l’insoddisfazione, la sensazione di incompletezza.

La questione del desiderio è profonda. Vedrai quanto spesso i tuoi desideri siano fuori luogo. Un esempio ovvio è quando usiamo il cibo per sostituire l’amore che desideriamo. Geneen Roth, che lavora con i disturbi dell’alimentazione, ha scritto un libro intitolato “Nutrire il cuore affamato”. Attraverso la pratica della consapevolezza amorevole, possiamo percepire quanto del nostro desiderio superficiale provenga da un desiderio più profondo nel nostro essere, da una sottostante solitudine o paura o vacuità.

Nella psicologia contemplativa il desiderio può essere diviso in molte categorie, ma fondamentalmente questi desideri sono separati in desideri sani e desideri malsani. Il desiderio malsano implica avidità, inadeguatezza, dipendenza e ulteriore desiderio. Il desiderio sano nasce dall’amore, dalla vitalità, dalla compassione, dalla creatività, dalla dedizione e dalla saggezza. Con lo sviluppo della consapevolezza amorevole, iniziamo a distinguere il desiderio malsano dalla dedizione e dalla motivazione sana. Possiamo percepire quali desideri siano liberi dall’ego e godere di un modo più spontaneo e naturale di essere. Quando non siamo più rapiti dai desideri malsani, una sana passione e compassione dirigerà più naturalmente la nostra vita.

Un mio insegnante ha detto: “Il problema con il desiderio è che non desideri abbastanza profondamente! Quando lotti e soffri, non ti piace quello che hai e vuoi quello che non hai. Per fare esperienza di un cuore libero, prova un esperimento molto semplice: desidera ciò che hai già e non volere ciò che non hai. Qui troverai la vera realizzazione.”

 

 

Testo originale qui: https://jackkornfield.com/naming-wanting-mind/

 

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Frank Ostaseski – Pensieri e riflessioni sull’identità

di Frank Ostaseski

Solitamente abbiamo la tendenza a creare e modellare un’immagine positiva di noi stessi, magari gonfiando le nostre capacità o la nostra importanza. Altre volte, al contrario, possiamo buttare benzina sul fuoco e dar vita ad un concetto negativo di noi stessi, esagerando difetti o debolezze. Sappiamo intrinsecamente che questa costruzione, ovvero l’immagine di noi che portiamo in giro e proiettiamo nel mondo, non è sostanziale né tantomeno reale eppure investiamo energie in essa e arriviamo a scambiarla per la realtà.

Siamo continuamente impegnati nel dare un’identità accettabile dalle nostre storie, finché gradualmente ci troviamo a vivere inconsapevolmente nella loro trama: non possiamo più separare la storia e ciò che siamo realmente. Non possiamo immaginare di esistere senza un’immagine di noi e i suoi attaccamenti. La pratica sgretola ciò che sembrava così solido: ci rendiamo conto che cambiamo costantemente impressioni e rappresentazioni, che la nostra storia è tenuta insieme da sputi, colla e abitudine. Veniamo alla consapevolezza che l’identità non è uno stato statico. Identificare è un’azione interiore, un processo che facciamo a noi stessi. Siamo già un’espressione unica di unità… perché lavorare così duramente per cercare di essere qualcosa di più?

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L’unica casa che abitiamo davvero: coltivare l’intimità con il corpo

Di Tiziano Furlanetto
Il primo passo fondamentale quando iniziamo un percorso di consapevolezza è quello di riprendere contatto con il nostro corpo. Perché è importante?

Viviamo in un mondo che esalta il pensiero e fin da giovani tendiamo ad identificarci con la mente pensante. Il corpo molto spesso rimane in secondo piano, un territorio inesplorato dal quale siamo totalmente sconnessi. Diventa quindi davvero importante re-imparare ad ascoltare il nostro corpo per una serie di motivi.

Prima di tutto, riprendere contatto con il corpo vuol dire smettere di darlo per scontato. È attraverso il corpo che ci muoviamo, sentiamo, odoriamo, tocchiamo, parliamo, mangiamo, interagiamo con la realtà esterna e con gli altri. Ci sembra tutto normale, ma se ci pensiamo per qualche istante capiamo immediatamente che non c’è nulla di scontato in questo processo eccezionale.

Inoltre, corpo e mente non sono due entità distinte, sono in costante interazione, potremmo dire che sono una cosa unica. I ricordi, le pianificazioni, i pensieri intrusivi e ricorrenti e le emozioni hanno sempre un correlato fisico che molto spesso tendiamo ad ignorare. A volte le percezioni fisiche sono così confuse che non sappiamo nemmeno riconoscere l’emozione che ci fa visita. Diventa tutto nuvoloso e poco chiaro. Il nostro corpo è una sorta di segnalatore portatile di quello che stiamo vivendo. Quando iniziamo ad essere stressati, il corpo ci invia dei segnali precoci, segnali che molto spesso non siamo in grado di cogliere. Poi piano piano lo stress si accumula, arriviamo ad un punto critico e crolliamo.

Prima del crollo psico-fisico, il corpo ci avvisa a modo suo che qualcosa non funziona e lo fa in maniera ripetuta, sta a noi imparare ad ascoltarlo: riprendere contatto con il corpo, significa sentirlo in maniera intima, coglierne i segnali di stress, diventare familiari con determinati pattern di sensazioni fisiche e stare con loro, non contro di loro. Se per esempio c’è fastidio o dolore nel corpo, molto spesso tendiamo a ignorarlo, a resistergli, a evitarlo, a ruminarci sopra: in questo modo ci stacchiamo dal corpo e tutto si amplifica in maniera spiacevole.

La pratica di consapevolezza ci può insegnare ad esplorare quello che c’è con curiosità e disponibilità piuttosto che volerlo controllare: è possibile trovare un agio che non dipende esclusivamente dalle sensazioni piacevoli.

Portando attenzione e consapevolezza al corpo, onoriamo i nostri limiti del momento. Molto spesso ci chiediamo 10 quando in realtà possiamo solo dare 5. Ci spingiamo oltre, fisicamente e mentalmente, e aumentiamo lo stress. Più siamo in una relazione di ascolto con il corpo, più siamo in grado di capire quando è il momento di fermarci un attimo. Smettiamo di chiederci l’impossibile.

Quando ci chiediamo l’impossibile, soffriamo: gran parte dello stress quotidiano è causato da una mente poco attenta, una mente scimmia che salta da un pensiero all’altro, che crea un mondo mentale parallelo e che perde il contatto con la realtà così com’è. Il corpo invece è sempre presente. Non è possibile portare attenzione e sentire le sensazioni di ieri e di domani, ma solo quelle di adesso. Quando la mente è persa e non è più qui, il corpo ci fornisce un utilissimo appiglio per riagganciarci al presente. È un effetto radicante: se gli portiamo attenzione, torniamo sulla terra, ricalibriamo il nostro centro, scopriamo un nuovo alleato, una sorta di antidoto naturale alla mente volante creatrice di mondi molto pensati e molto poco reali.

Portare attenzione aperta e curiosa al corpo significa ricominciare a viverlo in maniera piena. Se ci pensiamo un secondo, per molti di noi il corpo è un’enorme fonte di insicurezza e di giudizi pericolosissimi: a volte è troppo grasso, basso, troppo alto, brutto, ha le smagliature, invecchia, si ammala, non è quasi mai come lo vorremmo. Che succede se la nostra tendenza è quella di identificarci in maniera molto forte con questi continui giudizi? Non ci sentiamo a nostro agio, non ci sentiamo a casa e limitiamo in maniera significativa il nostro modo di vivere il corpo e nel corpo. Questo è ovviamente fonte di stress aggiuntivo a quello che magari stiamo già sperimentando. Meditiamo e portiamo la nostra attenzione al corpo per coltivare un atteggiamento più sano ed equilibrato con esso, smettiamo di farci la guerra in casa.

Infine, con la pratica meditativa, ci accorgeremo che il nostro corpo è in costante cambiamento, non è un’entità statica. Le sensazioni fisiche sorgono, si modificano, si spostano, svaniscono. Quello che è intenso prima o poi si affievolisce così come una sensazione debole può diventare molto forte. La pelle invecchia, i capelli cadono e si ingrigiscono, i muscoli si afflosciano, i sensi si affievoliscono, il cervello perde funzionalità. Il corpo cambia, sempre. Accogliere questi cambiamenti nel corpo diventa un passo fondamentale per aprirci e non resistere al cambiamento continuo nelle nostre vite.

Il corpo è saggio, ci dice sempre la verità. Con la pratica possiamo scegliere intenzionalmente di sintonizzarci ed ascoltarla.

 

 

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Mindfulness di qua, Mindfulness di là… Perchè meditiamo?

Ultimamente sentiamo parlare molto spesso di Mindfulness e di meditazione e di consapevolezza. Ci sono sicuramente molte ragioni alla base di questa esplosione mediatica, ovviamente non le analizzeremo tutte ma possiamo comunque prenderci qualche minuto per provare a capire perché la Mindfulness possa esserci utile nella nostra quotidianità.

Il mondo in cui viviamo è un mondo frenetico e indaffarato: la nostra attenzione è bombardata da stimolazioni continue, c’è sempre qualcosa da fare e la nostra mente è costantemente impegnata. Penso sia chiaro a tutti che quando parliamo di mente stiamo parlando della risorsa più preziosa ed importante di cui disponiamo: è grazie a lei che percepiamo il mondo che ci circonda, è grazie a lei se a volte ci sentiamo felici, soddisfatti, stabili, creativi, concentrati, spontanei, premurosi e gentili verso noi stessi e gli altri. E se ci pensiamo un secondo è imbarazzante scoprire quanto poco tempo dedichiamo a noi stessi per prendercene cura.

Di sicuro utilizziamo più tempo per curare la nostra auto, la nostra casa, il nostro corpo ed il nostro lavoro. Domanda semplice: cosa succede quando non ci prendiamo cura della nostra mente? Risposta ancora più semplice: ci stressiamo e soffriamo. Lo stress non dipende molto da quello che succede all’esterno, dipende principalmente da come leggiamo e ci approcciamo alle varie situazioni quotidiane.

Una mente poco “lavorata”, poco attenta e quindi distratta diventa il nostro biglietto di prima classe per un lungo e travagliato viaggio nel mondo dello stress; quando siamo stressati siamo più vulnerabili, ci troviamo incastrati in pensieri ricorrenti e poco piacevoli, siamo in balia di emozioni difficili e ci lasciamo trascinare dagli eventi. Sopravviviamo e sottovalutiamo il momento presente, incastrati tra un passato che non tornerà ed un futuro che ci spaventa.

Non prestiamo più attenzione al mondo che ci circonda ed è proprio questo stato di distrazione costante che ci fa soffrire, stressare, sopraffare dalle nostre emozioni, dalle nostre reazioni automatiche e dai nostri pensieri.

Meno siamo attenti, meno siamo consapevoli, più siamo ostaggi di quello che ci succede. Inseriamo il pilota automatico e ci comportiamo di default, come se fossimo disconnessi da noi, dagli altri e dal mondo.

la Mindfulness può diventare la nostra palestra mentale quotidiana: la meditazione di consapevolezza è un allenamento per farci familiarizzare con la nostra mente e con il presente, con i suoi momenti piacevoli e con i suoi inevitabili momenti spiacevoli. E’ una misura preventiva per ridurre lo stress: l’atto di meditare affinando l’attenzione e la consapevolezza del nostro corpo e della nostra mente può offrirci una visione ed un modo diverso di approcciarci alla realtà.

La meditazione di consapevolezza non ci libererà dai pensieri spiacevoli, non ci farà smettere di pensare, non eliminerà emozioni (utilissime) come rabbia, paura, tristezza, sconforto, non ci permetterà di sconfiggere in maniera definitiva lo stress. Inoltre, non risolveremo tutti i problemi della nostra vita e non diventeremo perfetti. Non aspettiamoci arcobaleni e cieli tersi.

Ma allora perchè meditiamo? Per apprendere uno strumento gentile che ci permetta di navigare con la nostra barchetta anche quando le onde sono alte ed il mare è in tempesta. Ci sembra poco?

 

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Soffriamo tutti, c’è poco da fare: la #humanitychallenge

Quando perdiamo qualcuno, soffriamo.

Quando le cose non vanno come preventivato, soffriamo.

Quando siamo poco attenti e la vita ci vive, soffriamo.

Quando non abbiamo il corpo che vorremmo, soffriamo.

Quando gli altri non sono come vorremmo ma sono come sono, soffriamo.

Quando ci pensiamo e sentiamo inutili, incapaci, indegni, persi, a pezzi, soffriamo.

Quando ci rifiutano, soffriamo.

Quando rifiutiamo, soffriamo.

Quando la nostra mente fabbrica mondi diversi dalla realtà delle cose, soffriamo.

Quando ci costruiamo una vita parallela sui social per farci accettare, soffriamo.

Quando invidiamo la vita degli altri, soffriamo.

Quando ci sentiamo superiori a qualcuno a cui vorremmo negare il diritto di voto, soffriamo.

Quando perdiamo fiducia negli insegnamenti degli esperti, soffriamo.

Quando crolla un ponte, soffriamo.

Quando abbiamo paura del diverso, soffriamo.

Quando ci sentiamo soli, soffriamo.

Quando creiamo divisioni, soffriamo.

Quando chiudiamo i porti ed i cuori, soffriamo.

Quando costruiamo muri e dividiamo, soffriamo.

Quando diamo dello sporco negro ad una persona, soffriamo.

Quando vediamo solo bianco o nero, quando spariscono le sfumature, soffriamo.

Quando non siamo accolti, soffriamo.

Quando non accogliamo, soffriamo.

Quando non perdoniamo, soffriamo.

Quando non siamo perdonati, soffriamo.

Quando giudichiamo superficialmente, soffriamo.

Quando siamo giudicati superficialmente, soffriamo.

Quando non facciamo spazio, soffriamo.

Quando siamo in balia della rabbia, dell’odio, della confusione e del dubbio, soffriamo.

Quando la gentilezza sparisce, soffriamo.

 

Siamo tutti sullo stesso barcone traballante ed in balia delle onde: la sofferenza ci riguarda tutti da vicino, ci accomuna, non fa distinzioni, è democratica. Insomma, soffriamo tutti, molto spesso. E capirlo, sentirlo, osservarlo dovrebbe bastarci per volere più bene al mondo che ci ospita e a noi.

Vi lanciamo una piccola sfida: regaliamo e regaliamoci intenzionalmente umanità per 10 minuti al giorno. Piccoli gesti eh, nulla di che. E vediamo che succede. Un sorriso ed un saluto ad uno sconosciuto seduto ai bordi della strada, un abbraccio virtuale a chi ci insulta sui social, una buona parola quando vorremmo urlare, un abbraccio quando vorremmo respingere, una carezza a noi stessi quando vorremmo schiaffeggiarci. Sbizzarriamoci.

Chiamiamola #humanitychallenge per stare al passo coi tempi 🙂

 

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