Non siamo isole: la Mindfulness e la potenza gentile del gruppo

“Individualmente non possiamo fare granché. Per questo, trovare rifugio nel gruppo, trovare rifugio nella comunità, è una pratica molto forte e importante. […] Se non siamo sostenuti da un gruppo di amici che sono motivati dallo stesso nostro ideale e dalla nostra stessa pratica, non faremo molta strada”. Thich Nhat Hanh

No group, no life.

Siamo animali sociali e la nostra storia evolutiva ci ha portato ad unirci in gruppi per sopravvivere e per riprodurci. Viviamo in comunità per semplificarci la vita e perché, volenti o nolenti, il nostro cervello non è programmato per essere un’isola. Funzioniamo meglio in rete, anche se molto spesso ci raccontiamo e crediamo alla favoletta del lupo solitario. Il gruppo è nel nostro DNA, è la radice che ci ancora alla vita.

Non ci dobbiamo quindi stupire se anche il protocollo MBSR e qualsiasi altro intervento basato sulla pratica Mindfulness siano fondati sul gruppo. La pratica di gruppo è uno dei pilastri imprescindibili. Ma perché?

La nostra pratica personale sostiene quella del gruppo e la pratica del gruppo sostiene la nostra.

 È un circolo virtuoso che si autoalimenta. Può sembrare un semplice e banale detto popolare ma, davvero, l’unione fa la forza.

Iniziare una pratica personale può essere davvero difficile, quasi impossibile se siamo da soli. Il gruppo serve per rafforzare questa intenzione: non siamo soli, ci sono altre 10-12 persone che hanno deciso, proprio come noi, di intraprendere questo percorso. Vederci circondati da persone che ascoltano ed osservano il corpo e la mente con gli occhi chiusi, può regalarci una forza enorme e fortificare il nostro percorso.

È un meccanismo implicito ma sempre presente, un farsi forza a vicenda, un mutuo sostegno, un’energia circolare.

Il gruppo può essere visto come il suolo, noi come il seme. Se il suolo è ricco e nutriente, il nostro seme personale fiorirà e, a sua volta, permetterà a tutti gli altri semi di sbocciare.

Siamo tutti sulla stessa barca.

 Sì, siamo tutti sulla stessa barca. Chi più, chi meno, soffriamo tutti e tutti siamo stressati. La nostra vita non è perfetta, ci sarà sempre qualcosa che non dovrebbe esserci o che potrebbe andare meglio.

La sofferenza collettiva è una verità inconfutabile ed i meccanismi e le reazioni che ne sono alla base sono universali. Detto questo, molto spesso però tendiamo a personalizzare quello che ci succede: “nessuno mi può capire” e “solo io sto così male” sono frasi che ci ripetiamo molto spesso e che diventano giocoforza l’unica realtà possibile.

Quando iniziamo ad ascoltare le condivisioni dei nostri compagni di percorso, iniziamo a renderci conto che quello che pensavamo personale è invece condiviso. Anche gli altri hanno difficoltà, pensieri, sensazioni ed emozioni spiacevoli. Una volta che arriviamo a comprendere questo, la nostra sofferenza un po’ si allenta, inizia pian piano a sciogliersi, diventa condivisa e più tollerabile.

Cadono le barriere e, nel cerchio, i concetti di “io” e “tu” lasciano spazio al “noi”. Siamo tutti sulla stessa barca ma, se remiamo tutti nella stessa direzione, il viaggio diventa più semplice e anche più gradevole.

Il gruppo accoglie e non giudica.

 Il fatto di ritrovarci sulla stessa barca e condividere l’intenzione di remare insieme nelle difficoltà, aiuta l’emergere del non giudizio verso l’esperienza degli altri.

Nasce accoglienza.

Il gruppo diventa così un formidabile contenitore della nostra sofferenza, un rifugio sicuro. Sappiamo che avremo le spalle coperte, che saremo accolti e non giudicati, qualsiasi cosa porteremo e condivideremo.

Un simile processo facilita ed accelera il processo di crescita e fioritura del nostro seme.

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Consapevolezza e social networks – L’avversione ai tempi di Facebook

Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Linkedin: il mondo è cambiato e siamo tutti iperconnessi. L’uso che ne facciamo è importante, più di quanto possiamo immaginare: siamo consapevoli anche in rete o consideriamo la realtà “virtuale” un mondo a parte?

Piccola premessa: lungi da me mettere in discussione la grande utilità degli strumenti social e tutto quello che di buono hanno portato, anche perché probabilmente siete finiti qui sopra attraverso Facebook o Linkedin.

Volenti o nolenti, i social network sono ormai diventati da qualche anno parte integrante della nostra quotidianità. Viviamo costantemente connessi e la nostra mente è bombardata da commenti, aggiornamenti di stato, fotografie, eventi, notizie e chi più ne ha, più ne metta. Questa socialità virtuale, di per sé, non è né buona né cattiva, semplicemente esiste ed esiste in virtù dell’uso che ognuno di noi ne fa.

Facciamo un piccolo esperimento: abbandonate per qualche istante questo post e aprite Facebook. Scegliete la prima notizia che trovate di un qualsiasi quotidiano a cui avete dato il vostro mi piace e leggete i primi venti commenti. Cosa avete trovato? Molto odio, molta invidia, tantissima avversione, qualunque sia l’argomento.

Il meccanismo è molto semplice: qualcuno ha un’opinione diversa dalla mia? Lo insulto, ora gli faccio vedere io chi ha ragione. Qualcuno che nemmeno conosco mi ha insultato dopo che ho commentato un post? Ora gli rendo pan per focaccia. Qualche personaggio famoso (Bebe Vio docet) ha fatto qualcosa che ha suscitato la mia invidia? Non si merita nulla, perchè lui e non io? E poi, in fondo, che cosa vuoi che sia un piccolo commento? Lo fanno tutti.

Stiamo inquinando la nostra mente e quella degli altri senza nemmeno rendercene conto: sempre più spesso tendiamo a sottovalutare il nostro comportamento virtuale, attribuendogli un peso minore rispetto a quello quotidiano. Il senso di responsabilità individuale si attenua ed il rischio di cadere nella reazione è sempre dietro l’angolo. E per quanto riteniamo, erroneamente, che realtà virtuale e vita quotidiana non siano la stessa cosa, portiamo dentro di noi queste piccole o grandi scorie per tutta la giornata. Restano lì, le accumuliamo senza consapevolezza: mattoncino dopo mattoncino, commento dopo commento, aumentiamo la nostra sofferenza e, indirettamente o direttamente, quella degli altri.

Non ci credete? Provate semplicemente a leggere un litigio “digitale” fra due sconosciuti e osservate quello che emerge in voi. Nulla di buono.

Queste situazioni sono ghiottissime occasioni di pratica informale: quando ci troviamo in una situazione critica, spostiamo il focus su noi stessi, accendiamo la lampadina della consapevolezza ricettiva ed esploriamoci.

Che cosa sento quando le mie opinioni sono in pericolo?

Che mondo sta mettendo al mondo la mia mente quando il mio punto di vista è sfidato da altri? Mi sento ferito? Che cosa è ferito?

Cosa osservo nel corpo e nella mente quando c’è avversione?

Quali sono i miei pensieri quando arriva l’invidia? Mi ci tuffo dentro?

Noto meccanismi fisici e mentali simili anche nella quotidianità?

La pratica ci insegna che la rivoluzione silenziosa parte dall’osservazione di noi stessi in qualsiasi momento e dal lasciare andare la tossicità. Ecco, lasciare andare significa anche non farsi risucchiare dalla spirale d’odio che prende vita sul nostro schermo.

Stiamo coltivando l’intenzione di rendere, nel nostro piccolo, questo mondo un posto migliore? Bene, che quest’intenzione ci guidi anche quando siamo online.

 

 

 

 

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Portare la pratica nella relazione: esserci ed aprire all’altro

Spesso crediamo che la pratica Mindfulness si limiti alla sfera individuale. Nulla di più sbagliato: è possibile praticare e portare consapevolezza nella relazione. Anche, e soprattutto, nelle difficoltà.

Alzi la mano chi non si è mai sentito ferito da un’altra persona. Non vi posso vedere, ma credo che le vostre mani siano rimaste ben salde ed immobili al loro posto. E’ il segreto di pulcinella: gran parte della sofferenza e dello stress che accumuliamo è dovuta alle nostre quotidiane difficoltà relazionali. Compagni, figli, genitori, amici, colleghi, clienti, conoscenti, sconosciuti: siamo circondati, si salvi chi può ;-).

Non siamo isole, siamo animali sociali fatti per stare insieme ed interagire ma le relazioni spesso sono per noi la fonte più acuta di reattività automatica, confusione e sofferenza. Spesso ci aggrovigliamo, ci cristallizziamo nel nostro punto di vista e questo fa sorgere quelle nostre tipiche modalità meccaniche e condizionate di interazione che ci portiamo dietro da anni. Facciamo di tutto per difendere il nostro io e quando l’ego prende il controllo, il banco salta. Il noi si frammenta in “io” e “tu”, sorgono barriere inutili e pericolose che col tempo tendono a diventare indistruttibili.

Portare la pratica nell’incontro con l’altro

Le relazioni sono dei veri e propri facilitatori del pilota automatico. Ognuno di noi ha la sua reazione preferita nelle difficoltà interpersonali: fuga, attacco, blocco. Rabbia e dominio, paura, confusione, sensazione di avere le spalle al muro, di essere dominati. Il pilota automatico vuole avere il controllo, cristallizza la situazione, mette il nostro io davanti a tutto. La consapevolezza invece ci fa provare fiducia verso quello che emerge attimo dopo attimo nella relazione. Tutto cambia, sempre. Osservare e ricevere il cambiamento mentre si manifesta ci prepara alla risposta e non alla reazione.Se pratichiamo abbiamo gli strumenti per rendercene conto e fermarci, fare pausa. Quando ci fermiamo facciamo in modo che la consapevolezza ritorni e accenda la luce sulla reazione in corso.

Riconoscere la reazione mentre si sviluppa nel presente crea le condizioni per lasciar essere. C’è rabbia? Bene. C’è tristezza? Bene. C’è fastidio, avversione? Bene. Lasciamo che ci sia quello che c’è, non sprechiamo energie preziose nel tentativo di cambiare forzatamente la situazione.

Accogliamo ricettivi e gentili quello che si presenta alla consapevolezza, anche al di fuori, perchè di fronte a noi c’è un’altra persona: magari a volte nemmeno ce ne accorgiamo, talmente l’attenzione è rivolta al nostro interno. Apriamoci, includiamo anche lei nella nostra esperienza. Spostiamo il baricentro della nostra attenzione oltre i confini della nostra pelle. Portiamo la nostra pratica individuale nella parola e diciamo ciò che riteniamo vero e utile nel momento presente. Nulla di più e nulla di meno. Mutualità, reciprocità, relazione.

Nella relazione, siamo invitati ad ascoltare in profondità e con curiosa attenzione le nostre parole, i nostri gesti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo. Ed aprendo, facciamo lo stesso con le parole, i gesti, le emozioni e gli stati d’animo dell’altro. Ma c’è di più, molto di più. Quando c’è consapevolezza nella relazione, “io” e “tu” si fondono, creano un campo relazionale dove cadono le divisioni e nel quale ascolto e parola sorgono insieme. Emergono emozioni, significati ed intenzioni co-create che non hanno un vero e proprio proprietario: ascoltiamole in profondità. Abdichiamo al controllo, arrendiamoci semplicemente a quello che succede e ci accorgeremo di quanto rivoluzionario sia questo modo di porsi.

 

 

 

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I cinque visitatori indesiderati – alcuni consigli per la pratica

Intraprendere un percorso personale e costante di pratica meditativa non è semplice, anzi, almeno inizialmente, può rivelarsi davvero faticoso. Trovare qualche prezioso minuto da dedicare a noi stessi è sfidante perché ci richiede di scardinare con gentilezza quelle che sono le nostre abitudini di vita quotidiana. Inoltre, una volta trovato il tempo per sedersi con noi stessi, può capitare di essere “visitati” da stati mentali e fisici molto spiacevoli: torpore, irrequietezza, fastidio, desiderio di fare altro e dubbio. Li chiameremo “i cinque visitatori indesiderati”. Proviamo ad analizzarli uno ad uno.
Sonnolenza e torpore

A volte capita di iniziare la pratica seduta e di ritrovarci in uno stato di grande stanchezza psico-fisica. In questa situazione rimanere svegli risulta davvero difficile: sentiamo la mancanza di energia e tendiamo a sprofondare in uno stato che oscilla tra il sonno e la veglia.

Le cause del torpore possono essere molteplici. Forse abbiamo solo bisogno di riposarci ed il nostro corpo ce lo sta ribadendo. O forse ci stiamo annoiando: molto spesso ci aspettiamo di osservare chissà cosa ed invece in quel momento non c’è nulla di particolare da notare. Un altro motivo potrebbe essere un mancato bilanciamento tra energia e concentrazione: manca l’energia, c’è troppo sforzo concentrativo e di conseguenza la nostra mente sprofonda in uno stato quasi onirico, che di per sé può risultare molto piacevole ma che manca di consapevolezza.

Come possiamo lavorare con il torpore?

Esercitiamo la presenza mentale e iniziamo a riconoscerlo per quello che è: uno stato transitorio di sonnolenza che può diventare oggetto della nostra curiosità. Come lo sento nel corpo? C’è un punto preciso o è una sensazione generalizzata? Se questo non dovesse bastare, è possibile aprire gli occhi, cambiare postura (alzarsi e proseguire la pratica immobili oppure camminare), oppure “ravvivare” un po’ l’attenzione, aprendo il nostro campo attentivo ed includendo alcuni oggetti che fino a quel momento non avevamo ancora esplorato.

In altri casi invece il torpore può arrivare per “proteggerci” da qualche emozione forte che non vogliamo provare. Questa situazione è certamente la più complicata da individuare e richiede un po’ di lavoro. Ciò non significa che dobbiamo andare per forza a caccia di emozioni nascoste, semplicemente forse c’è dell’altro di cui possiamo prendere atto con un piccolo sforzo attentivo. Osserviamo se questo stato si presenta in seguito a qualcosa, se tende a ripetersi molte volte, se ci sono dei segnali. Se è così, utilizziamo tutta l’energia di cui disponiamo per restare svegli ed aperti e lasciare che il sommerso affiori.

Irrequietezza

A volte osserviamo sonnolenza e torpore, altre volte ci sentiamo ansiosi, impazienti ed intolleranti. Il nostro corpo è attraversato da agitazione e da un’energia percepita il più delle volte come spiacevole e che quasi ci impedisce di stare seduti. La nostra mente rincorre i pensieri in modo smanioso ed ossessivo. Siamo letteralmente risucchiati nella nostra attività mentale, stare immobili risulta davvero complicato e notiamo la tendenza a volerci muovere continuamente.

Se per il torpore abbiamo parlato di una mancanza di energia, quando si presenta l’irrequietezza probabilmente c’è troppa energia che la nostra attenzione non riesce a contenere e osservare.

E’ possibile canalizzare questa energia: puntiamo il mirino sull’irrequietezza stessa e osserviamo questa energia nel corpo. Facciamo spazio con curiosità al trambusto fisico e mentale nel quale ci troviamo. Proviamo a non fare nulla per modificarlo. Piano piano energia ed attenzione tenderanno a riequilibrarsi spontaneamente.

Un altro modo per stare con l’irrequietezza può essere quello di mettere a fuoco un oggetto specifico, ad esempio il respiro. Etichettiamo quello che stiamo facendo (inspiro-espiro): questo potrebbe essere molto utile per calmare l’ossessività dei pensieri e l’inquietudine fisica.

Fastidio e desiderio di fare altro

Fastidio e desiderio sono due reazione biologiche che fanno parte del nostro patrimonio evolutivo. Sono tendenze naturali a evitare il dolore e a ricercare il piacere. Sono fenomeni naturali dell’esistenza umana. E, ovviamente, sono anche visitatori poco voluti durante la nostra pratica.

Il fastidio si manifesta quando c’è qualcosa che non ci piace, qualcosa che vorremmo non ci fosse o che, perlomeno, fosse diverso. Ci sediamo ed il nostro corpo è pieno sensazioni spiacevoli, arrivano pensieri fastidiosi che provocano o sono provocati da emozioni negative. Emerge chiara la tendenza a giudicare negativamente l’esperienza che stiamo vivendo, siamo infastiditi da qualsiasi cosa si presenti alla nostra attenzione, un fastidio che piano piano si può trasformare in rabbia vera e propria.

Quando sorge il fastidio, solitamente emerge anche il desiderio di fare altro. E’ una reazione mentale innata e velocissima. “Mi devo muovere”, “Devo assolutamente rispondere a quella mail”, “Ho fame, devo cucinare”. Qualsiasi cosa ci passi per la mente si trasforma in un qualcosa da fare assolutamente e l’unica cosa che non vorremmo fare è esattamente quello che stiamo facendo, ovvero starcene lì seduti.

Prestare attenzione a questi stati mentali ci permette di capire una cosa: il fastidio e la voglia di fare altro non sono che semplici pensieri. Arrivano dal nulla e si dissolvono nel nulla. Per quel che ci è possibile, restiamo lì e curiosiamo.

Dubbio

“Perché lo sto facendo?”, “Sto forse perdendo tempo?” “Ma chi me lo fa fare?”, “Non sono fatto per meditare”, “Non mi serve a nulla”.

Prima o poi, i dubbi sul percorso di pratica che abbiamo scelto arrivano. E’ normale, la nostra mente è stata abituata a vagare ed evitare lo spiacevole per anni: ora stiamo andando controcorrente e la mente protesta instillando in noi il dubbio. Semplicemente, prendiamo nota che c’è dubbio e trattiamolo come un semplice pensiero. Osserviamo quello che finora ci ha donato la pratica e rinnoviamo l’intenzione di continuare.

Dubitare è normale, trasformare i nostri dubbi in inconfutabili realtà è diabolico 😉

 

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Piove? Apri l’ombrello! – L’acronimo RAIN ed i momenti difficili

Oggi parliamo dell’acronimo RAIN (pioggia in inglese): Riconoscere, Accettare, Investigare e Non identificarsi. Quattro parole che possono tornarci molto utili nei momenti stressanti e difficili.

Vi è già capitato di uscire di casa col sole per poi trovarvi nel bel mezzo di un acquazzone, ovviamente senza l’ombrello? A me molto spesso 😉 Quando l’intensità della pioggia aumenta, la prima cosa che facciamo è cercare riparo e sperare che smetta di piovere in fretta. Ci blocchiamo e diamo la colpa al meteo avverso e a noi stessi (“Ma perché diavolo non ho preso l’ombrello?”).

A volte piove, anche se fuori c’è il sole. Piove quando siamo tristi, piove quando siamo un po’ depressi, piove quando siamo arrabbiati, piove quando abbiamo paura, piove quando ci sentiamo inadeguati, piove quando proviamo sensi di colpa.

A volte piove, questo è un dato di fatto: la pioggia sfugge al nostro controllo, il meteo fa quello che gli pare. Le emozioni ed i momenti difficili si comportano esattamente come la pioggia: arrivano e basta, ospiti desiderati o meno non fa differenza. Noi non possiamo certo fermare il temporale emotivo ma possiamo avere con noi un ombrello ed aprirlo quando ci accorgiamo che le prime gocce stanno iniziando a cadere.

La pratica è l’ombrello che, quando è aperto, ci permette di trasformare il nostro modo di porci in relazione con la realtà quotidiana attraverso il riconoscimento, l’accettazione, l’investigazione e la non-identificazione (RAIN).

Riconoscere: può essere controintuitivo ma, nei momenti difficili e stressanti, dobbiamo essere pronti a vedere ciò che è così com’è. Senza filtri, solo noi e quello che ci sta succedendo. Semplicemente, riconosciamo la realtà della nostra esperienza qui e ora e non neghiamocela perché negare aumenta la sofferenza. Prendiamo atto di cosa sta succedendo: “Ecco, la rabbia”, “C’è dolore, c’è tristezza”, “Paura”. Riconoscere è il primo passo fondamentale per accettare.

Accettare: il riconoscimento apre le porte dell’accettazione. Molti di noi usano questo termine con un’accezione negativa e di passività ma in realtà accettare le cose così come stanno succedendo è un atto di coraggio.

Non accettare le cose come sono fa sorgere quasi all’istante una sorta di irrefrenabile pulsione a volerle modificare per forza: “non dovrei avere paura”, “non dovrei essere così arrabbiato”, “non dovrebbe esserci tristezza”. Questi pensieri sono l’anticamera dell’azione finalizzata al cambiamento forzato che, molto spesso, non funziona. Anzi, peggiora le cose ed aggiunge una bella dose di frustrazione alla nostra esperienza.

Investigare: una volta riconosciuta ed accettata la situazione, abbiamo l’opportunità di andare a fondo, diventando investigatori privati al servizio di noi stessi.

Partiamo dal corpo, che è sempre a nostra disposizione: in quale parte del corpo si localizza l’emozione? È nello stomaco? Nei muscoli? Qual è la sensazione principale? Ce ne sono altre? La sensazione cambia, si modifica o rimane la stessa?

Dopo il corpo, osserviamo se stiamo etichettando l’esperienza di portare attenzione al corpo come piacevole, spiacevole o neutra. Notiamo semplicemente cosa capita quando portiamo consapevolezza alle sensazioni del corpo.

Poi, è il turno della mente: quali sono i pensieri e le immagini mentali che accompagnano l’emozione? Osserviamo per quel che ci è possibile tutti i giudizi, le storie, le convinzioni poco reali che emergono e proviamo a lasciarle andare: in fondo, sono solo pensieri, no?

Non identificarsi: i pensieri molto spesso sono sudboli perché è molto difficile non identificarsi con loro. “Sono un fallito”, “sono un incompetente”, “non cambierò mai, sono fatto così”: sono solo pensieri, è vero, ma noi li prendiamo come verità assolute. Quando i pensieri diventano false realtà, ci blocchiamo, rimaniamo incastrati in schemi di reazione poco utili e dannosi.

Non identificarsi vuol dire riconoscere la natura assolutamente transitoria dei nostri contenuti mentali ed emotivi e comprendere che non rappresentano quello che siamo. Non identificarsi significa essere liberi, per qualche istante, da quei pensieri e quelle emozioni che rendono difficile la nostra quotidianità.

E non è poco.

 

 

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